
di Giuseppe Augieri
Non mi arrendo. Talvolta resto perplesso per i commenti che mi giungono e che leggo. Non ragionamenti diversi dai miei, e dunque arricchimenti, ma etichette politiche. Spesso astiose, talvolta dettate da invidia.
Non so più come fare a spiegare che, per me, non è possibile fare politica demonizzando gli errori degli avversari, addirittura inventandoseli quando non ci sono, e nascondendo invece i propri sbagli. L’agone politico, per me di tradizione culturale socialista e con radici cattoliche, è lottare per migliorare, non solo per vincere. Essendo, la prima, la condizione sine qua non.
Certo, in politica De Coubertin non può essere invocato sempre. Se non sei in grado di operare fai solo salotto ideologico: nobile, non c’è dubbio, e necessario, ma inefficace a produrre effetti concreti. Dunque non politica.
Per operare invece devi “vincere”: se non puoi “governare” quello che accade, e non puoi predisporre il futuro, la politica non ha il senso che la parola deve avere: «la teoria e la pratica che hanno per oggetto la costituzione, l’organizzazione, l’amministrazione dello stato e la direzione della vita pubblica».
Definizione presa da Treccani, ma il concetto è di Aristotele. Ecco, per me fare politica significa questo: ed il riferimento sociale è quello indicato da Pericle, per il quale la politica è «l’arte di vivere assieme». Dunque non solo “dire” ma “fare”: non “contro” ma “per”.
E questo determina i miei convincimenti: cosa debbano contenere le proposte da avanzare, (idee fattibili) in quale modo e per quale strada debbano essere proposte (dialogando sino alla esasperazione). Resto innamorato della mia UIL e del suo “dalla protesta alla proposta”. E, per altra strada, del progetto di “merito e bisogno”.
In ogni caso politica non può, per me, significare poltrona. Che pure va conquistata: ma confondere il mezzo (è necessaria per governare) con il fine (mi serve per esprimere il mio potere e la giustezza delle mie tesi) è drammaticamente attuale ed altrettanto drammaticamente sbagliato.
Dunque chiunque sieda su una “poltrona” e dice qualcosa, voglio capire se ha qualche fondamento ed è accettabile, anche se in parte. Chiunque chieda di andare a sedere sulla “poltrona” deve dire cose che mi convincono e sono accettabili. Rifiuto l’idea che, se chi è al Governo non è “il mio”, automaticamente dica cose sbagliate. E viceversa.
Ora, se qualcuno mi dovesse rimproverare di essere troppo “romantico” o troppo ingenuo, l’accetto volentieri. L’accusa sarebbe di essere fuori del mondo. Forse, ma io sono convinto che è possibile disegnare e realizzare un mondo migliore di quello che mi viene proposto da chi non è ingenuo. Anche perché l’età, ma non la passione, non può che farmi rifugiare nel dire, senza possibilità di fare: dunque senza velleità ad li dà di uno sfogo per sentimenti tristemente percossi.
E dunque non mi rassegno a tacere. Confido nella intelligenza politica dei miei amici nel capire che questo non significa “appoggiare” l’uno o l’altro, perché l’esercizio che compio è esprimere un parere sul valore di quello che si propone, non sul suo senso politico. Ognuno di noi ha storie, esperienze, convincimenti di fede che non si cambiano attraverso una chiacchierata: e non intendo fare propaganda delle mie. Il mio è un – preteso – contributo a capire cosa succede e cosa si prospetta.
Per questo, qualcuno mi dice che tento di essere “super partes”: e non è così. Cerco solo di restituire al ragionamento ed al raziocinio l’importanza che essi devono avere quando si affrontano momenti delicatissimi; e cerco di non cedere alla tentazione dei giudizi dati con i sentimenti, o peggio con la pancia. Non risolvono nulla, anzi creano altri sconquassi. Quello che dovremo affrontare – domani, ma già oggi i prodromi si vedono – non può farci credere possibile che sia giusto arrivare ad essere vittoriosi, ma su un cumulo di macerie.





