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LA NUOVA FABBRICA DEL CONSENSO

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di Silverio Allocca

Nel 1988, a pochi anni dalla fine della Guerra Fredda, Noam Chomsky ed Edward Samuel Herman pubblicarono il noto saggio intitolato “La fabbrica del consenso”, un atto d’accusa contro i mass media americani ed in particolare contro i giornali statunitensi rei, a loro dire, di essersi fatti meri acritici portavoce dello Stato, dei poteri forti operanti in esso, arrivando perfino all’autocensura non richiesta e, spesso e volentieri, neppure imposta. 

Di fatto il libro è ancora un, per certi versi attualissimo, )’accuse che si articola in oltre quattrocento pagine fitte di esempi, seppure in tempi a noi più vicini proprio la stampa statunitense ha dato prova di saper esercitare la propria libertà di espressione criticando l’establishment trumpiano. 

Un esempio eclatante della permanenza di quel modus operandi nella stampa d’oltreoceano è legato all’esposizione degli avvenimenti riguardanti la cosiddetta Sindrome dell’Avana: nello specifico per ben sei anni i media più attendibili hanno sostenuto e alimentato l’idea che a causare la lunga lista di malesseri rilevati fra il personale diplomatico statunitense – prima a Cuba e poi in tutto il mondo – vi fosse un oscuro nemico, una nazione avversaria, in possesso di temibili armi futuristiche e ciò sulla base di una teoria promossa da Washington, che a partirà dal 2016 ha finanziato una non meglio definita ricerca finanziata con milioni di USD avente lo scopo di individuare l’oscuro e non meglio definito e definibile nemico: una vera e propria ridicola caccia alle streghe conclusasi nel gennaio 2022 quando, con un po’ di imbarazzo, la CIA ha finalmente ammesso che la stragrande maggioranza dei malori registrati nelle ambasciate era riconducibile a fattori naturali ovvero, più precisamente, il frutto di una isteria collettiva che aveva causato la cascata di eventi che aveva portato alla nascita del caso cubano. 

Ebbene, in quella occasione anche se i media statunitensi avrebbero potuto dare una mano a smontare quella astrusa e fantasiosa teoria complottista, pressoché nulla venne fatto, anche solo nel senso di avanzare l’ipotesi che Washington stesse facendo un buco nell’acqua e che a dare origine alla Sindrome dell’Avana non c’era alcuno Stato o organizzazione votata a distruggere gli Stati Uniti: come tale, il comportamento della stampa americana ha evidenziato una sudditanza pressoché totale nei confronti della narrativa ufficiale, una sudditanza alla base della quale vi era la stessa autocensura di cui avevano scritto decenni prima Chomsky ed Herman.

Ora una simile tendenza minaccia anche altri Paesi e tra questi la Svizzera che, a Maggio del 2022 è stata vista precipitare dal 10° al 14° posto nella classifica stilata da “Reporter senza Frontiere” dei Paesi con la maggiore libertà di stampa: decisamente una brutta caduta di stile su cui è pesato l’esito della votazione del 13 Febbraio 2022 che accelererà l’inesorabile riduzione della diversità delle testate, primo passo sulla via che conduce alla progettazione di nuove procedure “museruola”, ovverosia di procedure studiate per rendere più semplice il blocco a scopo cautelativo di una pubblicazione. 

In queste condizioni fare giornalismo, in particolar modo fare  giornalismo d’inchiesta, sarà sempre più difficile e, per certi versi, “pericoloso” paradossalmente proprio nel momento in cui la crescente complessità del mondo richiederebbe una maggiore libertà di stampa e non la mera edificazione di stereotipate fabbriche del consenso.

Alla luce di queste considerazioni credo sia non solo legittimo, ma doveroso  chiederci quale valore si possa ancora attribuire al giorno d’oggi alla cosiddetta pubblica opinione, ovverosia a quel giudizio e modo di pensare collettivo della maggioranza dei cittadini inteso anche come sistema di credenze sulla cosa pubblica nato con l’idea moderna di democrazia rappresentativa, definita dal filosofo  J. Locke come il governo dell’opinione. 

L’opinione pubblica da questo punto di vista è tale non solo perché diffusa fra i molti o fra i più, ma anche perché tendenzialmente indirizzata al pubblico ed in questo senso costituente l’intelaiatura di valori ed il sistema di credenze sulla cosa pubblica su cui dovrebbe poggiare lo Stato di diritto. A partire dall’inizio del Novecento fiorì tutta una serie di studi sui rapporti fra opinione pubblica e  società di massa in campo specialmente sociologico e psicologico (G. Le BonG. TardeF. Tonnies, C.H. Cooley, W. Lipmann), che diedero impulso a una grande varietà di ricerche empiriche e di programmi applicativi basati sulle tecniche della propaganda, del sondaggio e del marketing, intese ad analizzare o a manipolare gli stati dell’opinone pubblica nelle diverse arene, economiche o politiche, in cui si manifestano. Con lo sviluppo degli strumenti di  comunicazione di massa, il problema dell’opinone pubblica diventa essenzialmente quello di capire le modalità (critiche o passive, cognitive o emotive) attraverso cui i diversi ‘pubblici specializzati’ interagiscono con i flussi d’informazione, nonché gli esiti di questa interazione sulla struttura della società.

In un contesto fortemente inquinato dalle pratiche manipolative del marketing politico come quello attuale,  le consultazioni elettorali hanno perso gran parte del loro significato originario e del loro valore in quanto parlare di voto libero e, soprattutto, consapevole è praticamente impossibile.

Molte sono  le volte in cui in i più pensano di scegliere e poche quelle in cui scelgono veramente: la psicologia ci insegna che questa opportunità è una prerogativa di una ristretta minoranza pari al più al 10% (altri studi parlano del 20%) della popolazione, cosicché l’80-90% della popolazione sceglie, e conseguentemente vota, ciò che altri hanno deciso per loro.  

Conformismo, imitazione, qualunquismo, fatalismo, suggestione, identificazione, plagio e via dicendo sono solo alcuni dei nomi con cui la psicologia sociale e clinica ha chiamato le “diavolerie” recessive per tramite delle quali le varie “fabbriche del consenso” gestiscono le illusorie scelte di milioni e milioni di persone in tutto il mondo. 

La consapevolezza , cresciuta e consolidata sul campo, della passibilità di persuasione umana permette di scrutare quell’abisso in cui anche la dignità del singolo sprofonda ed é un qualcosa in cui tutto cala grazie a varie tecniche, ognuna delle quali é riconducibile ad un qualche principio psicologico di base che orienta e governa il comportamento umano.

È proprio facendo opportunamente leva su tali principi che le tecniche di persuasione danno a chi le conosce e le usa un potere immenso. 

In passato sono state utilizzate tecniche che si fondavano su sei elementi base : la coerenza-impegno , la reciprocità, la riprova sociale (detta anche imitazione), l’autorità, la simpatia, la scarsità (o timore di restare privi di qualcosa). 

Tutte le tecniche però non possono mai prescindere da una cosa : dal bisogno reale –o fatto percepire come tale– del soggetto o del gruppo di persone il cui comportamento o le cui scelte si vogliono indirizzare. 

Per ottenere questo risultato occorre motivare il soggetto ad agire secondo i desideri del persuasore e tale motivazione altro non è che l’insieme dei fattori che stanno alla base del comportamento (agire) di una persona per il raggiungimento di uno scopo.

La motivazione però dipende principalmente da due elementi: 

  • 1)le competenze : ciò che l’individuo è in grado di fare (o che noi vogliamo fargli intendere che sia in grado di fare, come ad esempio, in politica, realizzare il “cambiamento” dell’assetto generale del Paese in cui vive)
  • 2)valori personali: ciò che l’individuo vuole fare.

La spinta motivazionale inizia ogni volta che l’individuo avverte un bisogno. Ora paradossalmente in politica chi genera il bisogno, chi è causa di quel bisogno, é poi lo stesso individuo che di fatto si propone come colui che risolverà ogni problema : si crea così tra elettori ed eletti, tra popolo e classe politica , una sorta di perverso doppio legame. 

La storia passata fondamentalmente é proprio la narrazione di come tale rapporto malato sia sorto, si sia sviluppato e sia giunto sono a noi se non nella forma di certo nella sostanza. Il rapporto che lega i popoli all’establishment religioso : con le mie invenzioni mi approprio del concetto di Dio, lo manipolo e lo rendo un “qualcuno” che esige determinati comportamenti la cui violazione provoca l’ira del Dio ed in me genera il senso di colpa, il senso del peccato. 

A questo punto io mi propongo come colui che può far da tramite, che può intercedere in qualche modo per farti ricevere il perdono ma…, ma per ottenere questo perdono ti impongo di seguire le mie regole e …. e il gioco é fatto! 

In politica é esattamente la stessa cosa: i politici sono pezzi di quel sistema (o aspiranti a farne parte) che ha creato i mali da cui discendono i bisogni che motivano il popolo all’azione e che si chiamino Mussolini, Hitler, Stalin, Mao, Bush, Berlusconi, Andreotti, Ciampi o Grillo o Renzi  o Salvini o Di Maio ….  poco importa perché la musica è sempre la stessa . 

Quali sono questi bisogni ? Si badi bene che il bisogno può anche non essere reale ma l’importante é che sia percepito come tale, e a tale scopo la macchina pubblicitaria ed il controllo dei canali di informazione sono gli strumenti necessari e sufficienti per creare tanto il bisogno quanto l’aggregazione di coloro che quel bisogno o quei bisogni condividono : ecco creata una base elettorale.

La coesione tra i potenziali elettori si realizza mantenendo i riflettori accesi sul o sui problemi proponendosi costantemente come il o i solutori del tutto a patto di essere eletti o rieletti, in quest’ultimo caso, qualora al primo giro nulla è stato fatto,  basterà additare al pubblico ludibrio gli avversari o un nemico immaginario, ovvero crearne uno ad hoc: può essere il mitico evasore fiscale presentato alla stregua dell’ untore di manzoniana memoria, il Giudeo (anche questo ora è politically incorrect), l’immigrato, il terrorista e chi più né ha più ne metta.

Se il fine perseguito è commerciale, il bisogno è la percezione di uno squilibrio tra la situazione attuale e una situazione desiderata. Il bisogno più che essere generato è esso stesso  uno stato di insoddisfazione che induce l’uomo a procurarsi i mezzi necessari (beni) o la struttura di governo (partito) per porvi fine o limitarlo. 

La piramide dei bisogni di Maslow è il modello motivazionale per eccellenza.

Introdotto nel 1954 dallo psicologo Abraham Maslow, il modello motivazionale dello sviluppo umano è basato su una “gerarchia di bisogni”, cioè una serie di “bisogni” ordinati gerarchicamente in base alla quale la soddisfazione dei bisogni più elementari è la condizione per lasciare emergere i bisogni di ordine superiore. 

Alla base di questa vera e propria struttura piramidale troviamo i bisogni essenziali alla sopravvivenza mentre salendo verso il vertice incontriamo i bisogni  più immateriali.

Partendo dalla base della Piramide Motivazionale (o dei Bisogni) troviamo: 

  • 1)i bisogni FISIOLOGICI: fame, sete, sonno, termoregolazione, ecc. Sono i bisogni connessi alla sopravvivenza fisica dell’individuo. Sono i primi a dover essere soddisfatti a causa dell’istinto di autoconservazione;
  • 2)i bisogni di SICUREZZA: protezione, tranquillità, prevedibilità, soppressione preoccupazioni e ansie, ecc. Devono garantire all’individuo protezione e tranquillità;
  • 3)i bisogni di APPARTENENZA: essere amato e amare, far parte di un gruppo, cooperare, partecipare, ecc.; Questa categoria rappresenta l’aspirazione di ognuno di noi a essere un elemento della comunità;
  • 4)i bisogni di STIMA: essere rispettato, approvato, riconosciuto, ecc. L’individuo vuole sentirsi competente e produttivo;
  • 5)i bisogni di AUTOREALIZZAZIONE: realizzare la propria identità in base ad aspettative e potenzialità, occupare un ruolo sociale, ecc. Si tratta dell’aspirazione individuale a essere ciò che si vuole essere sfruttando le nostre facoltà mentali e fisiche.

La principale differenza tra i bisogni fondamentali e quelli sociali e relazionali consiste del fatto che i primi, una volta soddisfatti, tendono a non ripresentarsi, a differenza di quanto avviene per i bisogni sociali e relazionali che tendono a rinascere con nuovi e più ambiziosi obiettivi da raggiungere.

Stando alle deduzioni di Maslow da tutto ciò consegue che l’insoddisfazione, sia sul lavoro, sia nella vita pubblica e privata, è un fenomeno ampiamente diffuso che può trovare una sua causa nella mancata realizzazione delle proprie potenzialità: non è  un caso che per Maslow l’autorealizzazione richiede tutta una serie di caratteristiche di personalità, competenze sociali e capacità tecniche cui oggi ritengo vada aggiunta una ulteriore serie di elementi imposti dalla nascita dei social networks, elementi che contemplano l’aspetto fisico, la capacità di essere alla moda la capacità di essere popolari, di stupire sempre e ad ogni costo, il possesso di determinati oggetti di culto, la capacità di interagire in tempo reale con il popolo del web per poter accrescere il numero dei propri followers, di catturare l’attenzione, di essere presenti online quanto più a lungo possibile per mantenere vivo l’interesse dei propri followers stupendoli, come pure di rintuzzare gli attacchi dei critici o degli haters, la capacità di manipolare.

Questo tipo di approccio è caratteristico dei due filoni principali di impiego che sono uno aziendale ed uno politico che oggi, comunque la si voglia mettere, ricalcano la  medesima via dato che in entrambi i casi chi opera intende ottenere un risultato che gli consenta di conseguire il proprio obiettivo manipolando l’altro o un gruppo di individui o perfino una intera comunità: un qualcosa che è alla base del consenso . 

Se dal punto di vista aziendale ciò comporta il raggiungimento della capacità di modulare lo stile di management e la definizione degli obiettivi e degli incentivi, in base al livello di soddisfacimento dei bisogni della persona partendo quindi da una procedura di rilevamento di tutti i possibili elementi di contrasto fra il processo di sviluppo del lavoratore e quello del contesto aziendale in cui è inserito, dalpunto di vista politico tutto questo si traduce nella necessità di procedere alla identificazione di tutti, nessuno escluso, i bisogni individuali e collettivi al fine di sottolineare la loro fattiva visualizzazione come pure la visualizzazione di ogni singolo portatore di tali bisogni mostrando nel contempo di accoglierne le paure connesse al perdurare della loro mancata soddisfazione per poi proporsi come la persona che tutto affronta e tutto risolve senza minimamente preoccuparsi di illustrare il come, con quali tempistiche, strumenti, strategie, sinergie, costi, competenze, abilità: tutti elementi di cui il pubblico non chiederà conto agito come è dal desiderio di essere rassicurato e, soprattutto, lasciato libero da gravosi pensieri che in qualche modo possano turbare la sua tranquillità.

Solitamente in politica, allorché il circolo vizioso che contempla la sistematica mancata soluzione dei problemi sul tappeto giunge ad un punto morto, per evitare una perdita di consenso ci si attiva per estrarre dal solito cilindro un nuovo coniglio consistente della individuazione di una panacea globale,  ovvero dell’individuazione di un nuovo distrattore sociale: di questi tempi la Green Revolution e la riduzione delle emissioni di CO2 hanno assunto questo ruolo ed il consenso è stato ripristinato e perfino accresciuto ponendo l’accento sulle conseguenze che il mancato raggiungimento di tali obiettivi potrebbero avere sul futuro dei singoli, della collettività e delle generazioni future, riproponendosi nel contempo, come sempre, come l’unico in grado di dare una adeguata risposta. 

In questo contesto per consolidare il consenso ricevuto occorrerà poi fare nuovamente leva sulla paura derivante dal mancato soddisfacimento dei nuovi bisogni acriticamente indotti, ma nel contempo rassicurando e promettendo sempre il miracoloso “cambiamento”, sempre che forze occulte ed avverse o poteri forti non meglio definiti, o comunque delle categorie ideologiche, etniche, geopolitiche non prevalgano intralciando il luminoso cammino verso la meta futura. 

Il pensiero positivo e la fiducia vengono somministrati a piene mani e il tutto viene veicolato per tramite di semplici messaggi o slogan tanto più elementari e demagogici quanto più ampia sì vuole che sia la fetta della popolazione raggiunta ed accattivata. 

Si tratta di un concetto vecchissimo, questo, usato alla grande dalla propaganda Neoliberista,  Sovietica, Nazista , Fascista  ….. come pure da tutti coloro che queste modalità operative fecero proprie in passato come oggi, e non fanno o hanno fatto eccezione la recente propaganda della Premier Giorgia Meloni, come pure quella  della Ursula von der Leyen e della Commissione Europea, ovvero del Donald Trump di turno. 

Ovviamente partendo dalla impostazione di pensiero di Maslow –e da quelle che l’hanno preceduta– vi sono stati notevoli sviluppi che hanno puntato, come visto, a far emergere aspetti collettivi ed esterni che hanno ampliato la visione codificata da Maslow: una visione sicuramente troppo centrata sul meccanismo di autodeterminazione dell’individuo, che come tale fa risalire le spinte motivazionali esclusivamente a fattori interni, ignorando l’interazione tra l’individuo e l’ambiente esterno. 

La “fabbrica del consenso” costruita a partire dalla scala dei bisogni di Maslow é oltretutto eccessivamente rigida sia per quanto concerne l’individuazione delle spinte motivazionali del singolo che, a maggior ragione, per quanto concerne le spinte motivazionali collettive che la globalizzazione ha reso di importanza primaria.

Così come il singolo non deve necessariamente passare attraverso tutti i livelli della scala gerarchica dei bisogni , allo stesso modo la cosa non accade per una collettività. In questo ultimo caso risulta estremamente evidente il fatto che ad agire sui suoi comportamenti possano essere più bisogni contemporaneamente . 

Attualmente è l’IO collettivo il punto di partenza e questo può essere sollecitato molto più agevolmente cogliendo gli elementi comuni ed in particolare quelli che riguardano i bisogni gerarchicamente inferiori, quelli basilari, in primis quelli riguardanti il bisogno di sicurezza e visibilità: da qui, ad esempio, ha preso le mosse la strategia geopolitica statunitense tutta centrata, a partire dall’attentato alle Torri Gemelle, sulla lotta al terrorismo.

Fare leva su tali aspetti accrescendo nell’immaginario collettivo quelli connessi ai citati bisogni di sicurezza e visibilità per tramite della costante sottolineatura dei fattori che accrescono il senso si paura e di insicurezza assicura una fidelizzazione delle masse al gruppo di potere che maggiormente si presenta come quello il cui fine ultimo è dare sicurezza e dare accoglienza alle aspirazioni individuali e collettive. 

La costante presenza mediatica, poi, accresce quella familiarità apparente che abbatte ogni diffidenza facendo le veci della conoscenza diretta. 

La forza persuasiva acquista vigore e la fidelizzazione dell’elettorato riceve un impulso non secondario e non c’è da stupirsi se ogni voce contrastante tutto questo viene percepita come un attacco da rintuzzare, ogni invito a riflettere come una provocazione, ogni individuo che si fa interprete di tali analisi come un pericolo per la realizzazione del grande progetto di rinnovamento promesso a gran voce. 

Il così fan tutti e l’apparentamento costante solo con chi manifesta il medesimo credo laico fanno da cassa di risonanza ed amplificano la fede. 

A ben guardare, quindi, vi è ben poco margine per parlare di scelte elettorali consapevoli e ben ampio margine per parlare di “marketing elettorale” al più  di maggiore o minore effetto , a seconda del risultato elettorale conseguito, ma pur sempre di marketing.

A complicare il quadro, ad alterare gli equilibri sin qui conseguiti, ha provveduto la globalizzazione che ha portato alla ribalta nuovi attori geopolitici, in primis la Cina.

Autore

  • Redazione

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