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LA NATO E IL GIOCO DELLE TRE CARTE

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Il gioco delle tre carte, gioco da strada, apparentemente gioco d’abilità, in realtà è una truffa, in quanto il giocatore è impossibilitato a vincere.

E’ patrimonio comune tra i giocatori di carte, “la mossa”, che nel gioco delle tre carte consente al mazziere di scambiare le carte durante il miscuglio, ingannando l’occhio del giocatore. Se però ci si crede al sicuro soltanto perché si conosce la meccanica della mossa, ci si sbaglia di grosso. In una truffa, parallelamente a ciò che accade in qualsiasi atto di illusionismo degno di questo nome, non è sufficiente conoscere la meccanica dell’artificio manuale che la rende possibile (in questo caso “la mossa”), ma è fondamentale l’arte di creare un solido impianto psicologico all’interno del quale l’artificio viene celato.

Di impianto psicologico (tradotto con il termine propaganda), tutta la vicenda del conflitto tra Russia e Ucraina, è intriso, ma Vilnius è stato l’esempio preclaro dell’esercizio magistrale del noto gioco illusionistico.

Nella dichiarazione conclusiva del vertice di Vilnius si legge: “Saremo in grado di estendere un invito all’Ucraina ad aderire all’Alleanza quando gli alleati saranno d’accordo e le condizioni saranno soddisfatte”.

Quali condizioni?

Il segretario generale della Nato Stoltenberg ha successivamente spiegato: “Tutti gli Alleati sono d’accordo che quando una guerra è in corso non è il momento per fare dell’Ucraina un membro a pieno titolo dell’Alleanza. La priorità è fare in modo che l’Ucraina vinca, perché se perde non avrà alcun senso parlare di NATO o di adesione”.

Il messaggio lo ha capito molto bene Zelensky, il quale ha commentato: “Dai colloqui di oggi capisco che le condizioni necessarie per l’ingresso nella Nato saranno raggiunte quando ci sarà la pace in Ucraina. Capiamo che alcuni hanno paura di parlare di membership ora perché nessuno vuole una guerra mondiale ed è comprensibile. Ma abbiamo bisogno di avere segnali. Le promesse del G7 non possono sostituire l’ingresso dell’Ucraina nella Nato come Stato membro – ha detto ancora il leader ucraino -. Se oggi il G7 concorderà la dichiarazione per le garanzie di sicurezza sarà un passo importante perché nel testo si dice che valgono per coprire il nostro percorso sulla via per la Nato”.

Eccoci al punto. La guerra finisce con la pace. E la pace?

Secondo la narrazione Ucraina, condivisa dai Paese membri Nato, la pace arriva con la vittoria dell’Ucraina, che coincide con la liberazione di tutti i territori conquistati dalla Russia, Crimea compresa.

Qui casca l’asino o, meglio il “pollo”, che è la vittima del gioco delle tre carte.

Lucio Caracciolo, in un video editoriale di presentazione dell’ultimo numero di Limes, dal titolo: “Russia o non Russia”, ha messo il dito nella piaga della realtà, che urla una verità ben lontana dalla propaganda.

Gli ucraini, con i britannici, i polacchi e i baltici vorrebbero vedere sconfitta la Russia, così da indurre una guerra interna che la disgreghi in tanti Stati indipendenti, eliminando con l’Orso anche la sua possibile aggressività.

Gli Usa e la maggior parte degli Stati aderenti alla Nato sostengono l’Ucraina, ma non vogliono disgregare la Russia, in quanto un collasso dell’Orso porterebbe ad una situazione dove le 6 mila testate nucleari sarebbero nelle mani di non si sa chi, producendo nel mondo un disastro enorme e una insicurezza micidiale.

Poiché a Vilnius è passata la linea Usa, è del tutto chiaro, come ben spiega Lucio Caracciolo, che il diritto di veto all’entrata dell’Ucraina nella Nato è stato consegnato a Mosca, la quale può allungare la guerra all’infinito o accedere ad un cessate il fuoco che pace non è, cosicché, in assenza di pace, Kiev rimarrebbe perennemente in lista di attesa.

Se teniamo conto del fatto che la guerra in Ucraina è il portato di un progressivo assedio della Russia da parte della Nato e della promessa dell’Alleanza di inglobare l’Ucraina, completando l’accerchiamento di Mosca, dal gioco delle tre carte di Vilnius esce ribaltato il diritto di veto e viene, come da regola, gabbato il giocatore vittima delle illusioni.

Volodymyr Zelensky, che ha capito, a gioco fatto, di essere stato gabbato, la sera dell’11 luglio ha definito “assurdo che non sia fissato il calendario né per l’invito né per l’adesione dell’Ucraina. Mentre allo stesso tempo viene aggiunta una formulazione vaga sulle condizioni persino per l’invito. Sembra che non ci sia disponibilità né a invitare l’Ucraina nella NATO né a renderla membro dell’Alleanza. Ciò significa che viene lasciata una finestra di opportunità per negoziare l’adesione alla NATO nei colloqui con la Russia. E per la Russia, questo significa motivazione per continuare il suo terrore. L’incertezza è debolezza”.

“Il presidente ucraino – fa notare Gianandrea Gaiani su Analisi Difesa – ha colto nel segno, individuando probabilmente il vero obiettivo di USA e NATO che conferma per l’Ucraina il ruolo di pedina sacrificabile nel confronto con Mosca. Sembrano dimostrarlo anche le dure reazioni alle sue parole e gli scarsi entusiasmi mostrati dagli altri capi di stato e di governo nei confronti del presidente ucraino, fino a ieri idolatrato. Del resto nonostante i proclami altisonanti di Kiev che hanno annunciato vittorie militari per ora inesistenti con l’obiettivo di portare qualche successo a Vilnius, i membri della NATO hanno ben compreso che il fallimento della controffensiva ucraina e l’esaurimento progressivo degli aiuti militari che l’Occidente può fornire a Kiev imporranno presto di negoziare un accordo con la Russia”.

“Il tema – aggiunge Gaiani – non è liquidabile in poche battute politiche perché la controffensiva voluta da Zelensky e che in cinque settimane sembra essere costata all’esercito ucraino oltre 50 mila morti e feriti per riconquistare una superficie di territorio nazionale più piccola dell’Isola d’Elba, era stata voluta ad ogni costo da Zelensky (secondo alcune voci contro il parere dei vertici militari) con l’obiettivo di portare al summit di Vilnius successi tangibili da presentare agli alleati. Non a caso in queste ore circolano di nuovo indiscrezioni circa pressioni dei comandanti militari per fermare la controffensiva e cessare di sacrificare inutilmente truppe e mezzi necessari invece a contrastare nuove offensive russe”.

Che il gioco delle tre carte fosse in pieno svolgimento lo ha reso esplicito la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, la quale ha ironizzato sull’esito del summit di Vilnius, sfottendo gli ucraini per essersi fidati dell’Occidente: “Sciocchi, dovevate imparare le regole prima che iniziasse il gioco, non dopo”, ha scritto su Telegram.

Uno sculaccione umiliante a Zelensky è arrivato anche da uno dei falchi dell’Alleanza. Il ministro della Difesa britannico Ben Wallace ha detto a Zelensky: “Piaccia o no, la gente dei Paesi occidentali vorrebbe vedere un po’ di gratitudine dall’Ucraina. A volte si chiede ai Paesi di rinunciare alle proprie scorte di armi. Diversi Paesi occidentali stanno cedendo propri stock di armi agli ucraini e non possono essere considerati come una sorta di Amazon cui indirizzare ordini di materiale bellico a richiesta. Talora i toni vanno calibrati ad esempio per convincere i parlamentari americani o per persuadere politici dubbiosi di altri Paesi”.

Lo stellone di Zelensky, dopo che il gioco delle tre carte ha prodotto il suo effetto, pare essere in rapido calo.

Non a caso, il 12 luglio, il presidente ucraino ha tentato un rientro sulla scena da bravo allineato alle nuove regole d’ingaggio.

“Sono fiducioso – ha detto Zelensky – che con la fine della guerra, l’Ucraina entrerà finalmente nella NATO. Sono grato al presidente americano Biden e a tutti gli americani per il loro sostegno. Sono grato per il sostegno di vitale importanza, per l’Ucraina e per gli ucraini, per la nostra libertà”. Zelensky in conferenza stampa ha risposto anche a Wallace: “Credo che siamo sempre stati grati al Regno Unito. Siamo sempre stati grati al primo ministro e al ministro della Difesa perché il popolo nel Regno Unito ha sempre sostenuto l’Ucraina. Siamo grati per questo”.

Fine del gioco e inizio di un nuovo gioco, più ampio e non meno pericoloso.

Con la guerra in Ucraina gli Usa e gli inglesi hanno ottenuto di ristabilire una cortina di ferro che contenga la Russia e che faccia dell’Unione Europea un alleato asservito.

Rotto il rapporto che si era creato dopo la caduta del muro di Berlino tra la Germania a la Russia, che aveva creato i presupposti per il decollo del IV Reich economico, padrone dell’Unione Europea dopo Maastricht, ora il nucleo anglosassone della Nato guarda al Pacifico e un congelamento del fronte ucraino, con il diritto di veto all’entrata nell’Ucraina nella Nato in mano a Mosca, stabilizza il fonte europeo, consentendo di concentrare attenzione e forze nel rapporto con la Cina.

E qui entra in gioco una delle questioni fondamentali della geopolitica.

Henry Kissinger, nel suo famoso trattato : “Diplomazia della restaurazione” [1] sostiene che la stabilità non deriva da “un’ansiosa ricerca di pace, ma da una legittimità universalmente accettata. «Legittimità», nel senso in cui la si intende qui – scrive Kissinger – , non va confusa con «giustizia»: significa soltanto un consenso internazionale sulla natura e l’applicabilità di determinate convenzioni, e sugli scopi e i metodi consentiti per fare politica estera”.

Aggiunge Kissinger: “Ogni volta che una potenza considera oppressivo l’ordine internazionale o il modo di legittimarlo, le relazioni tra questa potenza e le altre saranno rivoluzionarie”.

In discussione, oggi, c’è la stabilità del mondo che deriva da una legittimità universalmente accettata. La legittimità dell’Occidente non è più accettata universalmente e, anzi, è da molti contestata e contrastata.

Dopo la fine dell’Unione Sovietica gli Usa hanno pensato di essere l’unico regista del mondo, al punto che Francis Fukuyama ha sviluppato la teoria della fine della storia.

L’Occidente aveva in mano il mondo e finalmente gli Usa potevano considerare realizzato il loro compito, assegnato loro da Dio, di portare i propri valori sull’intero pianeta.

Con buona pace di Francis Fukuyama la storia non è finita e ora presenta il conto.

Molti Stati e intere aree del pianeta, con la maggioranza della popolazioni dello stesso, non sono disponibili a farsi condizionare dai valori dell’Occidente e ad accettare le sue regole.

In discussione c’è la legittimità e, quindi, la stabilità.

E’ su questa fondamentale questione che si gioca la vera partita ormai in atto e la soluzione non può che essere o un nuovo assetto multipolare, con nuove regole legittimanti la stabilità, o una guerra totale, una sorta di Armageddon, che potrebbe anche significare la fine della presenza sulla Terra dell’umanità.

Saggezza induce a percorrere la via di un nuovo assetto multipolare.

 

[1] Henry Kissinger, Diplomazia della restaurazione, Garzanti

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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