Difendere il diritto a non emigrare, creando sviluppo nei Paesi d’origine
Il 57% degli italiani considera negativo l’impatto dei flussi migratori che giungono sulle nostre coste, mentre solo il 14% lo ritiene positivo e il 23,3% né negativo, né positivo.
Alla domanda se l’intervistato condivida l’idea che gli immigrati privi di requisiti legali di soggiorno debbano essere rimpatriati, il 73% dei consultati ha risposto di sì.
Il sondaggio è di Euromedia Research, la società diretta da Alessandra Ghisleri ed è stato presentato nel corso della rassegna “Pantelleria, Mediterraneo d’Autore”.
A Lampedusa Papa Leone XIV, nell’omelia tenuta durante la messa, ha affrontato la questione dei migranti subito interpretata dalla solita stampa sinistroide come una totale adesione alle porte aperte sempre e comunque.

Va detto che, ovviamente, non ci si poteva aspettare dal Papa che parole e gesti di solidarietà, di compassione, di vicinanza ai migranti e a chi si adopera per accoglierli, ma nell’omelia letta durante la Messa è importante cogliere l’essenza di un messaggio che dice ben altro.
Dopo aver citato la strada che scendeva da Gerusalemme a Gerico (la celebre parabola del Buon Samaritano), Leone XIV ha detto: “Qui avete visto non solo uno, ma migliaia di esseri umani caduti nelle mani di briganti che portano loro via tutto, li percuotono a sangue e se ne vanno, lasciandoli mezzi morti”.
Una denuncia chiara di chi organizza e gestisce la migrazione (scafisti, mafie, finanziatori, protettori).
Subito dopo arriva la denuncia che riguarda un sistema.
“I morti in questo mare – ha detto Leone XIV – sono vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate. Il disinteresse per il bene comune e la corruzione nei luoghi di provenienza, un sistema economico mondiale che genera povertà ed esclusione, la paura che alimenta pregiudizi e disprezzo, l’idea che tali problemi non ci riguardano, i calcoli criminali di chi lucra sul dramma altrui, il lento e difficile passaggio da una mera gestione delle emergenze all’elaborazione di politiche organiche e condivise: tutto questo riproduce oggi, del racconto evangelico, la fretta di “passare oltre””.
E a questo punto, il Papa ha messo in evidenza la questione delle questioni.
“L’Europa – ha detto Leone XIV – possiede un potenziale unico, che le deriva dalla sua storia e dalla sua cultura, e quindi una pari responsabilità. Per la sua posizione geografica e per il suo assetto istituzionale, l’Europa è in grado – in quest’area – di affrontare la crisi in modo organico, inserendo il primo soccorso in un piano strategico di lungo periodo, capace di accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e, nello stesso tempo, lavorando per lo sviluppo, così che nessuno sia costretto a emigrare”.
Ecco la chiave fondamentale di un intervento di senso: lavorare allo sviluppo dei Paesi d’origine, così che nessuno sia costretto a migrare.
Su questo fondamentale punto Leone XIV è in perfetta linea con il cardinale Sarah, il quale ha più volte sostenuto con forza, il “diritto a non emigrare”, intendendo il diritto prioritario delle persone (soprattutto dei popoli africani) a vivere in pace, dignità e con opportunità di sviluppo nella propria terra d’origine, invece di essere spinti all’emigrazione di massa.

In un’intervista a “Il Giornale” del giugno dello scorso anno, il cardinal Sarah ha dichiarato: «Non si può non sostenere il diritto a non emigrare! Chi ritiene le migrazioni necessarie e indispensabili, di fatto, compie un atto egoistico e condanna intere parti del mondo alla totale irrilevanza e, in extremis, all’estinzione. Se i giovani, che sono il futuro della società, lasciano la loro terra, le loro famiglie, il loro popolo, rincorrendo la promessa di una vita migliore, che ne sarà della storia, della cultura, dell’esistenza stessa del Paese che dovrebbe manifestarsi nel sostegno concreto allo sviluppo delle nazioni più povere, non nel “favoreggiamento” del loro svuotamento demografico e di futuro».
Sarah critica chi promuove le migrazioni di massa come soluzione inevitabile o positiva, vedendovi un danno per i Paesi di origine (soprattutto l’Africa), che perdono forza lavoro, giovani, intelligenze e futuro.
La sua posizione non è nuova. Sarah l’ha espressa in libri, interviste e interventi pubblici da anni. Nel libro “Si fa sera e il giorno ormai volge al termine” (con Nicolas Diat, 2019) Sarah ribadisce che «bisogna fare di tutto perché gli uomini possano restare nei Paesi che li hanno visti nascere», critica la migrazione di massa come illusione che priva l’Africa dei suoi figli, denuncia le condizioni indegne in cui vivono molti migranti in Europa («privati della loro dignità») e la complicità con trafficanti e degli scafisti.
In un’intervista a Valeurs Actuelles (2019) Sarah ha affermato: «È meglio aiutare le persone a fiorire nella loro cultura che incoraggiarle a venire in un’Europa in piena decadenza».
Sarah, inoltre non ha mancato di definire l’uso della Bibbia per promuovere le migrazioni una «falsa esegesi» e parla di migrazione di massa come una «nuova forma di schiavitù».
Il cardinal Sarah in altre dichiarazioni ha distinto tra rifugiati autentici (da proteggere) ed emigranti economici, difeso il diritto degli Stati a controllare i confini e a distinguere i casi, e criticato politiche che svuotano i Paesi poveri invece di aiutarli a svilupparsi sul posto. Ha parlato di un «triplice tradimento» verso l’Africa.
In merito alla dottrina sociale della Chiesa, Sarah si richiama a una linea presente nella tradizione cattolica: il diritto primario è restare nella propria patria in condizioni dignitose, e sottolinea l’importanza dell’auto allo sviluppo locale.
Su questa linea si muove esattamente il Piano Mattei, fortemente voluto da Giorgia Meloni e dal Governo di centrodestra.
Il Piano Mattei è l’esatto contrario del colonialismo e del neo colonialismo, ma anche di quella logica coperta da menzogne buoniste che con l’immigrazione aperta e senza limiti vuole solo creare in Europa un esercito di manodopera a basso costo.
Se la sedicente sinistra, di fatto insieme di logiche regressiste e di politiche funzionali al globalismo finanziario, fosse minimamente conscia delle proprie radici, si ricorderebbe che “l’esercito di manodopera di riserva” (o “esercito industriale di riserva”) è un concetto centrale dell’economia politica marxiana, ripreso e contestualizzato da Antonio Gramsci soprattutto nell’analisi della “questione meridionale” e dello sviluppo capitalistico italiano.
“L’esercito di manodopera di riserva” funziona come “leva” dell’accumulazione: tiene bassi i salari, disciplina la classe operaia e fornisce manodopera flessibile nei cicli economici.
Gramsci nei Quaderni del carcere e negli scritti precedenti analizzava la situazione del Mezzogiorno che gli appariva come riserva di manodopera e di emigrazione per i capitalismi stranieri e per l’industria settentrionale.
Il Sud forniva maestranze emigranti (“esercito di riserva di capitalismi stranieri”), contribuendo allo sviluppo di altri Paesi, mentre rimaneva sottosviluppato.
L’Italia era “nazione proletaria” anche perché il suo popolo (operai e soprattutto contadini meridionali) ha fornito lavoro a basso costo all’estero.
Il Mezzogiorno fungeva da serbatoio di manodopera a basso costo e da mercato semi-coloniale per i prodotti dell’industria settentrionale.
Dopo circa cento anni da quando scriveva Gramsci, il Meridione oggi è l’Africa, ma la questione è sempre la stessa e la logica capitalista e finanziaria rimane tale e quale.
In questo panorama drammatico, il Piano Mattei si pone come un’iniziativa strategica del governo italiano lanciata da Giorgia Meloni, formalizzata nel 2023/2024 e presentata al Vertice Italia – Africa del 29 gennaio 2024.
Il Piano, che prende il nome da Enrico Mattei, fondatore dell’ENI, per evocare un approccio di partenariato equo e non predatorio con i paesi produttori di risorse energetiche, mira a un cambio di paradigma nei rapporti con l’Africa: superare la logica tradizionale “donatore-beneficiario” per costruire partenariati paritari con benefici reciproci.
Gli obiettivi chiave includono la promozione dello sviluppo economico e sociale sostenibile nei paesi africani (attraverso investimenti in infrastrutture, istruzione, salute, agricoltura, acqua ed energia), contrastando le cause profonde della migrazione irregolare e del terrorismo, favorendo il “diritto a non emigrare” creando opportunità locali di lavoro, formazione e crescita.
La connessione tra sviluppo e migrazione è centrale. L’idea è che affrontando le cause strutturali della migrazione forzata (povertà, mancanza di opportunità, instabilità, cambiamenti climatici) si riduca la pressione migratoria irregolare verso l’Europa (e l’Italia in particolare).
Non si tratta di “fermare” le migrazioni, ma di renderle scelte e non obblighi, promuovendo anche migrazioni legali e circolari.
Al piagnisteo del progressismo regressista e di una sinistra che ha persino dimenticato i suoi fondamentali, il Piano Mattei oppone la concretezza di un’accoglienza che è accogliere le necessità di sviluppo dei Paesi dai quali arrivano le ondate di migranti per far sì che possano evitare di migrare.
Da un lato la carità pelosa di una sinistra chiacchierona e dall’altro la concretezza politica e strategica di un piano di partenariato che salvaguarda la dignità dei popoli e degli Stati.





