Cosa intendiamo per Alchimia
Alchimia è un termine che racchiude e rappresenta pratiche che possono essere tra loro differenti, quali la trasmutazione dei metalli, la preparazione di composti ed elisir ed anche di medicine dalle straordinarie proprietà terapeutiche, fino alla quintessenza e l’oro potabile.
Per questo, alchimia sfugge a una definizione univoca e sovente è oggetto di interpretazioni tra loro divergenti.
Soprattutto in passato i confini tra alchimia e chimica erano piuttosto labili in considerazione che la trasmutazione dei metalli e la preparazione di medicinali erano spesso praticate insieme ad attività di distillazione, produzione di tinture e perfezionamento dei metalli.
Ma, come descritto da Robert Halleux nel saggio di Alchimia medioevale Histoire des sciences arabes, Tomo III 1986, l’alchimia aveva una sua specificità che la distingueva dalla chimica pratica, poiché adottava dottrine filosofiche e religiose ed un linguaggio simbolico e tecniche di occultamento ermetico.
I simboli: i due principali sigilli dell’ermetismo alchemico
Nell’alchimia ermetica il termine VITRIOL, dal latino medievale vitriòlum, indica il procedimento alchemico della Grande Opera, che consiste nel dissolvimento degli aspetti più duri ed egoistici della persona, così come degli elementi fisici più grossolani, per ricomporli in forma nobile e giungere alla realizzazione della pietra filosofale.
Questa espressione stava a indicare l’esigenza di scendere nelle viscere della terra, cioè negli anfratti oscuri della propria anima, per conseguire l’iniziazione, operando quella trasmutazione della materia nello spirito che avrebbe permesso di conseguire l’immortalità e riportare alla luce la sapienza, attraversando le diverse fasi dell’Opera alchemica, cioè Nigredo, Albedo, Rubedo.
Tale termine nasce come acronimo, o più propriamente come acrostico: V.I.T.R.I.O.L., formato dalle prime lettere di un celebre motto dei Rosacroce, comparso la prima volta nell’opera Azoth del 1613 dell’alchimista Basilio Valentino, espresso in lingua latina: «Visita Interiora Terrae, Rectificando Invenies Occultum Lapidem», che significa «Visita l’interno della terra, operando con rettitudine troverai la pietra nascosta».
La frase continuava alle volte con le parole Veram Medicinam, a indicare che la pietra è anche il «vero rimedio» per ogni malattia, in tal caso l’acrostico diventava VITRIOLUM.

E una altra rappresentazione del VITRIOL, ben conosciuta, è quella del Viridarium Chymicum di Daniel Stolcius von Stolcenberg (Francoforte, 1624) con l’acronimo esplicitato: «Visita Interiora Terrae, Rectificando Invenies Occultum Lapidem»

Le origini
Le prime origini dell’alchimia sono molto incerte e dibattute ma argomenti sufficientemente validi fanno pensare che essa si sia sviluppata tra gli abili metallurgisti e forgiatori del Medio Oriente verosimilmente in Mesopotamia da dove si diffuse ad ovest verso l’Egitto e la Grecia ed a Est lungo le strade carovaniere fino all’India ed alla Cina.
Comunque è certo che fino al VI secolo avanti Cristo vi fu nella città di Harran in Siria un continuo mischiarsi dei principi, idee e metodi della Persia, Siria e Grecia compresi i metodi e le operazioni che riguardavano materiali noti al tempo.
Vos estis sal terrae. Quod si sal evanuerit, in quo salietur? Ad nihilum valet ultra, nisi ut mittatur foras et conculcetur ab hominibus (voi siete il sale della terra.
Perché se il sale perdesse la sua forza, con cosa lo si salerebbe? Non vale a null’altro che ad essere gettato fuori e calpestato dai piedi degli uomini Vangelo secondo Matteo, V,13
E poi
Qui habet aures audiendi audiat (chi ha orecchie per intendere intenda) Vangelo secondo Luca, XIV, 34
Ricordiamo sinteticamente, che il termine alchimia deriva dall’arabo al-khīmiyya o al-khīmiyya (الكیمیا o الخیمیاء), ed è composto dell’articolo determinativo al- e della parola kīmiyya che significa “chimica” e che a sua volta, sembrerebbe discendere dal termine greco khymeia (χυμεία) che significa “fondere”, “colare insieme”, “saldare”, “allegare”, ecc. (da khumatos, “che è stato colato, un lingotto”).
Un’altra etimologia collega la parola con Al Kemi, che significa “l’arte egizia”, dato che gli antichi Egizi chiamavano la loro terra Kemi ed erano considerati potenti maghi in tutto il mondo antico.
Alcuni studiosi riportano che il vocabolo potrebbe anche derivare da kim-iya, termine cinese che significa «succo per fare l’oro».
In Cina per la precisione, con neidan si intende una alchimia interna (in cinese 內丹术 nèidān shù «arte dell’equilibrio interno»), un insieme di dottrine esoteriche e pratiche fisiche, mentali e spirituali che gli iniziati taoisti utilizzano per prolungare la vita e creare un corpo spirituale immortale capace di sopravvivere alla morte del corpo fisico.
In questo senso, è chiamato Jindan (金丹 jīndān) una sorta di «elisir aureo», prodotto da combinate teorie derivate dall’alchimia esterna cinese (waidan) quasi spargirica, dalla cosmologia, e dalla medicina tradizionale cinese, con tecniche di meditazione taoista, ginnastica daoyin.
Nel neidan il corpo umano diventa un forno alchemico (o ding), nel quale i tre tesori Jing (l’essenza), Qi (il respiro), e Shen (lo spirito), sono coltivati con l’obiettivo di migliorare la salute fisica, mentale, ed emotiva, e successivamente tornare all’unità primordiale del Tao, ovvero diventare un immortale.
Si ritiene che lo Xiuzhen Tu sia una tal sorta di mappa per lo sviluppo personale. In Cina il neidan rimanda a una serie di pratiche importante per molte scuole di Taoismo.

Secondo il Libro dell’equilibrio e dell’armonia, del XIII secolo, l’alchimia interna si focalizza sulle trasformazioni dei sanbao, i “tre tesori”, le energie essenziali che sostengono la vita:
Jing 精 “essenza nutritiva, essenza; rifinito, perfezionato; estratto; spirito, sperma, seme”;
Qi 氣 “vitalità, energia, forza; aria, vapore; spirito, vigore; attitudine”
Shen 神 “spirito; anima, mente; dio, divinità; essere soprannaturale”.

Sviluppo dell’embrione immortale alla base del dan tian dell’adepto taoista
Ma chiarito, seppur in modo grossolano, quello che i Cinesi intendono come metodo alchemico per il benessere interno, torniamo ai nostri appunti storici dell’evoluzione della alchimia.
Diversi sono i grandi obiettivi che si proponevano gli alchimisti: conquistare l’onniscienza, raggiungendo il massimo della conoscenza in tutti i campi del sapere; creare la panacea universale, un rimedio cioè per curare tutte le malattie, generare e prolungare indefinitamente la vita; la trasmutazione delle sostanze e dei metalli, ovvero la ricerca della pietra filosofale.
Nei secoli l’alchimia, oltre ad essere una disciplina fisica e chimica, implicava un’esperienza di crescita o meglio un processo di liberazione spirituale dell’operatore.
In quest’ottica la scienza alchemica veniva e viene a rappresentare una conoscenza metafisica e filosofica, assumendo connotati mistici e soteriologici, nel senso che i processi ed i simboli alchemici, oltre al significato materiale, relativo alla trasformazione fisica, possiedono un significato interiore relativo allo sviluppo spirituale.
Il declino dell’alchimia iniziò nel XVIII secolo, quando le metodologie empiriche erano ormai vincenti, con la nascita della chimica moderna, che si limitò ad una struttura più concreta e misurabile matematicamente per comprendere le trasmutazioni della materia con un nuovo disegno dell’universo basato sul materialismo razionale.
Ma oltre a ricordare il ruolo della Tradizione taoista cinese, non dimentichiamo il ruolo che nel Medioevo ebbero gli Arabi sull’ alchimia.
Intorno al XII secolo tutto il sapere pratico e teorico degli alchimisti arabi cominciò a filtrare nell’Europa occidentale attraverso la Spagna con le traduzioni dei testi arabi.
In una delle più antiche che ha per titolo Liber de compositione alchemiae, l’autore della traduzione tal Roberto di Chester scrisse nel 1144: “poiché il vostro mondo latino non conosce ancora che cosa sia l’alchimia, ed in che cosa consista, io ve lo illustrerò nella mia opera”.
E così accadde per gli antichi testi greci dopo essere passati attraverso la traduzione araba per giungere nella versione latina secoli dopo, nella Europa occidentale.
Nel periodo medioevale gli Arabi detenevano il primato nel campo delle scienze: essi avevano saputo assimilare l’antico sapere della Persia ed il patrimonio classico della Grecia. Fin nella lontana India seppero (per lo più attraverso la Persia) attingere nuove conoscenze.
Sempre nell’età di mezzo, essi eccelsero in ogni campo della scienza: in medicina come in filosofia, in alchimia, in astrologia, in matematica ed in geografia.
Attraverso la Spagna, la Siria e la Sicilia questo sapere venne poi trasmesso all’Europa, la quale per lunghi secoli fu dunque debitrice agli Arabi del sapere.
Senza i filosofi arabi musulmani, l’Europa avrebbe riscoperto più tardi la sua stessa filosofia classica e i due massimi filosofi greci, Platone e Aristotele, per molto tempo sarebbero rimasti noti solo di nome.
I due maggiori filosofi arabi (arabi di lingua ma non di nascita) furono Averroè (1126 – 1198) nato nella Còrdova musulmana e Avicenna (980 – 1037), originario della regione di Bukhara. Essi furono considerati due campioni del sapere; erano versati in ogni scienza e Averroè fu pure sommo giurista.

Specifichiamo, in più, che l’alchimia è la scienza esoterica il cui primo fine era trasformare il piombo, ovvero ciò che è negativo, in oro, ovvero ciò che è positivo.
Estrapolando il principio nell’uomo, questo rappresenta il modo per fargli riscoprire la sua vera “natura interna”, il proprio Dio.
Gli alchimisti cercavano di nascondersi, di rendersi occulti usando allegorie, per preservare le loro conoscenze da quanti erano ancora impreparati a comprenderle e risultavano perciò esposti al pericolo di farne un cattivo uso, risultando, quindi, ermetici, da Hermes il dio greco e da quello egizio Thot, naturalmente rifacendosi a Ermete Trismegisto.
Il principio della trasmutazione dei metalli di base in oro – ad esempio con la pietra filosofale o grande elisir o quintessenza o pietra dei filosofi o tintura rossa – simboleggia un tentativo di arrivare alla perfezione e superare gli ultimi confini dell’esistenza.
Gli alchimisti credevano che l’intero universo stesse tendendo verso uno stato di perfezione, e l’oro, per la sua intrinseca natura di incorruttibilità, era considerato la sostanza che più si avvicinava alla perfezione.
Logico pensare che riuscendo a svelare il segreto dell’immutabilità dell’oro si sarebbe ottenuta la chiave per vincere le malattie ed il decadimento organico; da ciò l’intrecciarsi di tematiche chimiche, spirituali e astrologiche che furono caratteristiche dell’alchimia medievale.
Nel tempo l’alchimia iniziando quasi come un’appendice metallurgico-medicinale della religione e maturando in un ricco coacervo di studi, si andò trasformando in scienza sapienziale ed alla fine finirà per fornire alcune delle fondamentali conoscenze empiriche nel campo della chimica e della medicina moderne, le quali tuttavia sono state interpretate anche come una sua forma di decadenza.
Il declino dell’alchimia iniziò nel XVIII secolo con la nascita della chimica moderna, che si limitò ad una struttura più concreta e misurabile matematicamente per comprendere le trasmutazioni della materia, e la medicina, con un nuovo disegno dell’universo basato sul materialismo razionale.
I principi fondamentali alchemici sono, in sintesi, lo zolfo, il mercurio che, nel linguaggio simbolico dell’alchimia, rappresentano le due essenze primordiali viste nel quadro di un sistema dualistico il quale ritiene qualsiasi materiale come miscela di questi due componenti, vale a dire di un elemento “in combustione” (zolfo) e di uno “volatile” (mercurio), dotati di gradi diversi di purezza e in un diverso rapporto di mescolanza tra loro.
Lo zolfo interno predominando sul mercurio lo cuoce, lo digerisce, lo condensa e lo fissa in un corpo…
Da Paracelso (1493 – 1541) venne poi aggiunto un terzo elemento come principio, il sale (sal), che doveva costituire la tangibilità: quando il legno è in combustione, la fiamma prende origine dal sulphur, il mercurius trapassa in evaporazione, mentre il sal ne è la cenere residua…
E una analogia si può fare con i tre livelli Platonici, spirito /mercurio, anima/zolfo e corpo/sale.
Poi ci sono i quattro elementi, basilari: Terra, Acqua, Aria e Fuoco, sotto personificati in un celebre quadro allegorico.

L’alchimista deve far quadrare il cerchio…

Dal punto di vista strettamente simbolico, la quadratura del cerchio è stato uno dei rompicapi dell’antichità in ogni latitudine ed emisfero e da quello prettamente ermetico la raffigurazione del cerchio, del quadrato e del triangolo si associa a un significato simbolico numerico: il tre 3, associato alla Divinità, il Trinomio; il quattro 4, quindi, ai quattro elementi costituenti, l’uomo; il dieci 10, la perfezione, ed anche per riduzione teosofica, l’Uno 1.

Dal dieci si passa al quattro del quadrato, l’uomo, a sua volta iscritto nel triangolo, il Trinomio della Divinità ed ancora tutto iscritto nel cerchio, maggiore, sotto l’autorità dell’Uno che racchiude il Tutto…
Anche Leonardo da Vinci si preoccupò della quadratura del cerchio con il suo celebre Uomo Vitruviano.
Mentre il cerchio rappresenta infatti l’Uno indifferenziato, la dinamicità e la ciclicità del tempo perenne senza inizio né fine, il quadrato rimanda alla sua realizzazione concreta nello spazio e alla stabilizzazione, come ha fatto notare René Guénon che li pone in relazione al corso dell’attuale ciclo cosmico.
E Dante in Paradiso, XXXIII, 133-136, descrive:
«Qual è il geometra che tutto s’affige
per misurar lo cerchio, e non ritrova,
pensando, quel principio ond’elli indige,
tal era io a quella vista nova.»
La quadratura del cerchio non era un semplice rompicapo ludico, ma rispondeva ad esigenze di natura profondamente esoterica, assurgendo a simbolo della congiunzione alchemica degli opposti e della pietra filosofale: essendo il cerchio tradizionalmente associato al Cielo e il quadrato alla Terra, far coincidere matematicamente le due figure equivaleva a comporre lo Spirito con la Materia, il Trascendente con l’Immanente, realizzando il rebis o l’androgino in cui consisteva il segreto della creazione.

Torniamo all’opus alchemicum.
Per ottenere la pietra filosofale l’Opera avveniva mediante sette procedimenti, divisi in quattro operazioni, Putrefazione, Calcinazione, Distillazione e Sublimazione, e tre fasi, Soluzione, Coagulazione e Tintura, anche qui 4+3=7
Attraverso queste operazioni la “materia prima”, mescolata con lo zolfo ed il mercurio e scaldata nella fornace (athanor), si sarebbe trasformata gradualmente, passando attraverso vari stadi, contraddistinti dal colore assunto dalla materia durante la trasmutazione, perdendo, così, i suoi aspetti grossolani per assumerne di più eterei o spirituali.
Il numero di queste operazioni risulta essere piuttosto variabile secondo gli autori dei trattati di alchimia considerati, ed è comunque legato al significato simbolico allegorico dei numeri.
In questo gli autori sono vaghi ed a volte contraddittori. Molti si accontentano di alcuni accenni piuttosto sommari mentre altri compilano un elenco dettagliato delle varie operazioni.
Ad esempio Josephus Quercetanus, alchimista, medico e diplomatico, che conobbe in Francia e nella Svizzera francese una celebrità simile a quella di Paracelso, stabilì nel 1576 una sequenza di dodici operazioni, vedi figura sotto riportata, nell’ordine seguente: 1° Calcinatio, 2° Solutio, 3° Elementoium separatio, 4° Coniunctio, 5° Putrefactio, 6° Coagulatio, 7° Cibatio, 8° Sublimatio, 9° Fermentatio, 10° Exaltatio, 11° Augmentatio, 12° Proiectio. (da Quercetanus, Ad Iacobi Auberti Vindonis de ortu et causis metailorum con tra chemicos explicationem, in Theatrum chemicum, vol. 2)
Ognuno di questi concetti possiede, come risulta dalla letteratura, molteplici significati: per rendersene conto a sufficienza basta leggere le relative spiegazioni nel Lexicon di Ruland (1612).

Le fasi alchemiche, se vogliamo considerare le totali, dodici (12), rappresentano un percorso simbolico non solo della trasformazione della materia, ma soprattutto dell’evoluzione spirituale dell’individuo.
Queste fasi affondano le loro radici nell’antichità, con influenze che vanno dall’Egitto ellenistico alla tradizione greco-romana, passando per la cultura araba e medievale europea con un comune denominatore legato a codificare un linguaggio simbolico che in una lettura analogica permetta un percorso di purificazione e illuminazione spirituale.
Peraltro, il numero 12 non è casuale: richiama i 12 segni zodiacali, i 12 mesi dell’anno e i 12 apostoli, simboli di completezza e ciclicità. Le fasi alchemiche rappresentano un processo circolare, un viaggio che inizia e finisce con la ricerca dell’unità primordiale, l’Uno – Tutto.

Le 12 fasi alchemiche sono spesso rappresentate attraverso immagini simboliche, come il Serpente Ouroboros che si morde la coda.
Ogni fase è associata a un colore, un pianeta, un metallo e un simbolo specifico, creando una mappa complessa che guida l’adepto attraverso la trasformazione interiore.
Ecco le 12 fasi:
Calcinazione (Calcinatio): La prima fase rappresenta la riduzione della materia in cenere, la distruzione dell’ego e delle illusioni mondane. Il colore associato è il nero, simbolo della Nigredo, la prima tappa del processo alchemico.
Dissoluzione (Solutio): La materia viene sciolta in acqua, rappresentando la purificazione e la fluidità emotiva. È il momento in cui l’individuo si abbandona al flusso della vita, sciogliendo le resistenze interiori.
Separazione (Separatio): In questa fase, gli elementi puri vengono separati da quelli impuri, è il discernimento tra ciò che è essenziale e ciò che è superfluo nella propria vita.
Congiunzione (Coniunctio): Gli opposti si uniscono, creando una nuova sostanza. È il matrimonio tra il maschile e il femminile, il sole e la luna, lo spirito e la materia.
Putrefazione (Putrefactio): La materia si decompone, simboleggiando la morte simbolica dell’individuo vecchio. È una fase oscura ma necessaria per la rinascita.
Coagulazione (Coagulatio): Dalla putrefazione emerge una nuova forma, più pura e solida. Rappresenta la cristallizzazione delle intuizioni spirituali.
Digestione (Digestio): La materia viene trasformata attraverso un processo lento e graduale, simile alla digestione del cibo. Simbolicamente, è l’assimilazione delle esperienze vissute.
Distillazione (Distillatio): La purificazione attraverso il fuoco e l’acqua. È il momento in cui l’essenza spirituale viene separata dalle impurità residue.
Sublimazione (Sublimatio): La materia si trasforma in vapore, ascendendo verso l’alto. Rappresenta l’elevazione spirituale e la trascendenza della condizione umana.
Fermentazione (Fermentatio): La materia viene vivificata da un principio vitale, è l’inizio della trasformazione spirituale profonda.
Moltiplicazione (Multiplicatio): La sostanza purificata si moltiplica, è l’espansione della coscienza e la connessione con il divino.
Proiezione (Projectio): L’ultima fase rappresenta la capacità di trasformare la materia grezza in oro spirituale. È il momento in cui l’adepto, ormai illuminato, può condividere la sua saggezza con il mondo.
La lettura delle 12 fasi alchemiche, le totali 12 come prima descritto, indica un percorso interiore che conduce alla Grande Opera (Opus Magnum), ovvero la realizzazione del Sé superiore.
Ogni fase rappresenta una tappa del viaggio dell’anima, un passaggio dalla frammentazione all’unità, dall’ignoranza alla conoscenza e le 12 fasi alchemiche non sono un percorso lineare, ma un ciclo che si ripete all’infinito, come il moto dei pianeti o il ciclo delle stagioni.
Ogni volta che l’individuo completa il viaggio, raggiunge un nuovo livello di comprensione e purificazione, avvicinandosi sempre di più alla perfezione spirituale.
I tre stadi fondamentali per sciogliere e ricomporre la materia secondo il motto latino «solve et coagula» sono:
Nigredo o opera al nero, in cui la materia si dissolve, putrefacendosi; Albedo o opera al bianco, durante la quale la sostanza si purifica, sublimandosi; Rubedo o opera al rosso, che rappresenta lo stadio in cui si ricompone, fissandosi.
Un’ulteriore distinzione si produce tra la cosiddetta via umida, in cui la separazione viene effettuata da un liquido, e la via secca, più rapida, in cui si salta la fase al nero e si opera direttamente col fuoco.
In più, gli elementi cosmici avevano grande importanza non solo per la loro influenza sui processi alchemici, ma anche per il parallelismo che li legava agli elementi naturali, in base al principio analogico dell’ermetismo secondo cui «ciò che sta in basso è come ciò che sta in alto».
Tradizionalmente, ognuno dei sette corpi celesti del sistema solare conosciuti dagli antichi era associato con un determinato metallo.

La lista del dominio dei corpi celesti sui metalli è la seguente:
il Sole è collegato con l’Oro, la Luna è connessa con l’Argento, Mercurio con il Mercurio, Venere con il Rame, Marte con il Ferro, Giove con lo Stagno, Saturno con il Piombo.





