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LA LANTERNA DELL’ABISSO

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di Saul Tonazot

Vi fu un tempo, in un’epoca inaccessibile al computo dei secoli, in cui il cielo era ancora giovane e la terra custodiva in sé il respiro sacro degli dèi. In quel tempo remoto, immerso nel sogno primordiale del mondo, viveva un popolo che abitava ai margini dell’Abisso: un baratro senza fondo, oscuro e silenzioso, attorno al quale si narravano leggende intrecciate d’orrore e di reverenza.

Nessuno osava avvicinarvisi. Il Vuoto non aveva volto né voce, ma pareva guardare. E chi lo fissava troppo a lungo, dicevano, vi cadeva dentro… o vi si ritrovava.

Eppure, tra quella gente vi era un ragazzo chiamato Nadir, che non temeva l’Abisso. Anzi, sentiva che nel suo silenzio abitava una chiamata. Ogni notte si sedeva sul ciglio del precipizio, con una piccola lanterna ad olio stretta fra le mani. Nessuno capiva perché lo facesse. La luce sembrava ridicola di fronte all’immensità del buio.

Una sera, un vecchio saggio del villaggio, dal volto solcato come corteccia antica, si avvicinò e disse:

«Perché illumini il Nulla?»

Nadir rispose: «Forse, se vi è qualcuno laggiù, vedrà che non è solo.»

Il vecchio tacque, e non tornò più.

Passarono gli anni. Le stagioni si piegarono e si rialzarono come onde del tempo. Nadir divenne uomo, ma la sua lanterna non si spense mai. Ne curava la fiamma come fosse un cuore. E l’Abisso taceva.

Poi, una notte senza luna, accadde ciò che nessuno aveva mai visto: l’Abisso restituì un suono. Non un grido, non un ruggito, ma un canto. Profondo. Lontano. Familiare. Come se qualcosa – o qualcuno – da eoni dimenticato, rispondesse.

La gente si radunò, tremebonda, ma Nadir non tremava. Si alzò, avvolto da un silenzio più solenne del buio, e disse solo: «È tempo.»

Scese nel baratro.

Nessuno lo vide più; ma da allora, ogni notte, dal fondo dell’Abisso si leva una luce. Non una fiamma qualsiasi, ma un bagliore dorato che danza come una stella prigioniera. E il popolo non teme più l’Abisso, perché ha compreso: l’Oscurità non è nemica, è madre del segreto. La paura è custode del Mistero. E chi porta luce nel cuore dell’Ignoto, accende il fuoco che svela il volto del Re.

Così si tramanda, fra i saggi delle ere, che l’uomo non sia chiamato a fuggire il buio, ma ad attraversarlo. Che ciò che è più profondo è ciò che più ci somiglia. E che solo chi osa discendere può veramente risalire; non come era, ma come è sempre stato.

Poiché l’Abisso, in fondo, è solo il riflesso dell’uomo che non sa ancora di essere luce.

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  • Redazione

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