
La guerra invisibile del gas: come la Turchia sta ridisegnando l’Eurasia
Mentre tutti siamo concentrati sulla Palestina e sull’accordo di pace, e ben venga ogni gesto che contribuisca alla fine di una guerra, la presenza di Blair in Medio Oriente, il giacimento di Gaza Marine e le tensioni diplomatiche che si accendono intorno allo sfruttamento del gas, mostra un palcoscenico ancora più grande. Ci sono attori che, al di là dei riflettori, stanno preparando il terreno per accordi energetici e assetti di potere che definiranno i confini geopolitici dell’Eurasia nei prossimi decenni.
Un passaggio decisivo si sta verificando con la Turchia, la quale finora erogava ed era cliente del gas russo e iraniano, ma adesso ha la possibilità di ridefinire la propria strategia energetica. L’intento non è solo ridurre la dipendenza da Mosca e Teheran, ma trasformarsi lei stessa in un nodo strategico per l’Europa, un hub capace di distribuire gas liquefatto (GNL) e risorse alternative, modificando in profondità le rotte energetiche e riducendo i margini di manovra dei fornitori tradizionali come Gazprom e la National Iranian Gas Company.
Secondo l’agenzia Reuters, entro il 2028 Ankara potrebbe soddisfare oltre la metà del proprio fabbisogno energetico grazie a fonti interne e importazioni diversificate, in particolare di GNL dagli Stati Uniti. Questo cambiamento non è solo tattico: è un piano politico che punta a ristrutturare gli equilibri regionali. Recentemente BOTAS, la compagnia statale turca, ha siglato accordi importanti, incluso un contratto ventennale con la Svizzera Mercuria Energy Trading, primario trader globale di materie prime per forniture di GNL. Inoltre, c’è un’intesa con la Texana Cheniere Energy, BP, Eni e Shell che hanno firmato accordi di fornitura di gas naturale liquefatto (GNL) con la compagnia statale turca Botas, per volumi totali di 8,7 miliardi di metri cubi tra il 2026 e il 2028. Nello specifico, Cheniere fornirà 1,2 miliardi di metri cubi di GNL e, tra gli altri accordi, BP fornirà 4,8 miliardi, Eni 1,5 miliardi e Shell 2,4 miliardi di metri cubi, una strategia di diversificazione energetica immensa.
L’idea è chiara: meno gas russo e iraniano destinato alle esportazioni; più gas liquido e produzione nazionale per uso interno; capacità di rinegoziare i contratti esistenti con maggiore libertà. Ciò significa che anche quando i passati accordi scadranno come quelli con l’Iran a metà 2026, la Turchia non sarà più nella stessa posizione subordinata. L’accordo comporta almeno tre conseguenze strategiche rilevanti: Indebolimento di Mosca e Teheran come fornitori energetici imprescindibili: se Ankara riduce la sua dipendenza, quei rapporti si trasformeranno, non scompariranno, ma perderanno il loro peso negoziale.
Aumento dell’influenza turca nei rapporti con l’Europa e con Washington: diventando hub, la Turchia può esercitare pressione politica, modulare i prezzi e offrire rotte alternative.
Riformulazione dell’architettura energetica europea: l’Europa dovrà fare i conti con un corridoio energetico che passa per la Turchia, non più direttamente da est a ovest, ma attraverso un nodo intermedio e questo la può far divenire sia un buon partner oppure una leva strategica. Non siamo davanti ad un semplice aggiustamento commerciale, ma ad una vera e propria ristrutturazione del potere, quello invisibile ai più , ma reale sul piano concreto. In un mondo dove l’energia è sicurezza, dove l’approvvigionamento è geopolitica, le mosse che sembrano piccoli contratti di GNL o accordi ventennali riscrivono la mappa futura della libertà nazionale, sopratutto della dipendenza e della sovranità delle nazioni.





