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La guerra dell’intelligenza artificiale è entrata in casa

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intelligenza artificiale è entrata in casa

Il vero terreno di confronto del XXI secolo sarà soltanto sarà l’intelligenza

Per tanto tempo abbiamo raccontato l’intelligenza artificiale come una competizione tra Stati, soprattutto tra Washington e Pechino.

I semiconduttori contro le terre rare, Nvidia contro Huawei, i divieti all’export dei chip, gli investimenti miliardari, le nuove alleanze strategiche, la corsa ai data center e specialmente all’energia necessaria per alimentarli.

Tutto sembrava confermare che la nuova Guerra Fredda del XXI secolo si sarebbe combattuta lungo una sola linea di frattura quella tra gli Stati Uniti e la Cina, ma sta accadendo qualcosa che forse era ancora più inevitabile, che la vera guerra è scoppiata dentro casa.

La denuncia con cui Apple accusa OpenAI di aver utilizzato informazioni riservate e know-how industriale, il patrimonio di conoscenze, tecniche e segreti di progettazione che costituisce il valore strategico di un’azienda, per sviluppare il proprio hardware dedicato all’intelligenza artificiale, rappresenta molto più di una controversia legale.

È il segnale che la competizione ha raggiunto un nuovo livello. Quando la posta in gioco diventa il controllo della prossima piattaforma tecnologica globale, anche le alleanze più solide possono dissolversi.

Fino a ieri Apple e OpenAI erano partner, infatti ChatGPT entrava negli iPhone attraverso Apple Intelligence, simbolo di una collaborazione destinata a rafforzare entrambi.

Oggi quella relazione si trasforma in un confronto diretto, nel quale non si discute soltanto di ex dirigenti, brevetti o presunti segreti industriali, si discute del controllo del prossimo paradigma tecnologico.

L’intelligenza artificiale non è più un’applicazione, è diventata l’infrastruttura sulla quale si costruirà il potere economico, industriale e strategico dei prossimi decenni.

La vicenda si posiziona su un terreno scivoloso se osservata nel contesto internazionale.

Gli Stati Uniti stanno investendo centinaia di miliardi di dollari per mantenere la leadership mondiale nell’intelligenza artificiale. La Cina considera l’AI uno dei pilastri del proprio progetto di supremazia tecnologica entro il 2030.

L’Unione europea tenta di governarne gli sviluppi attraverso l’AI Act. Persino il Vaticano ha scelto di intervenire, dedicando un’intera riflessione al rapporto tra intelligenza artificiale, dignità umana ed etica, riconoscendo che la sfida non riguarda soltanto l’innovazione, ma il futuro stesso della civiltà.

Quando la Santa Sede sente il bisogno di entrare nel dibattito sull’intelligenza artificiale con un’Enciclica, significa che non siamo più davanti a una rivoluzione tecnologica, ma a una trasformazione antropologica.

Ed è proprio in questo scenario che esplode lo scontro tra Apple e OpenAI.
Non è una semplice disputa tra aziende. È il sintomo di una nuova fase della competizione globale.

La prima fase è stata quella dei modelli linguistici, chi costruiva il sistema più potente, la seconda è quella delle infrastrutture, chip, GPU, data center, energia elettrica, reti e cloud, la terza, quella che sta iniziando oggi, riguarda il controllo dell’interfaccia attraverso cui miliardi di persone accederanno quotidianamente all’intelligenza artificiale.

Chi possiederà quel dispositivo controllerà il punto di contatto tra uomo e macchina. È la stessa logica che rese dominante Apple con l’iPhone.
Sam Altman di OpenAI lo ha compreso perfettamente.

Per questo ha coinvolto Jony Ive, l’uomo che contribuì a rivoluzionare il design dell’iPhone, perché non basta possedere il miglior modello di intelligenza artificiale, bisogna costruire l’oggetto attraverso il quale quell’intelligenza entrerà nella vita quotidiana.

Apple, naturalmente, non può permettere che il proprio vantaggio storico venga eroso proprio da chi, fino a ieri, era un alleato, la battaglia, quindi, non riguarda soltanto un dispositivo ma la sovranità tecnologica.

Riguarda la proprietà intellettuale, il controllo delle filiere produttive, la sicurezza dei dati, la capacità di attrarre i migliori ingegneri del mondo e di trasformare la conoscenza in vantaggio competitivo.

Oggi il capitale più prezioso non è una fabbrica, ma il know-how, cioè il patrimonio di conoscenze tecniche e progettuali che rappresenta uno degli asset più preziosi di un’azienda.

E quando il know-how diventa strategico e fondamentale, ogni passaggio di personale, ogni brevetto, ogni progetto industriale assume una dimensione geopolitica.

Non è un caso che, parallelamente, gli Stati stiano imponendo controlli sempre più severi sull’esportazione dei semiconduttori avanzati, sulle tecnologie quantistiche e sulle infrastrutture digitali.

L’intelligenza artificiale è ormai considerata una tecnologia dual use, civile e militare insieme. Il confine tra impresa privata e interesse nazionale si assottiglia sempre di più.

Per questo la causa Apple-OpenAI potrebbe essere ricordata come molto più di una disputa giudiziaria. Potrebbe segnare il momento in cui la competizione per l’intelligenza artificiale ha cessato di essere soltanto una sfida tra potenze ed è diventata una guerra per il controllo dell’intero ecosistema tecnologico.

Dopo aver diviso Washington e Pechino, l’intelligenza artificiale divide ora anche la Silicon Valley. È la conferma che il vero terreno di confronto del XXI secolo non sarà soltanto il territorio, il mare o lo spazio. Sarà l’intelligenza. Naturale e artificiale.

Perché chi riuscirà a controllarne gli strumenti, le infrastrutture e l’accesso non guiderà semplicemente il mercato guiderà gli equilibri del potere globale e questa volta la frase che ripeto spesso cade proprio ad hoc: “ricordiamoci che non esistono cattivi strumenti ma solo buoni suonatori”.

Autore

  • Elena Tempestini

    Elena TempestiniElena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.

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