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La guerra dei linguaggi

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La guerra dei linguaggi

Una dimostrazione di forza davanti al mondo

Quando ascolto frasi come queste ‘gli stiamo spezzando le ossa’, ‘andremo avanti fino alla sconfitta completa’, ‘state attenti a non essere voi a scomparire’ ho sempre la sensazione di assistere non solo a una guerra militare, ma a qualcosa di più profondo: una guerra di narrazioni, di orgoglio e di destino storico.

La crisi tra Iran, Israele e Stati Uniti sta entrando in una fase che non è più soltanto tattica. È diventata una dimostrazione di forza davanti al mondo.

Le parole del premier israeliano Benjamin Netanyahu ‘gli stiamo spezzando le ossa’ appartengono al linguaggio delle guerre decisive, quelle in cui non si cerca più un compromesso ma una resa psicologica del nemico.

Dall’altra parte il presidente americano Donald Trump lascia intendere che la fase diplomatica potrebbe essere finita: negoziare ‘è possibile’, dice, ma ‘non ne abbiamo più bisogno’. È una frase breve, ma dal peso enorme.

Significa che Washington ritiene di avere il vantaggio strategico in mano. Nel frattempo da Teheran arriva una risposta speculare.

Il capo del Consiglio di Sicurezza nazionale, Ali Larijani, avverte gli Stati Uniti: ‘Attenti a non essere voi a scomparire’. È il linguaggio tipico delle civiltà che si sentono sotto assedio. L’Islamic Revolutionary Guard Corps – i Pasdaran – lo dicono apertamente: ‘Siamo noi a determinare la fine della guerra’.

Nel frattempo il conflitto si allarga nel territorio. Israele continua i raid sul Libano, mentre la Turchia schiera batterie Patriot missile system, segno che tutta la regione sente che la situazione può sfuggire di mano in qualsiasi momento. Quando succede questo, la guerra smette di essere un evento locale e diventa un equilibrio instabile tra potenze.

Per capire cosa sta accadendo bisogna guardare sotto la superficie. Israele combatte con l’idea che l’Iran rappresenti una minaccia esistenziale. Gli Stati Uniti combattono per difendere la loro architettura di potere nel Medio Oriente. L’Iran combatte con la convinzione di rappresentare l’ultimo grande Stato che sfida apertamente l’ordine occidentale nella regione.

Non sono quindi solo eserciti che si scontrano. Sono visioni del mondo. E quando una guerra diventa questo, smette di avere tempi brevi. La storia ci insegna che i conflitti iniziati con la promessa di una vittoria rapida spesso diventano i più lunghi e imprevedibili.

Perché ogni attore, quando entra in gioco l’orgoglio nazionale e la sopravvivenza del regime, preferisce sopportare enormi perdite piuttosto che ammettere di aver perso.

C’è poi un altro elemento che molti sottovalutano. Il Medio Oriente non è solo una regione geografica. È un crocevia energetico, religioso e strategico dove si riflettono gli interessi di mezzo pianeta.

Ogni missile lanciato lì non riguarda solo quei Paesi, ma tutto l’equilibrio globale. Per questo, osservando questa escalation, la mia impressione è che il mondo stia entrando in una fase nuova.

Non più guerre limitate e controllate. Ma conflitti a catena, dove ogni attore regionale può trascinare dentro potenze più grandi. Ed è qui che nasce la riflessione che mi sembra più importante. Le grandi potenze parlano spesso di vittoria totale.

Ma la storia moderna dimostra che le guerre tra civiltà e identità profonde non producono vincitori, producono soltanto cicli di vendetta. Il vero problema non è chi vincerà questa battaglia. Il vero problema è capire se qualcuno, nel mezzo di questa escalation, avrà ancora la forza di immaginare la pace prima che la guerra diventi irreversibile.

Perché quando tutti iniziano a parlare come se il nemico dovesse essere distrutto, la storia ci insegna una cosa semplice e terribile: a quel punto la guerra non appartiene più agli uomini che l’hanno iniziata. Comincia a camminare da sola.

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