
La grande illusione fiscale: l’Italia tassa ma non restituisce
“La disuguaglianza è il più grande nemico della libertà.”
— John Rawls
Per anni è stato ripetuto che la pressione fiscale in Italia stava diminuendo. Una narrazione rassicurante, utile a giustificare manovre di bilancio, tagli alla spesa e promesse elettorali. Ma la realtà raccontata dai numeri è opposta: la pressione fiscale non solo rimane tra le più alte d’Europa, ma continua a colpire in modo squilibrato le fasce più deboli e oneste della popolazione. Mentre si pretende rigore dai lavoratori dipendenti e dai piccoli imprenditori, si chiudono gli occhi davanti a evasione, elusione e privilegi fiscali. E il risultato è un sistema ingiusto e inefficiente, in cui le tasse non diventano servizi, ma vanno disperse in una spesa pubblica spesso opaca e clientelare.
Una pressione fiscale opprimente
Secondo i dati della Commissione Europea e dell’OCSE, la pressione fiscale in Italia si attesta costantemente tra il 42% e il 43% del PIL. Si tratta di uno dei livelli più alti dell’area euro e del mondo industrializzato. La media OCSE si ferma infatti attorno al 33,9%. Ma più ancora del dato complessivo, colpisce la distribuzione del peso fiscale: l’Italia è uno dei Paesi con il più alto cuneo fiscale sul lavoro, cioè la differenza tra quanto costa un dipendente all’azienda e quanto effettivamente riceve in busta paga.
Nel 2024, il tax wedge per un lavoratore single senza figli ha superato il 47%, un livello quasi insostenibile. Questo significa che quasi metà di quanto un’azienda spende per un lavoratore va in tasse e contributi. A confronto, in Germania siamo al 47,9%, in Francia al 47,2%, ma in quei Paesi il livello dei servizi pubblici è nettamente superiore. In Spagna, invece, il tax wedge è attorno al 39%, nei Paesi Bassi al 36,5%, mentre in Irlanda scende addirittura sotto il 33%. Il problema dell’Italia non è solo quanto si tassa, ma cosa si ottiene in cambio: sanità con liste d’attesa infinite, scuole carenti di personale e strutture, trasporti regionali inadeguati, un welfare spesso inefficace.
Il confronto con i governi del passato
L’illusione che le tasse stiano diminuendo è il frutto di una lunga sequenza di annunci non mantenuti. A partire dal governo Monti, che ha inaugurato la stagione dell’austerità con misure drastiche: aumento dell’IVA, introduzione dell’IMU anche sulla prima casa, nuove imposte sui conti correnti e sulle pensioni. Questi interventi, seppur tecnicamente coerenti con gli obiettivi di riduzione del deficit, hanno avuto un impatto negativo sulla crescita e sulla percezione della giustizia fiscale. La pressione è aumentata soprattutto per il ceto medio.
Il governo Renzi, nel suo primo mandato, ha cercato di dare un segnale diverso, introducendo il bonus da 80 euro per i redditi medio-bassi e abolendo l’IMU sulla prima casa. Tuttavia, il beneficio fiscale è stato selettivo, temporaneo e non ha inciso strutturalmente sull’impianto del sistema. Anzi, ha generato squilibri, favorendo anche chi non aveva bisogno e indebolendo la progressività fiscale.
Nel secondo governo Renzi e sotto Gentiloni, la strategia è stata più cauta, con piccole riduzioni IRAP e IRES per le imprese, ma senza una visione riformatrice. La lotta all’evasione è rimasta blanda e lo sforzo di semplificazione si è perso nei dettagli tecnici.
Con il primo governo Conte, sostenuto da Lega e Movimento 5 Stelle, si è passati a una fase più ideologica: la flat tax per le partite IVA fino a 65.000 euro ha creato nuove disuguaglianze tra chi può accedere al regime forfettario e chi no, mentre il reddito di cittadinanza, pur rappresentando un intervento importante contro la povertà, non è stato accompagnato da un vero sistema di inserimento lavorativo, rendendolo vulnerabile alle critiche e agli abusi.
Il secondo governo Conte ha dichirato di voler introdurre elementi di redistribuzione e giustizia sociale, ma la pressione fiscale non è diminuita e la riforma dell’IRPEF è rimasta lettera morta.
Con Draghi, l’Italia ha ritrovato una certa credibilità internazionale e ha avviato una prima bozza di riforma fiscale nel contesto del PNRR, con l’obiettivo di ridurre le aliquote IRPEF e semplificare il sistema. Ma il governo tecnico, per sua natura, ha operato in emergenza e non ha avuto il tempo politico per completare il percorso. I miglioramenti sono rimasti limitati, con una riduzione parziale delle aliquote e nessuna vera rivoluzione.
Infine, il governo Meloni, che aveva promesso di tagliare le tasse e di aiutare il ceto medio, si è limitato a interventi temporanei: un taglio al cuneo fiscale solo per i lavoratori dipendenti fino a una certa soglia, il mantenimento delle tre aliquote IRPEF e una tassa sugli extraprofitti bancari poi fortemente annacquata, con il debito pubblico che ha continuato a salire, come sotto ogni governo beninteso, superando i 3.000 miliardi di euro.
Il grande paradosso italiano
L’Italia è oggi un Paese che tassa come i Paesi del Nord Europa, ma offre servizi di qualità ben inferiore. In Francia, dove la pressione fiscale è persino superiore, i cittadini ricevono in cambio una sanità pubblica efficiente, trasporti rapidi, istruzione gratuita e sostegni alle famiglie. In Germania, ogni euro pagato in tasse è reinvestito con razionalità ed efficienza. In Svezia, Danimarca o Norvegia, le imposte sono percepite come un investimento collettivo. In Italia, invece, sono vissute come un furto legalizzato.
Il patto fiscale tra Stato e cittadini si è spezzato. E non per colpa del contribuente. Chi lavora e dichiara tutto è penalizzato ogni giorno. Chi evade, elude o dispone di strumenti per spostare capitali all’estero è spesso lasciato in pace. L’evasione fiscale stimata supera ancora oggi i 90 miliardi di euro l’anno, una cifra mostruosa, che pesa sulle spalle di chi le tasse le paga davvero. Eppure, ogni governo ha continuato a proporre condoni, rottamazioni, sanatorie, messaggi che hanno incentivato i furbi e penalizzato gli onesti.
Un sistema insostenibile
La cosa più grave è che, nonostante questo alto livello di pressione fiscale, l’Italia non riesce a migliorare la qualità della spesa. La sanità è sottofinanziata: nel 2023, la spesa sanitaria pubblica era al 6,6% del PIL, in calo rispetto agli anni precedenti, e ben al di sotto della media dei Paesi più avanzati. Le scuole soffrono per carenza di fondi, docenti malpagati, strutture obsolete. Le infrastrutture sono ferme: i fondi del PNRR faticano a essere spesi e la manutenzione ordinaria è carente. E il debito pubblico, nonostante tutte le promesse, continua ad aumentare.
Il vero scandalo non è solo quanto si tassa, ma come si spende. L’Italia spende tanto, male e in modo inefficiente. Le risorse non vengono allocate dove servono: si alimenta la spesa corrente, si mantengono apparati, si finanziano bonus a pioggia, ma si trascura l’investimento strategico. E senza investimenti, non c’è crescita. E senza crescita, le tasse aumentano per tutti.
Un patto fiscale da ricostruire
L’Italia ha bisogno urgente di una riforma fiscale profonda, coerente, strutturata, che risponda a tre principi fondamentali: equità, efficienza, trasparenza.
Serve abbassare il carico fiscale su chi lavora, incentivando la produttività e premiando la dichiarazione corretta dei redditi. Serve spostare il peso dalle tasse sul lavoro e sull’impresa verso le rendite finanziarie, i grandi patrimoni e i settori oggi sottotassati. Serve digitalizzare in modo capillare il sistema fiscale, combattere l’evasione non con le parole ma con strumenti concreti. E soprattutto, serve investire in sanità, scuola, mobilità, ricerca, innovazione, perché solo così le tasse avranno un senso.
O si ricostruisce un patto fiscale tra Stato e cittadini, o il sistema imploderà. Perché un Paese che tassa molto ma restituisce poco è destinato a perdere non solo fiducia, ma anche futuro. E se non si inverte la rotta, chi oggi è spremuto per tenere in piedi il sistema sarà domani il primo a voltargli le spalle.





