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LA GEOPOLITICA DI PAPA FRANCESCO

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di Paolo Falconio*

C’è un luogo della storia, che continua a declinare se stesso in termini universali e proietta se stesso sull’intero orbe terrestre. Parlo di Roma, ma una Roma geograficamente ristretta all’interno delle mura vaticane. Nel mondo esistono due soli centri geopolitici in grado di elaborare una visione mondiale e di proiettarla con alterne fortune. Gli USA e Santa Romana Ecclesia. Ovviamente si parla di soft Power, ma forse oggi la Chiesa Romana è rimasta la sola ad avere questo soft Power, vista la crisi americana che si trova ad affrontare un periodo di chiusura verso l’esterno. Una dimostrazione plastica sarà che al conclave vedremo più antenne TV di quelle che furono presenti alla Casa Bianca.
La Chiesa di Roma esce dal pontificato di Francesco geopoliticamente con alcune 
contraddizioni. Da una parte ha reso, attraverso le nomine cardinalizie, la Chiesa più internazionale, dall’altra meno universale. Il suo rifiuto per l’eredità di Costantino è noto, anche se per ironia della sorte muore il giorno del natale di Roma. È stato un Papa attento agli ultimi, portatore di un cattolicesimo sociale. Piero Schiavazzi (raffinato vaticanista) ci ricorda che la sua visione viene ben esemplificata, dalla sede della prima giornata della gioventù che ha potuto scegliere. Ossia Panama che è lo stretto dove passano i latino americani portatori di quel cattolicesimo sociale che vanno verso gli Stati Uniti e al contempo dove passano i dollari dei predicatori evangelici che vogliono convertire il Sud America. Mentre Ratzinger puntava sugli Stati Uniti perché li riteneva depositari della Religio Civilis , che seppur secolarizzata aveva mantenuto la linfa della cristianità nelle istituzioni democratiche e nei valori umani che esprimono, al contrario per Francesco gli USA rimanevano lontani, esponenti di un capitalismo predatorio da lui intimamente avversato.
Sempre Schiavazzi
ci fa riflettere sul discusso accordo con la Cina. Papa Francesco ha portato avanti la sua partita con Pechino giocando abilmente al loro stesso gioco delle ombre cinesi. Ed è per questo che la Cina ne ha avuto timore e rispetto.
In effetti d
a Gesuita e da uomo di Chiesa sapeva che il tempo è superiore allo spazio e cede alla Cina porzioni di potere nella nomina dei vescovi. Intuiva che per entrare nel gigante
cinese, bisogna svestirsi dei panni occidentali e indossare abiti orientali. Il che vuol dire
non portare con sé i vangeli. L’evangelizzazione avverrà in un secondo momento, quando la
penetrazione nel tessuto sociale sarà completata.
In ogni caso per il Papa la Cina rappresenta il mondo globalizzato e rimanerne fuori vuol dire rimanere fuori dalla storia. Il bilancio di questa politica lo vedranno probabilmente i nostri figli, perché la misura del tempo nella Chiesa è dilatata e il metro di giudizio non è l’ attualità. Ovviamente tutto questo se il nuovo Papa manterrà la linea del dialogo con Pechino.

 Papa attento alla statualità, perché cosciente che le istituzioni, anche non necessariamente democratiche, sono una garanzia per l’ esistenza della Chiesa e per la missione di  evangelizzazione.

È stato il Papa degli ultimi e ha ridato fiato all’immagine di una Chiesa francescana anche se, non sfuggiva ai più attenti, non scevra di una visione politica ben definita (sempre in termini ecclesiastici) di marca Sud Americana. Un Papa progressista che però fu irremovibile su alcune tematiche come l’aborto.
Il suo pontificato si chiude nel pieno di un dialogo tra anime diverse all’interno dello stesso
corpo della Chiesa. Sebbene abbia reso la Chiesa più periferica (nel senso che ha dato
maggior importanza al sud est della terra e ha dato voce alla periferia d
el mondo), il conclave rimane eurocentrico nei numeri. Le cordate (così si chiamano le correnti nella Chiesa)
dovranno confrontarsi all’interno di un conclave aperto e dove si confronteranno visioni
anche molto differenti.
La sua eredità più vincolante è la pace in un mondo che parla sempre meno di pace. Il monito
: il rischio di una nuova guerra mondiale.
In ogni caso un Papa che ha rotto molti schemi e con una visione globalizzata del mondo c
he però non sempre è stata sinonimo di universalità.
Alcune sue rotture rimangono indecifrabili.
È stato l’ unico Papa a parlare sempre in Italiano all’estero (ad eccezione dei Paesi di lingua spagnola), rompendo la prassi del passato. Alcuni hanno letto questa rottura con il primato della Santa Sede secondo l’assioma churchilliano tra lingua e potere, altri al contrario, quasi un prevalere del suo essere Vescovo di Roma in favore di una Chiesa piú delocalizzata.
Non sono certo io chiamato a dare un giudizio sul suo pontificato, ma non credo siano in
molti, fuori dal Vaticano, a poterlo fare. La Chiesa misura il tempo in secoli, non in anni e
questo perché la Chiesa avanza molto lentamente e poi sedimenta, una cara
tteristica che le ha consentito di resistere al tempo e ai temp
i.

 

* Membro del Consejo Rector de Honor e conferenziere de la Sociedad de Estudios
Internacionales (SEI)

Autore

  • Redazione

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