
La guerra in corso in Ucraina, destinata a finire per esaurimento delle risorse, sta infliggendo una dura lezione agli strateghi del Pentagono e, conseguentemente, della Nato.
Il conflitto, che si presenta come una guerra simmetrica e, per di più, come una guerra di attrito a largo consumo, ha messo tragicamente allo scoperto la totale impreparazione dell’apparato industrial-militare Usa e Nato a condurre una guerra convenzionale ad alto consumo.
Gli strateghi del Pentagono si erano da tempo abituati a condurre guerre asimmetriche, a basso consumo, dalle quali sganciarsi quando diventavano sostanzialmente perse, come quella in Afghanistan.
Convinti di avere il dominio del mondo e di poter fare da poliziotti dello stesso, gli strateghi del Pentagono si trovano ora letteralmente in mutande dopo solo un anno e mezzo di guerra simmetrica, come è quella che si combatte sulle rive del Dnepr, il quale sta sussurrando ai comandi militari Usa e Nato che ad aprile del 2024 ci sarà un buco, difficilmente riempibile, nell’approvvigionamento di armamenti e munizioni. Buco che potrebbe essere sfruttato dai russi per dettare le condizioni di una conclusione del conflitto.
A dircelo non è un sito di propaganda russa, ma le analisi di analisti Usa tra i più quotati e le tabelle dei dati del “procurement” (approvvigionamento) Usa.
Debbo ringraziare, come è giusto che sia, Parabellum di Mirko Campochiari, che nella live 229, con il generale Paolo Capitini, mette in chiaro una situazione drammatica che i soliti media ottusi tendono ad esorcizzare, esaltando dichiarazioni di vittoria ucraina.
https://www.youtube.com/watch?v=JknBJ7fyRlk
Nascondere la verità è un pessimo servizio, soprattutto a chi sta al fronte.
Un quadro impietoso della situazione ci è dato da una tabella riguardante i procurement, ossia gli approvvigionamenti.

GMLRS – Missili di precisione Locked Martin
Javelin – Missile da spalla
Stinger – Missile da spalla
Excalibur – Proiettile d’artiglieria 155 mm
AMRAAM – Missile aria aria a medio raggio
Patriot – Missile terra aria per difesa
APKWS – Missile a guida laser
In primo luogo la tabella ci fa conoscere la quantità di missili dati all’Ucraina fino al marzo scorso: 5.500 GMLRS, 10.000 Javelin, 1.600 Stinger, 7.000 Excalibur, AMRAAM (dato non pervenuto), una batteria di Patriot con munizioni e APKWS (dato non pervenuto).
Gran parte dei missili e dei proiettili da 155 sono stati presi dagli stoccaggi degli arsenali, impoverendoli al punto che gli Usa hanno dovuto chiedere aiuto alla Corea del Sud e al Giappone.
Gli stoccaggi non possono essere impoveriti oltre un certo limite senza mettere a repentaglio la difesa e, inoltre, come ha ben spiegato il generale Capitini, le regole della Nato dicono che ogni singolo Paese aderente può disporre dei suoi stoccaggi, ma non di quelli che custodisce per conto dell’Alleanza, senza il via libera di tutti gli Stati membri.
In ogni caso gli stoccaggi sono alla canna del gas e non a caso Biden ha mandato le bombe a grappolo non avendo più a disposizione proiettili d’artiglieria da 155 mm.
Per rimpiazzare gli stoccaggi e per arrivare ad una produzione che stia al passo con il consumo degli ucraini ci vogliono anni.
La tabella ci dà un quadro desolante. Per rimettere al passo i GMLRS ci vogliono 20 mesi. Per i Javelin 57 mesi, ossia 4,7 anni. Per gli Stinger 60 mesi. Per gli Excalibur 27 mesi. Per gli AMRAAM 52 mesi e per i Patriot 29 mesi. Il dato relativo agli APKWS non è riportato.
Ovviamente va considerato che la richiesta di missili e di colpi d’artiglieria crescerà anche da parte di altri soggetti, come, ad esempio Taiwan.
Per fare un esempio all’ingrosso che dà comunque l’idea, gli ucraini sparano dai 5 ai 9 mila colpi al giorno, pari a 180-270 mila colpi al mese a fronte di una produzione Usa di 24 mila colpi, ossia di dieci volte inferiore.
E’ del tutto chiaro che per rientrare negli stock ci vogliono anni, all’incirca quattro e che la crisi dell’intero sistema produttivo Nato è palese.
Tutto questo dimostra che Usa e Nato si sono avventurati in uno scontro per procura con la Russia senza avere le minime basi logistiche per poterlo sostenere a lungo e non hanno fatto i conti con la capacità russa, la quale non è enorme, ma nemmeno troppo debole.
I russi producono 325 carri all’anno e ne riattivano dalle riserve 600. Complessivamente hanno a disposizione 925 mezzi all’anno che sono il 50 per cento di quelli che perdono.
Tuttavia i russi ormai giocano in difesa e usano missili e droni che, sembra, riescano a produrre in buona quantità.
Gli ucraini, nonostante i continui proclami, non sono riusciti a riconquistare che pochi chilometri nel fronte sud, mentre i russi ne hanno conquistati altrettanti nel fronte nord. Il fronte è fermo, costretto ad una guerra ad alto consumo senza risultati.
I russi, dopo essersi ritirati da Kerson, hanno di fatto stabilito il confine lungo il Dnepr.
A nord, con la conquista di alcuni chilometri verso Kharkiv, tendono a stabilire un confine con il fiume Oskil.
Stando a quanto si muove sul fronte, alla disponibilità dei colpi e considerando che da fine settembre in poi qualsiasi movimento diventerà difficile per il pantano dovuto alle piogge, si va direttamente alla primavera del 2024, ossia al periodo nel quale i colpi saranno finiti e non rimpiazzabili per qualche tempo.
A questo va aggiunto che la Russia ha praticamente impedito ogni esportazione ucraina di frumento e di mais, mettendo a ferro e fuoco i porti sul Mar Nero, i due porti sul Danubio e chiudendo così la possibilità di commercializzare i raccolti. Anche il raccolto di quest’anno finirà a marcire nei silos.
Queste le condizioni reali così come ci vengono raccontate non da amici dei russi, ma da chi guarda la realtà e non si accomoda nelle fantasie propagandistiche.
Il rapporto “A War of Attrition”, ci dà un quadro interessante del logoramento russo.

La Russia è entrata in guerra in Ucraina con una forza in prima linea di circa 2.927 carri armati principali secondo
Il Bilancio militare 2022.6 comprendeva una combinazione di carri armati russi in prima linea, tra cui circa 2.030 T-72, 480 T-80 e 417 T-90 di vario tipo.
I modelli più avanzati impiegati dalla Russia durante l’invasione iniziale includevano il T-72B3M, il T-90M e il T-80BVM; tuttavia, la forza d’invasione della Russia includeva anche molte versioni precedenti. A febbraio 2023, secondo Oryx, la Russia aveva perso almeno 1.900 MBT (abbandonati, catturati o distrutti), circa due terzi del totale originale.
Come è già stato detto, la Russia riesce a sostituire, attualmente, solo il 50 per cento dei carri.
“Sebbene l’industria dei carri armati della Russia stia cercando di aumentare la produzione – si legge nel rapporto “A War of Attrition” – , al momento non ha la capacità di produrre abbastanza carri armati nuovi o aggiornati per sostituire le sue perdite. Ci vorrà del tempo per aggiungere nuovi impianti e attrezzature, assumere lavoratori qualificati e stabilire catene di approvvigionamento”.
Ne deriva che la capacità della Russia di condurre manovre corazzate è stata notevolmente ridotta, la qual cosa toglie di mezzo tutta la questione di una possibilità che Mosca intenda condurre una guerra di manovra per arrivare a Kiev o per conquistare ampie porzioni di territorio ucraino. La Russia pertanto ha adottato una strategia di logoramento.
Veniamo all’artiglieria.
Il rapporto “A War of Attrition” ci dice che “le forze di artiglieria e razzi russi avevano oltre 4.894 piattaforme di artiglieria in servizio attivo nel 2022 secondo The Military Balance 2022. Queste includevano 2.118 obici semoventi e trainati, 1.056 MLRS e 1.720 mortai pesanti. Inoltre, la Russia mantiene anche migliaia di artiglieria e MLRS piattaforme in deposito. Ciò fu sufficiente per fornire alla Russia un enorme vantaggio in termini di potenza di fuoco sull’Ucraina all’inizio della guerra. Da allora, le forze russe hanno perso un numero considerevole di dispositivi, incluso almeno 486 sistemi di artiglieria e 191 MLRS (catturati, abbandonati, o distrutti), a partire dal febbraio 2023. Ancora più importante, hanno speso enormi quantità di munizioni di artiglieria sia a tubo che a razzo durante la guerra, in media utilizzando circa 20.000 proiettili al giorno per tutto l’anno scorso, e fino a 40.000 proiettili al giorno durante i periodi di punta delle offensive primaverili ed estive nel 2022.36 Nonostante le sue grandi scorte di munizioni prebelliche, tassi di fuoco così intensi si stanno rivelando insostenibili, anche per la Russia. Di fronte a tali problemi, la Russia sta perseguendo una serie di misure per sostenere le sue forze di artiglieria e razzi in Ucraina. Le ditte di difesa russe continuano a fornire sistemi di artiglieria nuovi e migliorati per il fronte. Tuttavia, gli attuali tassi di produzione non sono sufficienti per sostituire le perdite della Russia in Ucraina”.
Anche per i russi la coperta si fa corta.
Tuttavia, continua il rapporto, “l’artiglieria è stata determinante nell’aiutare ad arginare la controffensiva di Kherson alla fine del 2022. Allo stesso tempo, l’uso difensivo dell’artiglieria è stato in grado di infliggere “spaventose perdite” alle forze ucraine durante le recenti controffensive a Kharkiv e Kherson”.
L’artiglieria russa è stata in grado di utilizzare una potenza di fuoco di massa per smantellare le concentrazioni di truppe ucraine, interrompere gli attacchi, interdire le catene di approvvigionamento e logorare le loro forze.
Il rapporto non quantifica le “spaventose perdite” ucraine, ma il fatto che le inserisca nel quadro della controffensiva fa capire che non ci sono molti margini per grandi azioni.
Per ora la Russia ha usato pochissimo la sua forza aerea, mentre ha usato e usa i droni.
“La Russia – si legge nel rapporto – è arrivata in ritardo nell’adozione degli UAV (Unmanned aerial veichle, nome tecnico dei droni, ndr), ma negli ultimi 15 anni ha compiuto uno sforzo concertato per recuperare il ritardo, sviluppando una serie di ISR (da sorveglianza e ricognizione, ndr) e droni da combattimento e munizioni vaganti. Secondo il Cremlino, la Russia è entrata in guerra con circa 2.000 droni militari di vario tipo, distribuiti tra i diversi servizi. Tra questi c’erano centinaia di UAV Orlan-10 ISR; droni da combattimento Orion; Munizioni vaganti Lancet-3 e KUB-BLA; e droni per scopi speciali, come il Leer-3, progettato per dirottare e interrompere il traffico dei telefoni cellulari”.
Nonostante le molte analisi tendenti a dimostrare la carenza di missili e di droni, la Russia pare essersi approvvigionata da altri Stati e sta producendo in proprio, come dimostra l’aumento dell’uso di droni e di missili negli ultimi periodi.
In buona sostanza e per chiudere questa lunga disamina, la Russia è malmessa come la Nato riguardo alle forze di terra impiegate in Ucraina, ma pare essere ancora ben dotata di quanto serve per il controllo dell’aria, dove l’Ucraina è assente con l’aviazione e sta usando droni per colpire il territorio russo senza conseguire altro che risultati propagandistici.
Impensabile che le sanzioni, che sono pura fuffa, abbiano una qualsiasi parte nella guerra.
In sostanza sono in corso due distinte battaglie di logoramento, entrambe combattute aspramente tra la Russia da un lato e l’Ucraina e i suoi alleati occidentali dall’altro.
La situazione è tale da far pensare che, se al Pentagono non perdono totalmente la testa e se Joe Biden non intende arrivare alle elezioni con una fuga ingloriosa da Kiev, si possa arrivare a passare, nella prima parte del 2024, dalla guerra alla diplomazia, per una soluzione che, inevitabilmente, vedrà Crimea e Donbass in mano alla Russia.
L’assicurazione che non si andrà oltre viene dalla fine delle armi a disposizione.
Rimane, tuttavia, un fatto assolutamente preoccupante per Usa e Nato, ossia per l’Occidente: la crisi dell’intero sistema produttivo occidentale degli armamenti, frutto di una follia politica che ha pensato che, crollata l’Unione Sovietica, gli Usa fossero la sola potenza in campo e che le spettasse solamente di fare da poliziotto del mondo, non avendo avversari capaci di condurre guerre simmetriche.
La vicenda ucraina ha dimostrato che le guerre simmetriche ad alto consumo sono possibili e che Usa e Nato si sono dimostrati assolutamente impreparati a scenari che gli strateghi (si fa per dire) avevano messo da parte.
La questione è più che mai aperta, come dimostra l’equilibrio in bilico dell’Africa e come evidenzia il tema del pacifico, con Taiwan.
Una guerra nel Pacifico, probabilmente, non metterebbe alla prova le forze di terra e si svolgerebbe nei cieli e nel mare, ma c’è da chiedersi, anche qui, quanto i cervelloni del complesso industrial-militare Usa e Nato siano stati in grado di prepararsi alla bisogna.
La Cina sta ammodernando la flotta e la Us Navy ha unità obsolete e gli investimenti per un ammodernamento della flotta sono lenti.
Come spiega l’ultimo numero di Panorama, “ci sono numeri che fanno più paura di una tempesta. La marina militare degli Stati Uniti, oggi, reclama «urgentemente» da 80 a 100 navi da combattimento per reggere il confronto con le flotte avversarie. È dal 2021, del resto, che gli alti comandi del Pentagono si sono resi conto che la Cina dispone di un numero di mezzi superiore a quello della propria potenza navale. Ma nel luglio 2023 il World directory of modern military warships – il più autorevole e aggiornato catalogo online di tutto quel che nel mondo galleggia e spara – ha certificato che lo Zio Sam è finito sotto anche alla Russia di Vladimir Putin: se Washington oggi ha in acqua soltanto 243 navi pienamente operative tra portaerei, incrociatori, sottomarini, fregate, corvette e cacciatorpediniere, Pechino può contare su 425 unità e Mosca su 265. Anche il confronto tra l’età delle flotte sconcerta: è noto che le navi da guerra russe risalgono in gran parte alla defunta Unione sovietica, e in media hanno oltre 30 anni, ma non tutti sanno che gli scafi della US Navy non sono molto più giovani, con un’età media di 23 anni, mentre la flotta cinese cala drasticamente a 13”.
C’è da chiedersi dove sono stati con la testa fino ad ora i cervelloni del Pentagono, gli strateghi del complesso industrial-militare, i pensatori della Nato capaci di fare grandi sproloqui per nascondere una realtà davvero preoccupante.
“È vero – prosegue Panorama – che la maggior parte degli osservatori militari ritiene che la US
Navy oggi resti la più potente flotta al mondo: ha 11 portaerei, per esempio, contro le tre cinesi (e i russi ne hanno una sola). Ma alcune tra le principali unità americane, ormai, sono anziane: la Nimitz ha 48 anni, la Eisenhower ne ha 46, la Roosevelt 37, la Lincoln 34. E resta il fatto che, in uno studio pubblicato dal Pentagono a fine giugno, si legge che «mancano almeno tra 80 e 100 navi rispetto a quante sarebbero necessarie per garantire la sicurezza nazionale».
Dal 2024, poi, il divario con le flotte concorrenti è destinato ad aumentare: se l’America ha ordinato 67 navi, la Cina ne ha in cantiere 84 (e la Russia 82). E ogni 12 mesi il numero di incrociatori, fregate e sottomarini costruiti da Pechino supera da tre a cinque volte quello prodotto dagli Stati Uniti. I sogni di predominio globale di Xi Jinping, insomma, possono
cullarsi su una crescita di unità navali che ogni anno equivale alla flotta inglese. Per quanto riguarda la potenza marina, le scelte di Pechino di solito sono razionali e veloci. Nel 2019,
quando Xi ha cominciato a manifestare le sue mire su Taiwan, il Partito comunista cinese ha deciso di dotare l’Esercito popolare di liberazione di 11 grandi navi anfibie d’assalto, e i cantieri le hanno varate già nel 2021. Sarebbero un’arma cruciale, se Pechino decidesse di far partire davvero la tante volte minacciata invasione dell’isola: ognuna di queste unità stazza 35 mila tonnellate ed è capace di trasportare 30 grandi elicotteri da trasporto, più un numero ignoto di velocissimi mezzi da sbarco, soprattutto hovercraft, in grado di dislocare rapidamente migliaia di uomini e mezzi corazzati. Nelle grandi scelte strategiche marinare, di solito, la US Navy va a rimorchio dei comandi cinesi”.
Se passiamo ai sottomarini la storia non cambia.
La US Navy, scrive panorama, “oggi avrebbe bisogno di 66 sottomarini d’attacco veloci, invece ne ha soltanto 49. Negli ultimi cinque anni, contro 10 mezzi previsti, ne sono stati consegnati appena sei. Da qui al 2030, poi, il loro numero scenderà a 46 perché le tre unità più vecchie devono andare in pensione. Meno di un mese fa, inoltre, l’ammiraglio Gilday ha denunciato che «i ritardi nella manutenzione al momento trattengono in cantiere il 40 per cento dei sottomarini d’attacco», quindi almeno 19-20 unità su 49”.

Arriviamo al dunque.
La guerra per procura tra Usa e Russia è già costata agli Usa, in totale, dall’inizio dell’invasione da parte della Russia, circa 50 miliardi di dollari di armi, che Biden ha inviato a Kiev.
Nel frattempo gli arsenali si sono svuotati, le aziende produttrici di armi hanno dimostrato di non essere in grado di garantire una produzione all’altezza di una possibile guerra simmetrica ad alto consumo e gli eserciti dell’Occidente hanno mostrato di avere le pezze sui pantaloni (eufemismo).
Un arsenale ben dotato, prima ancora che essere usato per fare la guerra, è un deterrente alla stessa.
Oggi il castello è sguarnito e con le mura logore.
Pessimo lavoro è stato fatto.
Forse è ora di capire che ha ragione il centenario Kissinger: sedersi a un tavolo per definire un criterio multipolare, mettendo da parte la logica guerrafondaia dei Dem che, ancora una volta, si dimostra, nei fatti, perdente e umiliante.





