La fine ingloriosa dell’Europa
L’Europa ha delegato a terzi la propria difesa continuando a raccontarsi un mondo finito tra il 2001 e il 2020.
Nel frattempo ha sbagliato la politica energetica, ha trascurato la capacità militare e si è convinta che la pax americana fosse gratuita. Welfare compreso.
Trump è andato oltre ogni previsione, vero. Ma noi per anni abbiamo vissuto come se la protezione strategica fosse un servizio automatico, senza costi e senza contropartite.
A due domande corrispondono due risposte.
Il conflitto si allargherà? Sì, è molto probabile.
Ci toccherà metterci mano in qualche modo? Anche questo è altamente probabile, perché non controlliamo i canali commerciali che ci riforniscono.
Suez, il Golfo di Aden e prima ancora Malacca. Mentre scriviamo, nostre navi sono già in area. E buona parte della merce che ci tiene in piedi arriva da un Paese che alleato non è.
Che cosa può accadere a breve?
Gli Stati Uniti potrebbero intervenire anche via terra e chiedere supporto per il controllo di Hormuz. Per noi, però, il punto vitale resta Suez: è lì che passa il nostro sfogo commerciale.
Hormuz pesa soprattutto per la Cina, che assorbe gran parte del greggio dell’area. Da quel momento Ankara potrebbe muoversi di sponda, come spesso fa nella NATO: dentro ma a modo suo.
E se si muove la Turchia, si agitano Grecia e Balcani. La Serbia ha già alzato i toni, evocando pressioni ostili da Croazia, Albania e Kosovo, con la Bosnia a osservare.
Nel frattempo, l’asse indo-pacifico si irrigidisce: Aukus, cooperazione tra USA, Australia, Giappone, Filippine e Corea del Sud, contenimento della Cina. Basta poco perché il Mar Cinese diventi il secondo fronte e Taiwan il detonatore. Da lì, India e Pakistan rischierebbero una pericolosa accelerazione.
E la Russia? In Ucraina potrebbe tentare uno strappo improvviso. Il solo fatto che si torni a evocare il nucleare tattico mostra quanto la linea rossa si sia avvicinata. Troppo.
L’Europa si ritroverebbe così con guerre ai confini, beni asiatici a rischio, energia vulnerabile e nessuna deterrenza davvero compatta. Il tutto dopo anni di deindustrializzazione travestita da superiorità morale.
Nel mezzo va in scena il valzer dei leader europei: chi urla a Trump per consumo interno, chi esita, chi dice no poi forse sì, chi corre verso Hormuz dopo mesi passati a discutere di Groenlandia. Un continente che parla di diritto internazionale finito in Venezuela.
Trump non è l’anomalia. È il risultato. Il prodotto di anni di illusioni sul mercato come cura universale e sul commercio come antidoto automatico alla guerra. Intanto, la forbice tra ricchi e poveri si riapre.
E la UE, mentre tutto questo si muove? Si arma sul serio? Costruisce una strategia diplomatica? Rimette in piedi l’industria? No. Mette l’Italia sotto procedura di infrazione perché manca il piano per rendere le case green.
Siamo alla frutta. E non in senso figurato. Una fine ingloriosa, quasi patetica.





