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La controstoria di NGN – Piazza Fontana

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Strage di Piazza Fontana

Ceausescu – Ventura, patto per una strage?

Il 12 settembre 1972 usciva uno dei numerosi e mirabili articoli di Giampaolo Pansa su La Stampa.

Affrontava una vicenda di quelle destinate a trascinarsi per decenni e che, come è successo spesso, perdono per strada pezzi lungo il loro tortuoso cammino. E, quando superano i tempi ragionevoli per un’inchiesta su una strage, il senso logico è stravolto.

La storia della strage di piazza Fontana a Milano, del 12 dicembre 1969, è ancora attuale, ritorna puntuale a ogni anniversario e offre spunti ai politici per azzuffarsi inutilmente a caccia dei soliti fantasmi. Colpa tua, no la storia siamo noi. Eccetera.

I colpevoli, tanto per essere chiari, non furono mai accertati, eppure i giudici vollero a tutti i costi esprimere delle certezze politiche sulle ragioni di questa strage. Sarebbe stato meglio non farlo.

La bomba che uccise 17 persone e ne ferì molte altre, ben 88, fu quasi certamente uno dei tanti scontri indiretti tra blocchi della guerra fredda, un tempo nel quale le armi venivano fatte viaggiare da una parte all’altra per accrescere le sfere di influenza di Usa e URSS.

Esattamente come adesso, con l’unica differenza che gli attori protagonisti non andavano in diretta su Tiktok a fare “selfie”, bensì cercavano di dissimulare il da farsi e nascondersi a vicenda le strategie di attacco. Si chiamava “false flag”. I nostri giudici non avevano dimestichezza probabilmente con queste mascherate d’altri tempi.

Così per decenni ha prevalso in Italia la presunzione che gli attentati gli italiani se li facessero da soli, un’autoflagellazione medievale che il blocco Atlantico della Nato avrebbe escogitato (ma tu pensa che idea, più avanti in questo libro vedremo cosa c’era di vero) per preparare il campo a un colpo di Stato.

Si narra che la campagna sulla Strategia della tensione che tenne banco sui giornali di estrema sinistra nacque dall’articolo di una nipote di un agente doppio, tale Cairncross, fido scudiero dell’eroe della Lubjanka: Kim Philby; colui che ingannò la regina d’Inghilterra per qualche decennio. La stampa comunista in cerca di vendette, con alcune nefaste conseguenze, tutto questo non lo sapeva, o se lo sapeva non lo scriveva. La mattanza poteva iniziare.

Per la bomba che esplose nella banca dell’Agricoltura, per contrappasso in uno dei punti più eleganti, ricchi e storici di Milano, era stato individuato un colpevole anarchico: Pietro Valpreda.

Ma dal Veneto, grazie alle accuse del professor Lorenzon, solerte testimone delle confessioni degli attentatori, nacque un filone parallelo che successivamente prese il sopravvento: quello della pista nera.

Con due accusati su tutti: Giovanni Ventura e Franco Freda. Il Freda aveva comprato le valigie, Ventura lo aveva aiutato come editore e portaborse, in tutti i sensi.

Ma chi era Giovanni Ventura? L’articolo di Pansa non aveva dubbi quel giorno: classe 1944, veneto di Piombino Dese, era un agente segreto rumeno. Uno degli accusati della strage aveva vuotato il sacco?

Così sembrava. Perso per perso, se la prospettiva era marcire in carcere, meglio fare nomi e cognomi: Nicolae Ceausescu. Raccontò il Ventura – detto anche nell’articolo “Barbanera”, perché grazie alle veline dei Servizi conosceva ogni evento con molto anticipo – che era stato reclutato da un diplomatico dell’ambasciata di Bucarest e aveva stretto un patto di mutuo soccorso: tu mi mandi notizie per il mio giornale politico, io ti fornisco informazioni sull’Italia.

Ma di quale complotto si sarebbe trattato? “Di una sinistra non legata all’URSS – spiegò Ventura – ma con forze anche di altro tipo, francesi golliste, tanto per fare un nome. Comprende?

Lavorano per un’Europa sottratta al bipolarismo USA – URSS, hanno anche legami con la Cina. Malraux, Ceausescu, Mao, i dissidenti sovietici…”. Ventura ricevette dal suo “contatto” rumeno vari rapporti numerati, che il giudice D’Ambrosio raccolse e conservò con cura.

È una storia vera. Tuttavia un Ventura agente di Ceausescu probabilmente non colpì molto l’opinione pubblica e di questa storia ci è arrivato solo qualcosa: i suoi appunti. Imposimato nel libro scritto poco prima di morire li cita ripetutamente, pur se all’interno di un polpettone complottistico tutt’altro che convincente.

Infatti, separare gli appunti dalla storia dell’agente della Securitate Giovanni Ventura fu una pessima idea, che non ci ha restituito la complessità di questa vicenda, ma ha prodotto altre ombre, sospetti, dubbi e confusione. Colpa di qualcuno o semplice dimenticanza?

Forse tutto questo è ciò che volevano i Sovietici, i quali in quel periodo andavano costruendo gruppi maoisti inesistenti, nei quali la CIA – un po’ pollacchiotta a nostro giudizio – entrava e rimaneva fulminata.

Lo scopo? Controllare e punire le deviazioni contro Mosca. Inventare un movimento dissidente per annientarlo, e al contempo inondare l’Italia di propaganda antiamericana. Ceausescu non era Tito, questo americani e italiani non lo avevano ben compreso.

 L’Italia obiettivo della rete Caraman?

“L’Italia ha avviato le procedure per ottenere dal governo argentino l’estradizione di Giovanni Ventura, un terrorista neofascista recentemente arrestato a Buenos Aires, ha annunciato una fonte diplomatica nella capitale argentina. In Italia Ventura è stato condannato all’ergastolo per l’attentato commesso nel dicembre 1969 contro una banca milanese, un’azione terroristica che provocò la morte di 16 persone e il ferimento di altre 100 persone”.

Questa notizia usciva il 22 agosto del 1979 in Romania; e non in un giornale qualunque. Ciò che avete letto era ben in evidenza, in neretto, nell’ultima pagina di Scinteia Tineretului, l’organo ufficiale del Partito Comunista Rumeno.

Basta sfogliare le altre sette pagine per rendersi conto che Scinteia – come ci spiega Wikipedia – non soltanto era un organo di partito, per giunta l’unico esistente in Romania, ma rappresentava il pensiero di una sola persona, divinizzata e onnipresente nella vita del Paese: Nicolae Ceausescu. Il nome, la “parola” del dittatore, spesso anche la sua immagine, erano l’argomento principale di ciascuna delle otto pagine.

È in un contesto del genere, in cui l’unico interesse pubblico pareva essere la politica socialista di Ceausescu, che quel giorno era comparsa la notizia dell’imminente arresto di Giovanni Ventura, accusato insieme a Franco Freda, con quest’ultimo del tutto ignorato dal giornale, di strage contro numerosi civili a Milano.

Stiamo tornando a parlare di un probabile collegamento tra Ventura e la Romania. Ma allora non fu un’invenzione di Giampaolo Pansa questo accostamento così inedito, scomparso e ignorato dalla pubblicistica recente sulla famigerata bomba di Piazza Fontana? Siamo convinti di no, anzi, pensiamo che questo sia stato il primo di una lunga serie di attentati di marca sovietica, comunista, negli anni di piombo italiani.

L’interesse del Partito Comunista Rumeno per Ventura è una prova concreta. Eppure non è questa la fonte documentale dalla quale eravamo partiti per trovare, a botta sicura, l’articolo di Pansa nell’archivio del quotidiano La Stampa.

Sapevamo di una notizia così decisiva da oltre un anno, ma l’abbiamo tenuta lì, in attesa di sviluppi. Perché volevamo vederci chiaro. E gli sviluppi ci sono stati, con gli articoli di Carmine Pecorelli, detto Mino, che, fatti riemergere dall’oblio, hanno scoperchiato il vaso di pandora su una P2 rumena.

Ma allora qualcuno era convinto della complicità rumena anche nella bomba di Piazza Fontana? quindi molti anni prima che Gelli diventasse il deus ex machina della politica italiana? Certamente, e questi era Salvatore Francia, direttore del periodico Anno Zero, coinvolto a vario titolo nelle stragi di Stato; che abbiamo da pochi anni ritrovato nell’album del terrorismo del KGB, in qualità di elemento quantomeno favorevole alla politica del Politburo russo. Il suo Anno Zero, uscito in tre numeri (c’è chi dice quattro) nel 1974, condusse una controinchiesta sulla strage di Piazza Fontana, con il dichiarato obiettivo di scagionare sia la sinistra di Valpreda, sia la destra di Freda. Il nome di quest’ultimo a volte lo si trova come Franco a volte, è il caso di questo periodico, come Giorgio, altra stranezza.

Nel numero tre, molto raro, uscito poco prima della strage dell’Italicus e quindi nel maggio del 1974, la controinchiesta si concludeva con l’indicazione del governo Rumor quale organizzatore della carneficina del 1969. Una strage del “sistema”, che – sembra potersi evincere – comprendeva anche una spia che aveva portato elementi “concreti” dei suoi contatti con la Romania: Giovanni Ventura.

Ma perché un uomo vicino al Kgb ci forniva la prova di un simile mandante? Intanto bisogna specificare, per chi non avesse letto le nostre altre indagini, che la descrizione che Pansa proponeva della rete spionistica di Ventura corrisponde quasi perfettamente alla rete Caraman, di cui già avevamo parlato.

Viene infatti descritta così dall’Intelligenza Artificiale: “La rete Caraman è stata una delle più efficaci operazioni di spionaggio condotte dai servizi segreti rumeni (Departamentul de Informații Externe, DIE) durante la Guerra Fredda. Il suo nome deriva da Mihai Caraman, l’ufficiale dell’intelligence rumena che la guidò e che riuscì a penetrare il quartier generale della NATO a Parigi tra gli anni ’60 e ’70”.

Dunque, la Francia e i gollisti erano coinvolti dall’operazione coperta dei rumeni, i quali si proponevano come intermediari indipendenti, ma nei fatti non lo erano. Degli italiani poco si seppe, proprio perché questa pista, per il mandante della strage, fu incredibilmente abbandonata, o comunque trasformata in un’accusa contro la CIA.

Ma allora come mai Anno Zero confermava e avvalorava questa ipotesi che avrebbe scosso l’ambiente comunista estero? Facciamo una breve analisi. La data che ci viene proposta per la fine dell’operazione Caraman è sospetta: proprio il 1969.

Pare che i servizi segreti francesi avessero scoperto parte di queste trame comuniste e la sede della NATO fu trasferita da Parigi a Bruxelles. Caraman fece subito ritorno a Bucarest e pose fine alle sue attività. Nel frattempo l’Italia era stata scossa dagli attentati. E sempre tra il 1969 e il 1971 il professor Guido Lorenzon rivelò alla magistratura le trame nere di Freda e Ventura.

A questo punto possiamo soltanto formulare qualche considerazione logica. L’incriminazione di Ventura e la sua confessione non furono una buona notizia per i servizi dell’est.

La speranza di una spia dell’est non poteva che essere, in quel periodo, di restare nell’ombra ed emigrare in Russia tra onori e ricompense, come fece Philby del “Cambridge Five”, per esempio. L’operazione “Anno Zero” va vista quindi in questa ottica: bruciata la rete Caraman, e lasciati al loro destino i collaboratori, bisognava rimescolare le carte.

Altra domanda: il governo democristiano di Mariano Rumor, che stava avviando una ostpolitik aprendo l’Italia al commercio con i Paesi Socialisti, poteva essere a conoscenza di queste trame spionistiche? Ci sembra meno probabile. Diremmo che Rumor, Moro, furono vittime inconsapevoli di una politica troppo generosa verso il mondo comunista, così subdolo e ambiguo.

Analizziamo infatti il giornale Anno Zero. Leggendo i vari articoli balza alla mente un paragone proprio con la rete rumena, perché la posizione politica di Ordine Nero, la rifondazione di Ordine Nuovo di Freda e Ventura, restava sempre a metà tra Urss e Usa, con l’obiettivo di cercare una “terza posizione” (un gruppo neofascista più avanti si chiamerà proprio così) per incanalare una forte protesta anti-borghese che rifiutasse di seguire pedissequamente i due blocchi.

In sostanza, una trappola pericolosa, perché lo spirito violento – fosse o non fosse Ordine Nero il mandante delle stragi – era già evidente dagli articoli di Anno Zero; il quale tuttavia potrebbe aver avuto il ruolo di allontanare il mandante dall’ambiente spionistico e dagli esecutori della destabilizzazione. Una fase due della “Strategia della tensione”?

Potremmo chiamarla così, sostituendo l’Alleanza Atlantica col Patto di Varsavia. Nello stesso periodo cominciava ad avere un ruolo attivo, simile a quello della rete Caraman, anche la loggia massonica Propaganda 2 di Licio Gelli, commerciante di materassi pistoiese che abbiamo imparato a conoscere; ambiguo e voltagabbana, che faceva la spola tra Italia e Romania e non solo per gli affari commerciali.

Giovanni Ventura fu nel frattempo arrestato, processato e nel 1978 se ne scappò in Argentina, dove le voci sulla sua appartenenza al servizio segreto rumeno si fecero più forti (e a questo attribuiremmo l’uscita dell’articolo di Scinteia). Venne quindi estradato e rimesso dietro le sbarre. Eppure dal processo per l’attentato uscì scagionato.

Nel 1987 fu definitivamente assolto per la strage di Piazza Fontana per insufficienza di prove, ma condannato per associazione sovversiva (stessa sorte per Franco Freda). Scontò parte della pena in Italia prima di tornare in libertà e all’estero, sempre in Argentina, dove gestiva il ristorante “Filo”. Morì nel 2010 per una malattia.

Anatomia di un attentato politico

Giovanni Ventura apparteneva davvero a una rete spionistica comunista? Nelle dichiarazioni rilasciate all’epoca dall’editore veneto ci sono a nostro avviso molte coincidenze con l’affare Caraman, per come lo conosciamo e anche per aspetti che ancora – ne siamo certi – devono emergere.

La rete Caraman era composta da una dozzina di agenti di origine principalmente rumena, ma le informazioni arrivavano anche da sub-agenti che simpatizavano per la politica comunista, i quali potevano essere di qualsiasi nazionalità.

Sebbene ciò avvenisse in un contesto politico più autonomo rispetto all’ortodossia politico-economica dell’URSS, date le manie di grandezza del dittatore Ceausescu, è certo che le informazioni, dopo essere passate per Bucarest, arrivavano a Mosca.

Si trattava di notizie di carattere militare sulla NATO. Caraman fu la più vasta operazione orchestrata in questo senso, più grande anche di altre infiltrazioni del Kgb o dell’Stb cecoslovacco, poiché coinvolgeva moltissimi e potenti collaboratori.

E quindi eccoci a Ventura. Operava nel Veneto, a due passi dal centro operativo della NATO (Monte Venda, West Star, e via dicendo), aveva con sé, conservati nella sua cassetta di sicurezza a Montebelluna, informazioni su praticamente tutti gli esponenti della NATO – scrisse Pansa – lista che gli venne poi sequestrata dalla magistratura italiana. Qualcosa aveva pure del Kgb, ma probabilmente erano i suoi referenti (sarebbe bello poter analizzare lo stile di quei rapporti).

Ci siamo anche con le date: le informazioni di Ventura si fermano al 1968, quando la polizia francese cominciò a scoprire i vari agenti della rete spionistica. Ci siamo con i luoghi. Avrebbe incontrato il suo “contatto” rumeno, dell’ambasciata di Bucarest, probabilmente non in Italia bensì a Parigi. La Francia, dunque.

Ma l’Italia era l’obiettivo principale – ci dice Wikipedia – di Mihai Caraman, quando nel ‘56 entrò nella Prima Direzione “Intelligence Estera”, come capo dell’ufficio 2 “Italia”, all’interno del IV servizio “Francia-Italia-Belgio”.

Eppure il suo “contatto” – “padre confessore” lo chiamava Pansa nel suo articolo – non venne mai svelato, mentre con il passare del tempo Ventura cominciò a sovrapporre alla rete rumena la storia dei suoi contatti con il Sid. Parlò principalmente del giornalista Guido Giannettini e dell’ammiraglio Eugenio Henke, agenti del servizio segreto italiano di cui è abbastanza nota la vicinanza con gli americani.

E suo obiettivo per l’autodifesa dalle accuse per la strage di piazza Fontana fu inoltre Gianadelio Maletti, altro esponente del clan dei Sid con simpatie a stelle e strisce.

Nell’intervista che rilasciò nel 1977 a Marco Fini per il documentario “”, Ventura sembrò più titubante nell’accanirsi contro Vito Miceli, non a caso avversario storico di Maletti e del “clan” democristiano di Giulio Andreotti. Miceli non a caso era vicino agli ambienti palestinesi e libici, simpatie antiebraiche che condivideva anche con il neonazista Franco Freda.

Fin qui i possibili contatti di Ventura con lo spionaggio del Patto di Varsavia. Ma come si arrivò alle bombe dell’autunno caldo del 1969? Secondo l’articolo di Pansa, gli amici dell’editore trevigiano sostennero che fu Freda a “bruciarlo”.

C’è un passaggio dell’articolo del 1972 che ci ha fatto riflettere.

Per sondare fino in fondo l’avversario – aggiunsero gli amici di Ventura -, per sapere che cosa prepara, devi sempre concedergli qualcosa. E allora il contatto diventa vischioso, la compromissione ti si appiccica addosso come una seconda pelle, e spesso finisce col mutarti, col darti un’altra identità. Ventura è come il poliziotto che, indagando su un reato, finisce con l’apparire complice del colpevole.

Analizziamo in parallelo le indagini sulla rete Caraman. La polizia francese arrestò l’ultimo agente che riuscì a scoprire fino ad allora il 4 agosto del 1969 (molti anni dopo vennero fuori altri nomi eccellenti). A quel punto era scattato certamente l’allarme in tutta Europa, perché la fuga di documenti era di enorme entità.

Lo storico Florian Banu rilasciò un’intervista online, sul sito bucurestiivechisinoi.ro, il 28 novembre 2022, in cui sottolineò i numeri impressionanti di questa operazione: “Il solo agente Francis Roussilhe – disse Banu – ha fornito, durante sette anni di collaborazione, circa 12.000 documenti N.A.T.O.! A questi si aggiungono migliaia di altri documenti ottenuti tramite l’agente turco Nahit Imre (solo al momento del suo arresto aveva con sé le fotocopie di 1.500 documenti!), ma anche i 60 importantissimi documenti, molti dei quali della categoria COSMIC, forniti dal primo agente della rete, Robert van de Wielhe”.

In Italia nello stesso periodo, agosto 1969, scoppiavano le bombe sui treni di cui Ventura parlava con il suo amico professore Guido Lorenzon. Quest’uomo, spinto dal senso del dovere, il 31 dicembre del 1969 decise che era ora di recarsi dal giudice Calogero a raccontare ciò che sapeva.

Da questo punto in poi abbiamo un buco che dobbiamo riempire. Quando ritroviamo la storia rumena nelle dichiarazioni di Ventura su La Stampa è già il 1972 e ci sono delle novità che non ci convincono.

Racconta, come abbiamo visto, di una centrale spionistica a metà strada tra est e ovest, con dentro molti soggetti la cui politica era allora difficilmente interpretabile: da Ceausescu, a Mao, ai gollisti francesi, ai dissidenti sovietici.

Accettando per buona la tesi della politica più autonoma di Ceausescu rispetto a Mosca, qualcuno è comunque di troppo, perché il terzo polo fatto intravedere da Ventura e poi da Anno Zero, non è mai esistito, sebbene fosse una scelta non sbagliata del tutto.

Cosa può essere successo?

Sia Ventura, sia Giannettini nella loro attività di giornalismo-intelligence studiavano i gruppi filocinesi. Con una sostanziale differenza: che i sovietici sapevano di averli in pugno, essendo una loro creatura, gli americani no.

Subentra un nuovo personaggio: Pietro Valpreda, il ballerino salito per primo sul banco degli imputati dopo lo scoppio delle bombe del 12 dicembre 1969. Fu vittima designata? Molto probabilmente era questo il piano iniziale. Basti pensare alla trovata malriuscita di Gino Liverani, di cui si sospetta oggi un’appartenenza ai servizi di Washington. Mesi prima dell’attentato, con un look simile a quello di Valpreda, si faceva notare in un bar di Milano a parlar di bombe da mettere qui e lì. Per quel che sappiamo servì a ben poco, anzi, il sosia imbranato Liverani finì per essere riconosciuto e accusato da Valpreda. Fu perciò arrestato e interrogato.

Dunque per rispondere alla domanda su cosa avvenne tra l’agosto del 1969 e il dicembre dello stesso anno dobbiamo tornare alle parole degli amici di Ventura:

“E allora il contatto diventa vischioso, la compromissione ti si appiccica addosso come una seconda pelle, e spesso finisce col mutarti, col darti un’altra identità.” Il Sid fu messo in guardia dai servizi francesi sull’attività dei rumeni?

Si ricordi che i servizi occidentali erano praticamente una cosa sola, seguendo pedissequamente la CIA, quindi è impossibile che non si fossero confrontati. Dagli interrogatori francesi potrebbe, usiamo ovviamente il condizionale, essere uscito il nome di Ventura.

E, di conseguenza, il Sid potrebbe aver usato Freda come esca. Dopo averlo messo alle strette, Henke potrebbe aver utilizzato con Ventura lo schema tipico della guerra fredda: ormai sei scoperto, aiutaci a trovare gli altri tuoi complici e avrai una riduzione della pena. Ecco quindi perché il cambio di pelle di cui parlava Pansa potrebbe avere un senso più profondo.

A questo punto quali scelte può aver compiuto Ventura? Collaborare con Henke e condurlo fino ai rumeni e quindi al Kgb? Non avrebbe fatto una bella fine. Oppure far esplodere delle bombe in vari punti strategici dopo aver promesso che non ci sarebbero state vittime e la colpa sarebbe ricaduta sui filocinesi di Valpreda?

Noi avremmo scelto la seconda. Ma le bombe esplosero, provocarono 17 vittime e l’opinione pubblica si ribellò a tanta violenza. Vi sono alcuni film di quell’epoca secondo cui le bombe a Piazza Fontana esplosero per un errore. Purtroppo alcune importanti prove di quei reati furono distrutte, vedi la famosa valigetta che era rimasta intatta con l’ordigno inesploso.

La storia da questo momento in poi è quella che il lettore già conosce: fu indagato il circolo anarchico 22 marzo e Pietro Valpreda finì in carcere. Ma Lorenzon decise di parlare e costrinse la magistratura veneta ad avviare un secondo procedimento, parallelo al primo su Valpreda, che seguiva il suo corso a Milano.

Il professor Lorenzon mettendosi addosso dei microfoni raccolse prove sufficienti per far prevalere questo secondo filone di indagine. Valpreda fu salvo. Ventura fu arrestato, processato, inizialmente condannato anche per la strage, scappò e si rifugiò come sappiamo in Argentina. Ma prima di scappare fu intervistato all’isola del Giglio da Marco Fini. Era il 1977, il processo si era spostato a Catanzaro e i due principali indagati, Freda e Ventura appunto, erano braccati, isolati, controllati con i cani poliziotto.

Vorremmo ritornare su alcuni punti di quell’intervista che ci paiono molto importanti, alla luce delle novità rumene. Ventura si confidava spesso col professor Lorenzon, probabilmente sapeva che prima o poi lo avrebbero indagato. Non era un comportamento adatto a una spia. La storia della rete Caraman ci fornisce adesso una spiegazione. Ventura era rimasto presumibilmente solo fin dal 1968.

Anzi, poteva essere costretto a seguire le direttive del nuovo capo del suo doppiogioco: Henke. Era stretto tra l’incudine, la vendetta dei rumeni, e il martello, la sanzione che lo Stato gli avrebbe inflitto. Questa premessa spiegherebbe le sue confidenze con il professore. Ma non ci dice chi volle quella strage.

Adesso prendiamo le altre sue parole che ci hanno colpito. Ventura afferma che nel 1969 non era pensabile che il Sid “non utilizzasse le informazioni sui possibili attacchi” “che fosse sleale democraticamente”.

Sono parole di una persona che si sente tradita? Colpevole sì, ma non di tutto quel che accadde nel 1969?

Aggiunge che Giannettini era stipendiato dal Sid, lui no: comunicava solo notizie. Tutto ciò è compatibile con una spia smascherata e costretta al doppiogioco. Prende le distanze dal Sid: “riuscirò a difendermi meglio quando verrà tolto il segreto politico-militare che ha salvato la banda moderata che ha ispirato il terrorismo del 1969-70”.

Lo diranno anche Ordine Nero e le Brigate Rosse. Il giudice D’Ambrosio però avvertiva: se indagherete su Ventura capirete ogni cosa. E lui secondo noi pronuncia un’altra frase chiave, che tuttavia ci arriva indirettamente dal suo accusatore, Lorenzon, sempre nel bel servizio di Fini.

Ventura dopo la strage torna da Milano o da Roma – afferma il professore – e gli dice: “adesso se la destra o la sinistra non faranno niente servirà qualcos’altro.” Chiara ci pare l’allusione a una reazione degli estremisti all’attentato. Ma una reazione voluta da chi?

Il processo non portò ad alcun risultato: si allungò ulteriormente, assumendo il carattere di una telenovela. Le vittime e i cittadini meritavano maggiore rispetto.

Autore

  • Massimo D'Agostino

    Massimo D'Agostino Massimo D'Agostino, giornalista pubblicista insegna Italiano e Storia. Dal 2010 gestisce il blog di storia e attualità "E cronaca". Dal 2011 pubblica saggi storici e libri sportivi. Nel 2022 ha vinto la pergamena del quarto posto al Premio letterario internazionale "18 maggio" con il libro sulla seconda guerra mondiale dal titolo "Venti metri sottoterra".

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