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La controstoria di NGN – Il caso Moro 1

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Il caso Moro

Gli americani del Cairo indagavano sul caso Moro

L’agguato di via Fani contro il presidente della DC, Aldo Moro, si consuma a Roma, secondo la ricostruzione di Wikipedia, esattamente tra le 9.02 e le 9.05 del 16 marzo 1978.

Siamo all’incrocio tra via Mario Fani e via Stresa, nel quartiere Trionfale della Capitale.
Si saprà, poi, dai vari libri di storia che i brigatisti avevano dato alla loro operazione il nome “Fritz”.

Tutto era stato studiato nei minimi dettagli.

“L’azione è rapida – scrive Indro Montanelli riportando le parole di Giorgio Bocca – sincronica: l’automobile bianca dei brigatisti taglia la strada all’auto di Moro, si ferma di colpo, si fa tamponare. Un tiratore scelto con un solo colpo al centro della fronte uccide l’autista, il maresciallo è colpito da una raffica di mitra come i due poliziotti che stanno sui sedili anteriori dell’auto di scorta. Quello seduto dietro riesce a scendere dall’auto e a impugnare la rivoltella, ma c’è anche per lui il colpo preciso in mezzo alla fronte. Moro, appena graffiato da un proiettile, viene spinto sull’altra automobile in attesa. Se ne vanno indisturbati trasbordando il prigioniero su un furgoncino pitturato in azzurro e bianco come quelli della polizia”.

Il numero dei terroristi presenti quella mattina in via Fani è stato oggetto di ampie discussioni ed è difficile stabilire in quale momento sia stata detta la verità.

I nomi più accreditati nei vari processi che si sono succeduti, e che non ricostruiremo in questa pubblicazione, sono soltanto i seguenti, che prendiamo dall’enciclopedia Wikipedia, la più aggiornata e affidabile: Mario Moretti, Franco Bonisoli, Prospero Gallinari, Barbara Balzerani, Raffaele Fiore, Valerio Morucci e Bruno Seghetti.

L’evento è di tale portata che si mettono in moto anche le ambasciate straniere, in particolare quella americana. Dal 2014 risulta declassificata nel sito di Wikileaks una serie di telegrammi che tra il 16 e il 22 marzo 1978 ebbero come oggetto il rapimento Moro.

Il 16 marzo 1978 parte dal Dipartimento di Stato statunitense verso Milano, Roma e Madrid, in Spagna, un telegramma firmato da Cyrus Vance, che ha ricoperto l’incarico di segretario di Stato dal 1977 al 1980. Viene concordato il messaggio che il presidente statunitense Jimmy Carter invierà al presidente della repubblica italiana Giovanni Leone.

“Ho il testo disponibile, o vuoi che lo legga? Bene”, dice Vance.

Il messaggio di cordoglio per la scomparsa dei poliziotti è inizialmente questo: “Vorrei semplicemente aggiungere a nome del dipartimento di stato e segretario Vance, il nostro senso di dolore e indignazione per questo atto folle e brutale del terrorismo; I.E., il rapimento terroristico di Aldo Morra. Condanniamo questa azione che è un attacco non solo su un individuo, ma sulle istituzioni del democratico governo italiano”.

Il nome di Moro risulta storpiato in “Morra”.

Ma ecco il messaggio di Carter che viene effettivamente recapitato a Leone.

“Sono rimasto scioccato nel sentire del rapimento terroristico di Aldo Moro. So che milioni di americani si uniscono a me nel pregare per il suo ritorno rapido e sicuro. Questo oltraggio colpisce profondamente tutti noi. Vi prego di trasmettere le mie simpatie personali alla famiglia Moro e alle famiglie degli uomini coraggiosi uccisi nella linea del dovere in questo attacco terroristico insensato”.

Vance aggiunge il particolare che alla domanda se il governo americano parteciperà alla lotta al terrorismo è stato da lui risposto: “Le questioni di applicazione della legge e il portare alla giustizia coloro che sono responsabili di questo crimine sono nella responsabilità del governo italiano che sta rispondendo vigoroso alla situazione”.

Si susseguono comunque alcuni scambi di informazioni. Il 17 marzo del 1978 parte da El Salvador dall’ambasciatore statunitense Frank J. Devine, verso il Segretario di Stato negli USA, questa richiesta: si chiede di far conoscere, “in particolare, il modus operandi dei rapitori, nome del gruppo che rivendica la responsabilità, i tipi di veicoli coinvolti, calibro delle guardie del corpo di Moro, se il percorso preso da Moro era di routine, tipi di armi utilizzate, se il veicolo di Moro era blindato”.

Nella centroamericana El Salvador le elezioni del 1977 si erano svolte in un clima di violenza. Alla presidenza era salito il generale Carlos Humberto Romero, candidato del Partito di Conciliazione Nazionale.

“Aspri scontri tra le forze di polizia da un lato e contadini, operai, militanti di sinistra dall’altro – spiega il sito Sapere.it – continuarono a insanguinare il Paese” fino al colpo di Stato militare e alla guerra civile che ebbe inizio nel 1979.

Domande più dettagliate rispetto a quelle salvadoregne erano state poste il 16 marzo dal Dipartimento di Stato di Washington verso l’ambasciata di Roma. Cyrus Vance intendeva sapere da Richard Gardner persino l’identità dei terroristi della strage di via Fani.

Una relazione con la risposta parte il giorno seguente, il 17 marzo 1978, e, una volta ricevuta da Roma dal Dipartimento di Stato, viene girata al Cairo, in Egitto, il giorno 18. A parlare sono l’ambasciatore Gardner e il segretario Vance. Affermano di non aver ancora contattato la polizia, che è impegnata nelle ricerche del presidente democristiano, tuttavia possono disporre di alcune informazioni che erano state precedentemente richieste.

I terroristi usavano una FIAT 128 – è scritto nel cablogramma – la quale frenò improvvisamente davanti all’auto del presidente. C’è stato un tamponamento a catena: l’auto di Moro ha urtato la 128 e l’auto della polizia che seguiva l’auto di Moro ha urtato a sua volta “la parte posteriore della vettura del presidente”. “Nessun’altra barriera stradale è stata usata”.

Gli americani sembrano preoccuparsi di come sarebbe stato possibile per Moro uscire da quell’ostacolo improvviso, costituito dalla 128, che poi si scoprirà essere guidata da Mario Moretti. Gardner e Vance spiegano che solo un’auto americana di grossa cilindrata sarebbe riuscita a spostare la 128, ma la 130 di Moro poteva farcela.

Il problema è stato – spiegano – che la polizia che era dietro il presidente non ha avuto il tempo per una reazione. Sono stati feriti e uccisi in pochi secondi. L’auto di Moro non era blindata, il guidatore era un carabiniere di 44 anni, che era stato il suo autista per 20 anni.

L’autista alla guida dell’auto della polizia aveva 52 anni ed era un carabiniere. Sul sedile anteriore dell’auto di Moro – è sempre il contenuto del cablogramma americano inviato al Cairo – c’erano due poliziotti. Entrambi sono stati uccisi.

Riportiamo altre testuali parole del governo statunitense: “Quello che era noto è che Moro va alla comunione ogni mattina nella stessa Chiesa. Inoltre, era evidente che, in qualità di Presidente del partito democratico cristiano, sarebbe stato presente quel giorno nella camera dei deputati per partecipare al dibattito sul nuovo governo”.

A questo punto, Gardner e Vance passano ad analizzare le armi. Si tratta di armi russe, e lo si deduce dai bossoli rinvenuti sul luogo della strage.

“Si ritiene che i terroristi abbiano usato una “Tula Tokarev TT”, una pistola automatica russa risalente al 1930. Normalmente utilizza proiettili calibro 7,62, ma prenderà anche le un po’ più grandi munizioni Mauser. È attualmente in uso da parte dell’esercito russo ed è anche prodotto sotto altri nomi in Bulgaria e nella Repubblica popolare cinese. Tra i 77 bossoli trovati sulla scena ne sono stati identificati alcuni da una pistola “NAGANT”, un’altra arma russa risalente ai giorni dell’esercito zarista.

Quest’arma è stata usata in molti omicidi delle brigate rosse. Sono stati anche identificati bossoli da un “MAB 38″ pistola di un tipo attualmente in uso da parte delle forze armate italiane”.

Si passa in rassegna ora, nel cablogramma, la zona della strage, dove c’erano in quel momento, al lato della strada, un bar abbandonato e il segnale di stop. Il posto giusto per un agguato. Si rimanda a un successivo messaggio per le foto del luogo del delitto. Ed ecco il numero dei brigatisti.

Si ritiene che siano almeno 12 quelli coinvolti – scrivono Gardner e Vance, parlando già con esattezza della matrice dell’attentato – compresa una donna. Poi si correggono: potrebbero essere stati anche di meno, c’è ancora molta confusione.

Quattro di loro indossavano vestiti dell’Alitalia, quattro erano piloti, e quattro operavano nella copertura dell’azione, per proteggere un’eventuale fuga. La loro identità non è nota, chiudono gli americani, come se in un fatto del genere fossero in grado di riconoscere nel giro di poche ore tutti i membri del commando brigatista che rapì Moro.

Ma, in questo caso, evidentemente, ciò non era stato possibile. Il 21 marzo 1978 (l’ora di questi cablogrammi sembra che non sia mai specificata), gli americani del Cairo rispondono a Washington. Indirizzano il messaggio anche a Nairobi, in Kenya, e a Roma, ringraziando per le notizie che erano state loro inviate.

Le informazioni sono state apprezzate. Ora però si vuole sapere di più, i dettagli tecnici sulle armi. Il motivo è che gli americani dell’ambasciata d’Egitto si vogliono attrezzare per addestrare le loro guardie del corpo.

Come mai? Che c’entra l’Egitto in questa storia e soprattutto con le Brigate Rosse? Viene forse dato per scontato che siano coinvolti anche dei palestinesi?

In quel periodo era al vertice del governo del Cairo Al Sadat, filo-americano. Pochi anni più tardi sarà in prima linea, insieme alla CIA, nel rifornire i guerriglieri afghani contro l’invasione russa del loro paese.

Morirà il 6 ottobre del 1981, al Cairo, proprio in un attentato condotto da Khalid al-Islambuli, un terrorista della Jihad islamica egiziana. Si trattava del braccio armato dei Fratelli Musulmani, che intendevano punirlo, spiega Wikipedia, per la pace stipulata con Israele.

Il motivo della preoccupazione degli americani in Egitto, nel marzo 1978, era proprio questo. La firma dei telegrammi era di Hermann Frederick Eilts, l’ambasciatore. Sapeva bene che il presidente egiziano Sadat nel novembre del 1977 aveva avanzato una proposta “rivoluzionaria”: stipulare una pace con Israele dopo gli anni della guerra dello Yom Kippur.

Gli accordi, allorché fu rapito Aldo Moro, non erano ancora cosa fatta. Gli israeliani chiedevano la restituzione dei territori conquistati nel 1967, tranne la striscia di Gaza, “dove erano ammassate – afferma Di Nolfo – centinaia di migliaia di profughi palestinesi”.

Il punto era questo. Che futuro avrebbero avuto? E quali rischi avrebbe corso Sadat firmando quella pace con Israele? Se lo domandava sicuramente anche l’ambasciatore Eilts.

Tornando al 21 marzo del 1978, dal Cairo l’ambasciata americana intendeva conoscere quali tipi di armi avevano i poliziotti dell’Alfetta che seguiva Moro nell’attentato, se portavano con loro armi automatiche, se avevano munizioni ed erano caricate, se le finestre nel veicolo che seguiva erano aperte, e ancora altre inusuali richieste.

Ad esempio, Eilts voleva vedere le fotografie dei poliziotti morti in via Fani nell’Alfetta. Una richiesta difficile da evadere, ammetteva. Si sarebbero accontentati di quelle dei giornali. Specificava che queste foto sarebbero servite per mantenere alta l’allerta dei loro reparti di sicurezza. Scriveva testuali parole: “Il rispetto per la morte dei colleghi poliziotti può impressionarli”.

22 marzo 1978. L’ambasciata statunitense di Roma replica ai colleghi del Cairo.

Ecco le parole di Gardner: “Impossibile rispondere alle domande, è inopportuno in questo momento interrogare la polizia sui dettagli del rapimento e gli omicidi. Essi sono sensibili in materia e anche pienamente impegnati in operazioni di ricerca massiccia. Le nostre informazioni per il momento provengono da mezzi di informazione. Il tipo di armi usate nell’automobile di scorta non è conosciuto. Una fonte ha dichiarato che la maggior parte dei veicoli della scorta della polizia non ha mitragliatrici. RSO non sa quanto siano affidabili queste informazioni. Le finestre del veicolo che seguiva erano in su. Abbiamo intascato le foto di giornale di interesse a voi in questa data”.

Si trattava veramente di notizie apprese dai quotidiani, oppure l’ambasciatore statunitense Richard Gardner faceva affidamento su altre fonti riservate?

Caso Moro: la pista egiziana fu insabbiata

Il 27 aprile del 1978 i magistrati erano probabilmente a un passo dalla soluzione del caso Moro. Lo si scopre leggendo gli articoli del quotidiano La Stampa, il quale il 28 aprile, con lo statista democristiano ancora vivo, usciva con una notizia sensazionale: erano state trovate a Roma delle cassette postali con i piani per rapire Aldo Moro.

La scoperta fu possibile grazie all’operazione della giustizia egiziana condotta a termine il 25 aprile del 1978 dal procuratore Ibrahim El Kaliubi, che aveva sgominato una rete terroristica internazionale. Tra gli arrestati figuravano anche alcuni cittadini svizzeri, tra cui un giornalista ticinese, e degli arabi.

La rete svizzera era nota con il nome di “Soccorso rosso elvetico” e si sosteneva che avesse dei contatti con le Brigate Rosse. Ma c’erano prove concrete. Ad esempio uno dei tre svizzeri, il giornalista ticinese Sergio Mantovani, arrestato al Cairo, aveva “denunciato” l’esistenza a Roma di una casella postale che testimoniava il collegamento con i gruppi che stavano tenendo prigioniero il presidente democristiano.

Secondo l’articolo di Silvana Mazzocchi della Stampa, fu l’Interpol a comunicare alla polizia italiana il numero di questa cassetta. Fu aperta e perquisita. All’interno fu trovata un’agendina con delle informazioni in codice. Gli esperti avrebbero dovuto svelarne il contenuto, ma negli articoli successivi queste notizie furono smentite.

Si parlò di informazioni di scarsa importanza contenute nelle cassette denunciate dal giornalista svizzero, e questo avvenne quando i magistrati come Imposimato furono costretti a fare le valigie e a programmare un viaggio al Cairo.

E pensare che nella casella postale la polizia aveva trovato un appunto che portava ad un’altra casella segreta. Si trovava nel quartiere Prati. E qui la prova c’era eccome: furono rinvenute lettere della colonna torinese delle Brigate Rosse. Documenti, specificava Silvana Mazzocchi, scritti anche in questo caso in codice. La Mazzocchi aggiungeva che secondo gli impiegati postali le cassette delle Brigate Rosse ebbero un traffico molto fitto nel periodo della strage di via Fani.

C’era poi una seconda prova che portava le indagini al Cairo. I terroristi di via Fani usarono proiettili provenienti proprio dall’Egitto. Tecnicamente si chiamavano proiettili “Superfiocchi” quelli che furono usati per trucidare la scorta dell’onorevole Moro, in via Fani, il 16 marzo del 1978. Erano stati prodotti dalla ditta Fiocchi di Brescia ed erano stati spediti in Medio Oriente.

Chissà, forse si trovavano all’interno di quel traffico di armi che fu scoperto anni dopo dal magistrato Carlo Palermo. Ma questi proiettili ritornarono indietro. Dall’Egitto questo “blocco”, come lo chiamava la giornalista Mazzocchi, fu inviato al porto di Bari per essere utilizzato in via Fani. Un altro blocco di questi proiettili, rubato in Svizzera, sembra che servì per il sequestro del presidente degli industriali tedeschi, Hans Martin Schleyer.

In parlamento si occupò della vicenda in quei giorni l’onorevole Falco Accame, del Partito Socialista, lo stesso Accame che figurava nei rapporti Impedian dell’archivio Mitrokhin. In realtà il rapporto 182 spiega che il KGB cercò di utilizzare Accame nel 1977 per degli interventi politici contro la presenza di sottomarini statunitensi in Sardegna.

Si tornò a parlare della pista egiziana solo a metà agosto del 1978, quando l’onorevole Moro era già morto e il ritrovamento delle cassette postali delle Brigate Rosse veniva già ridimensionato. Era il 13 agosto 1978, la firma dell’articolo era di Vicenzo Tessadori della Stampa. Si indagava ancora sui proiettili della ditta Fiocchi. Ancora per poco.

Che fine ha fatto questa inchiesta? Dopo l’agosto del 1978 se ne perdono le tracce negli archivi dei giornali. Perché fu insabbiata? Gli inquirenti si accontentarono della smentita dell’OLP, il quale escluse qualsiasi contatto con le Brigate Rosse?

Il movente di un intervento palestinese in Italia nella primavera del 1978 era molto semplice da capire: il presidente Sadat stava lavorando ai negoziati per i futuri accordi di Camp David.

Il 27 aprile del 1978 un articolo siglato R. S. del quotidiano La Stampa relazionava sulle informazioni che in quelle ore giungevano dal Cairo, e segnalavano una serie di contatti tra brigatisti italiani e fedayn palestinesi (si ipotizzò che appartenessero al gruppo “Giugno nero” di “Abu Nidal”) per mettere a segno attentati, rapimenti, assassinii, atti di sabotaggio per compromettere le iniziative di pace di Sadat. Della rete terroristica avrebbero fatto parte, oltre a brigatisti italiani e ticinesi, anche giapponesi dell’Esercito Rosso, e uomini del gruppo “Carlos”.

Ad avvalorare tutte queste piste di indagine ci sono anche i dialoghi tra l’ambasciatore statunitense del Cairo, Hermann Frederick Eilts, e quello di Roma Richard Gardner, poche ore dopo la strage di via Fani. Eilts era preoccupato per la sorte dei suoi uomini. Temeva potessero fare la fine della scorta di Aldo Moro. Sembrava assurdo, invece lo scenario internazionale svelato dalla mia inchiesta dimostra che i timori degli americani erano pienamente giustificati.

Ben diverso è invece il contenuto delle dichiarazioni che l’ex consigliere di Arafat all’Olp, Bassam Abu Sharif, ha recentemente rilasciato alla commissione parlamentare presieduta dall’onorevole Giuseppe Fioroni.

Ne parla il sito formiche.net in un articolo di Stefano Vespa. Abu Sharif sostiene, in sostanza, la tesi dei servizi segreti sovietici, secondo i quali le Brigate Rosse erano infiltrate dagli americani, che avrebbero cercato di impedire una soluzione che prevedesse una trattativa con le Brigate Rosse.

È, al contrario, più probabile che i servizi segreti che si inserivano nelle brigate rosse fossero dei sostenitori dei palestinesi. Lo prova il fatto che Abu Ayad, altro uomo di Arafat, diventò uno dei principali confidenti del Sismi. Da allora l’Olp mantenne buoni rapporti con buona parte della politica italiana.

“Salvato già una volta, ieri l’hanno rapito”

“Tre corpi nelle macchine bloccate per strada, crivellate di colpi, perché la sparatoria è stata infernale. Un quarto corpo riverso sull’asfalto, le braccia aperte, come un Cristo in croce, la pistola poco lontana, sfuggitagli di mano, in un inutile tentativo di reazione; una quinta guardia morta all’ospedale”.

Sono le parole con cui iniziava il reportage del settimanale Epoca del 22 marzo 1978, che ricostruiva, momento per momento, la strage di via Fani e il sequestro del presidente democristiano Aldo Moro.

Nel rileggere questo pezzo, firmato da Marzio Bellacci e Raffaello Uboldi, ci ha colpito la descrizione del quarto militare ucciso, Raffaele Iozzino, l’unico che aveva cercato di uscire dall’Alfetta: per un istintivo proposito di fuga? O per tentare di rispondere al fuoco?

Ce l’eravamo già chiesto, ma la novità è che, grazie all’aiuto di Luigi Spinelli, archivista della biblioteca Trivulziana di Milano, possiamo adesso sapere con esattezza cosa c’era scritto nella prima pagina del Giorno, quella che, nelle foto spagnole del giornale La Vanguardia, risultava appoggiata sulla cintola della guardia, quando era già esanime sull’asfalto.

Si tratta della prima pagina del famigerato 16 marzo 1978, che in apertura dava la notizia dell’invasione israeliana del Libano, iniziata due giorni prima, il 14 marzo 1978. Pochi la ricordano e praticamente nessuno l’ha mai collegata al caso Moro. Eppure, sembra proprio che questa chiave di lettura apra dei percorsi investigativi interessanti.

Il nome in codice era “Operazione Litani”. Dopo la prima guerra civile libanese, Israele aveva deciso di proteggere i suoi confini meridionali creando una fascia di sicurezza all’interno del territorio del Libano. Un po’ come recentemente ha fatto la Turchia, quando ha invaso la Siria per difendersi dai curdi. Politica internazionale.

Ma il caso Moro fu anche politica internazionale. A sparare quel giorno erano probabilmente arrivati a Roma dei killer di professione. Terroristi vestiti da avieri con accento straniero, tedesco.

La strage di via Fani è un qualcosa di vivo, che pulsa emozioni ogni volta che si apra un vecchio giornale, una voce che da dentro ci chiede di continuare a cercare qualcosa che, forse, ci lascerà sgomenti. Via Fani sembra un luogo senza tempo. Sono talmente tanti i colpi di scena che fuoriescono da quella tragedia che ti chiedi: ma come può essere accaduto tutto questo in un solo giorno? E’ come se non fosse mai finita quella sparatoria micidiale, “infernale”. Finita ieri, pochi minuti fa.

Mino Pecorelli raccontò di testimoni, che erano alla finestra e potevano riconoscere gli assassini. Erano stati protetti con l’anonimato per scongiurare vendette dei brigatisti. Dove sono finiti? Uno di loro aveva girato un filmino, o – specificava Pecorelli su OP – scattato una serie di foto. Istantanee non del luogo dell’attentato, ma degli attimi in cui si consumò la tragedia. Dov’è questo filmino? Possibile che nessuno l’abbia mai cercato in tutti questi anni?

Adesso danno la colpa a Gladio, agli americani. Ma il pensiero dei giornalisti, in quei momenti, andò soprattutto ai “sovversivi”. Scrisse Italo Cucci sul Guerin Sportivo del 22 marzo 1978.

“Ci sentiamo partecipi dello sgomento che tutti ha preso in questi giorni difficili in cui s’attenta alla libertà dell’Italia. Ai nostri lettori, ai giovani che ci seguono con l’entusiasmo, la gioia di vivere che solo lo sport oggi può dare, chiediamo solo di essere ancora e sempre diversi da quella teppaglia giovanile che si batte per il solo ideale della sovversione”.

Giovani anche stranieri, dicevamo. Sulla prima pagina di quel Giorno che fu trovato addosso a Raffaele Iozzino c’era sicuramente un messaggio. Un testo che poteva essere adatto alla storia di Aldo Moro.

Partendo dal titolo in alto e scendendo verso sinistra si leggerebbe, nelle righe che risaltano maggiormente da una certa distanza: “Terra bruciata per i fedayn, salvato già una volta ieri l’hanno rapito”.

Oppure, includendo anche i titoli defilati a centro pagina, sulla destra: “Terra bruciata per i fedayn, Begin: ‘Non ci ritireremo dal sud-Libano’, Andreotti oggi alla camera, ancora malumori, salvato già una volta ieri l’hanno rapito”.

L’uomo rapito cui realmente accennava Il Giorno era Angelo Apolloni, un costruttore di 32 anni che aveva subito un secondo agguato. Il riferimento ad Aldo Moro, se c’era, era assai sottile, comprensibile a pochi nel 1978. Emergerà pubblicamente in interviste più recenti.

Il presidente democristiano, quattro anni prima, si era salvato per miracolo dall’attentato al treno Italicus. Uomini dello Stato lo avevano fatto scendere all’ultimo istante per fargli firmare dei documenti.

Dunque, come interpretare quelle righe: chi aveva salvato Moro dalla bomba era stato costretto a compiere il rapimento? Il giornale serviva per mandare un messaggio in codice ai politici che gestivano i rapporti con i palestinesi (il famoso Lodo Moro)?

Per poterlo dire con certezza dovremmo sapere come si presentava la scena del delitto, in via Mario Fani, immediatamente dopo la fuga dei terroristi. Al contrario, magistrati o semplici passanti poterono camminare indisturbati vicino ai cadaveri delle vittime, alle auto crivellate di colpi, sui bossoli di cui era disseminato l’asfalto di via Fani, come testimoniano le immagini della Rai.

Il corpo di Iozzino colpisce per quel giornale, ma non solo. Sembra uno di quei ribelli che i nazisti impiccavano e poi lasciavano con un cartello derisorio, sprezzante, tra le braccia. L’auto presidenziale era piena di giornali, nell’Alfetta si intravedeva una copia del democristiano Il Popolo.

Il pover’uomo per un tragico scherzo del destino era rimasto – come giustamente notavano i giornalisti di Epoca – nella stessa posizione del crocifisso. Braccia aperte e gambe convergenti fino ai piedi sovrapposti. Che qualcuno abbia ricomposto la guardia deceduta in modo da offrire quel messaggio? Qualcuno tra i killer?

Ciò che possiamo dire, senza timore di essere smentiti, è che la sparatoria non si esaurì dopo che i terroristi sul lato sinistro di via Fani, e cioè provenendo dal bar Olivetti, ebbero scaricato le loro armi (si noti, armi che venivano usate dalla Repubblica di Salò al tempo dell’ultima guerra mondiale) sui poveri uomini della scorta.

Una nostra prima ipotesi, contrariamente a quanto scritto nelle sentenze dalla magistratura, è che un killer possa aver compiuto il giro dell’auto presidenziale per poi sparare due colpi di grazia al maresciallo Leonardi, che sedeva di fianco al guidatore, l’appuntato dei carabinieri Domenico Ricci. Tutto questo – è la nostra prima ipotesi – sarebbe durato pochi attimi, prima che il gruppo armato si allontanasse con l’ostaggio.

In un’altra foto del quotidiano di Barcellona, La Vanguardia, si intravede appena la testa del povero maresciallo, appoggiata allo schienale. La schiena del carabiniere è sprofondata sotto al cruscotto, infossata tra il sedile e la portiera semiaperta, crivellata di colpi. Ma sulla sinistra, in un frammento intatto del vetro, si notano in controluce due fori, perfettamente simmetrici ad altri due fori distinguibili sul giaccone di Leonardi. In un primo tempo li avevamo scambiati per una borsa aperta.

Il killer fece in tempo ad avvicinarsi per assicurarsi che tutti fossero morti? C’era poco spazio tra la 2300 e la Fiat 128 di Moretti. C’era stato un tamponamento. Perciò il killer avrebbe dovuto compiere un giro più largo intorno alla 128. Poi si sarebbe avvicinato, avrebbe alzato il braccio destro, come si vede nei film sulla mafia, e sparato due colpi sul povero Leonardi.

A quel punto potrebbe aver concluso il suo giro di perlustrazione finale appoggiando un paio di fogli di giornale sulla guardia rimasta freddata sull’asfalto. Potrebbe aver sistemato il cadavere nella posizione crocifissa per completare la sua opera perfetta, frutto di un ingegno criminale di alta scuola, dileguandosi tranquillamente nel traffico di Roma.

Questa dinamica coincide con la ricostruzione di Epoca, fatta con l’aiuto dei testimoni. La FIAT 2300 di Moro arriva in via Fani poco dopo le 9 del mattino, seguita dall’Alfetta bianca con la scorta. All’altezza del civico 111, la FIAT 128 “color panna” di Moretti frena e costringe la 2300 di Moro e l’Alfetta a un tamponamento a catena.

Scendono subito due terroristi dalla 128 di Moretti e sparano raffiche di mitra sulla 2300 presidenziale, quindi piomba una quarta macchina, una 132 di colore scuro con altri terroristi, che si affianca all’Alfetta con la scorta.

Da questa 132 scendono altri terroristi che “falciano la scorta di Moro”. In totale i testimoni parlarono di undici uomini e una donna. Dodici terroristi in tutto. Ecco, sono importanti questi passaggi del settimanale Epoca. Dice:

“Pochi secondi di terribile silenzio. Poi un terrorista strappa dal sedile posteriore della vettura presidenziale l’onorevole Moro, gettandolo nella portiera già aperta della 132, che ha il motore acceso, pronto a partire. Alcuni terroristi salgono nella macchina in cui Moro è tenuto prigioniero. Altri due restano lì per alcuni istanti, poi fuggono a piedi. La 128 color panna viene abbandonata”.

Cosa fecero i due terroristi che non partirono nella 132 di colore scuro con l’ostaggio a bordo? Spararono i colpi di grazia e sistemarono il cadavere di Iozzino in quella strana postura? (anche se confessiamo di non avere una grande esperienza sulle posture cadaveriche, a parte qualche film visto in televisione). E cosa ne fu di tutti gli altri, visto che, oltre a Moro, nella 132 non potevano salire più di quattro terroristi?

Coperti dal fucile dei Montoneros?

Questa ricostruzione viene superata da una novità che è emersa casualmente sul gruppo Facebook “La Guerra fredda in Italia: Storia della Prima Repubblica (1945-1994)“, nel quale il 16 marzo del 2025 è comparsa una foto dell’Ansa che riprendeva più da lontano la “scena del crimine”.

Avevamo sempre creduto che tra la macchina presidenziale di Moro e i palazzi di via Fani vi fosse un albero molto alto, che rendeva di fatto improbabile uno sparo da un balcone. E invece non è così, non lo era, perlomeno, nel 1978.

Nasce una seconda ipotesi. All’incrocio tra via Fani e via Stresa, sul lato destro dell’incidente fatale, non soltanto c’è un palazzo alto, ma disegnando una linea retta dal terrazzo condominiale (perché tale ci è parso essere) verso la portiera del passeggero dell’auto di Moro viene riprodotta un’inclinazione molto simile a quella dei presunti proiettili visibili nella foto del giornale La Vanguardia.

Quindi era possibile sparare da quella posizione? Assolutamente sì. Anzi, si può cercare anche qualche variante, a seconda dell’origine dello sparo: più da destra o più da sinistra?

La portiera del lato passeggero fu aperta e chiusa più volte dopo l’attentato, anche soltanto per coprire i cadaveri con dei teli. Questo è un grande problema, perché più aperta o più chiusa significa un’inclinazione e anche una direzione dei colpi molto diversa.

Nelle foto disponibili in rete questa benedetta portiera compare a volte spalancata, a volte socchiusa, e chissà com’era nel momento degli spari! Diciamo che, sentendo le varie ricostruzioni degli esperti, potremmo considerare attendibile la foto spagnola.

Il maresciallo Leonardi doveva trovarsi in quella posizione in cui lo ritrae l’istantanea del giornale La Vanguardia. Cercava di schivare le raffiche di mitra che arrivavano dal bar Olivetti e intendeva proteggere il presidente Moro. Quindi era rannicchiato e girato verso sinistra, con la schiena appena fuori dell’abitacolo.

Voleva uscire senza essere visto e venne fulminato dall’alto? Ma dall’alto dove? Dall’abitazione proprio sopra la strada oppure da più lontano? Ci ha colpito molto una soffitta posta al quinto piano di un palazzo all’angolo tra via Fani e via Stresa, sempre nel lato destro della strage.

Tirando una riga verso la portiera del lato passeggero dell’auto di Moro non soltanto riproduciamo una traiettoria molto simile a quella della foto spagnola (la simmetria di cui parlavamo poc’anzi tra i due fori sul finestrino e i due buchi nel giaccone del maresciallo), ma scopriamo che il killer avrebbe potuto anche appoggiare comodamente il fucile al tetto dell’abitazione.

Questa soluzione risolverebbe alcune incongruenze della versione del colpo di grazia in stile mafioso. Lo abbiamo verificato con Chatgpt, che non ha molti dubbi: lo sparo sul povero maresciallo Leonardi poteva provenire soltanto da lontano.

Innanzitutto, uno sparo ravvicinato avrebbe rotto completamente il finestrino del lato passeggero e avrebbe esposto lo sparatore a una valanga di schegge. Inoltre, questa dinamica spiegherebbe per quale ragione il killer non aprì completamente la portiera per sparare e preferì inspiegabilmente farlo attraverso il vetro.

Avrebbe avuto opzioni molto più semplici. Ma non poteva, perché si trovava a grande distanza, sul terrazzo di un palazzo, o in una soffitta, appoggiato al tetto, con un fucile di precisione. L’inclinazione accentuata e lo sparo da lontano spiegherebbero perfettamente lo stato del finestrino nella foto del giornale spagnolo.

Torniamo ora un attimo sulla perfetta simmetria dei fori, riprodotti allo stesso modo sul vetro del finestrino e sul cappotto del maresciallo Leonardi. Il killer presumibilmente non utilizzava un cavalletto, ma sparò un colpo e poi si mosse leggermente, mantenendo nel mirino il suo obiettivo: l’auto presidenziale.

Dunque, un cecchino, con un fucile di precisione si era appostato su un terrazzo o su un tetto che dominava nel 1978 l’incrocio tra via Mario Fani e via Stresa? L’intelligenza artificiale sembra non nutrire dubbi. Abbiamo un elemento nuovo da analizzare. Anzi, se dovessimo svolgere noi le indagini potremmo affermare che in mano abbiamo un solo elemento concreto e facilmente dimostrabile: la presenza di un cecchino.

Ma le Brigate Rosse agivano in questo modo, portandosi dietro un tiratore scelto? La storia dice di no, che né loro, né la tedesca Raf disponevano di personale addestrato a questo tipo di guerriglia. Avevamo parlato di Rolf Heizsler o Heissler. Ma pare che non avesse una simile caratteristica. Se era sulla scena del crimine poteva trovarsi solo all’interno dei gruppi armati, vestiti da avieri, che spararono sulla strada.

Eppure dall’alto qualcuno sparò due colpi. La foto fu scattata da un giornale di Barcellona molto famoso e apprezzato. Che sia falsa lo escludiamo del tutto. Il maresciallo Leonardi si trovava nella stessa postura riscontrabile in altre foto uscite sui mass media italiani.

Lo stesso dicasi per il povero autista, Ricci, ancora con la mano sul cambio in un estremo tentativo di fare marcia indietro e uscire dalla trappola posta dal Moretti, che si era fatto tamponare ed era subito sceso per sparare insieme agli altri complici.

Ma a questo punto bisognerebbe ricominciare tutto daccapo. Oppure no, sarebbe sufficiente smontare i pezzi delle varie inchieste già svolte e riassemblarli secondo uno schema nuovo, che in realtà avevamo già inziato a ipotizzare. Se c’era un cecchino in via Fani, non era il solo elemento fuori posto rispetto alla dinamica consueta delle azioni delle Brigate Rosse.

Avevamo parlato in precedenza di una bomba pronta a esplodere in una Mini Cooper, parcheggiata sempre in via Fani la mattina del 16 marzo 1978 e di proprietà – fu in seguito accertato – di un militare dei Servizi Segreti italiani. Sappiamo dalle cronache che furono trovati proiettili, non solo in strada, ma pure nei balconi dei palazzi di via Fani: proiettili conficcati nei muri, che erano stati interpretati come un tentativo dei brigatisti di scoraggiare i cittadini che avessero voluto eventualmente affacciarsi.

Ma lo scopo tattico, a questo punto, potrebbe essere stato anche un altro: coprire la presenza di un cecchino che agiva dai tetti. Sappiamo di un elicottero, che girava su via Fani nei momenti della sparatoria. E poi sappiamo che c’erano dei testimoni, della cui affidabilità abbiamo già detto che dubitiamo. Se ogni anno i giornali cambiano versione o aggiungono dei dettagli su questo delitto, la colpa è anche dei testimoni, che sono degli autentici fantasmi.

Ma se il nuovo punto fermo è il cecchino, questo personaggio porta con sé altri nodi da sciogliere. E’ possibile che nessuno lo abbia visto? Riflettiamo un attimo. Dalla posizione in cui era, al di sopra di un grande incrocio, poteva controllare ogni movimento. Ma era altrettanto visibile dagli estranei all’azione? In un caso forse no. Se si fosse trovato nella soffitta al quinto piano, con il fucile appoggiato al tetto, non sarebbe stato facile individuarlo.

Sappiamo che i brigatisti furono estremamente meticolosi nel preparare questo agguato. Andarono a forare le gomme al furgoncino del fioraio, affinché non si presentasse in via Fani quella mattina. Ne fu dedotto che il presidente Moro poteva essere rapito soltanto in quel punto, e non da altre parti. Però, in questo scenario il cecchino non è fuori posto. Bisogna soltanto allargare la copertura “di Stato” ad altri potenziali complici.

C’erano i servizi segreti in via Fani? Perché allora non ipotizzare che tutto quell’isolato fosse stato identificato come una specie di “zona rossa”, cioè area posta sotto il completo controllo dei Servizi? Se fossimo stati al posto del cecchino, di quali vie di fuga avremmo potuto disporre senza l’aiuto di nessuno?

Scendere per strada con un fucile di precisione sarebbe stato un suicidio, anche ipotizzando di poterlo nascondere in una sacca. Avremmo avuto l’opzione di scendere le scale e salire velocemente sulla macchina di un complice. Ma se invece avessimo affittato un appartamento in quello stesso palazzo, in cui rifugiarci appena dopo la sparatoria?

Meglio ancora se avessimo potuto godere dell’ospitalità di un amico. E noi oggi sappiamo che nelle zone interessate dal caso Moro gli appartamenti affittati o acquistati dai Servizi Segreti erano numerosissimi.

Come si vede, la presenza di un tiratore scelto, esterno alle Brigate Rosse, predisposto da un Servizio Segreto, più che essere di intralcio, sembra l’anello mancante che spiega tanti indizi emersi nel corso delle indagini.

C’è un ulteriore elemento di indagine che riguarda l’auto presidenziale di Aldo Moro. Confrontando la foto spagnola (ma uscì anche su Arbeiter Zeitung, il giornale del Partito Socialista austriaco) con quelle italiane, risulta evidente una manomissione del vetro del finestrino del passeggero.

In particolare, su Triestenews è stata divulgata una foto del lato destro del finestrino in un momento successivo alla strage e posteriore anche alla foto spagnola, poiché i corpi erano già stati coperti dai famosi teli bianchi. Il vetro qui però si presenta completamente sfondato nella parte centrale.

Il perimetro della rottura è facilmente riconoscibile e ciò rende autentica al cento per cento la foto del giornale di Barcellona, tuttavia risultano eliminati del tutto i piccoli fori che dimostravano gli spari da destra. Qualcuno tentò di alterare gli indizi?

Chatgpt ha analizzato ancora una volta l’immagine spagnola, stavolta senza le traiettorie disegnate da noi, certificando che quei fori furono prodotti da un proiettile in entrata da destra nell’abitacolo e non in uscita. In verità di fori potrebbero essercene più di due.

Quello più grande, poi alterato da qualcuno sulla scena del crimine e divenuto un’unica grande spaccatura, potrebbe appartenere a uno sparo partito dal livello della strada e quindi più ravvicinato, quelli più piccoli potrebbero provenire da un fucile di precisione di piccolo calibro e posizionato sul tetto di un edificio, appunto come il terrazzo o la soffitta di via Fani.

Quali colpi finirono sul corpo del maresciallo protettore di Aldo Moro? Se si trovava già disteso al momento di quegli spari da destra è quasi impossibile che un killer posizionato al livello della strada potesse raggiungerlo, rannicchiato com’era sotto il cruscotto e quasi fuori dall’abitacolo.

È comunque assai plausibile che un killer posizionato sul terrazzo e a grande distanza potesse colpire il suo bersaglio attraverso il vetro senza una significativa deformazione della traiettoria.

Abbiamo a questo punto rivisto la preziosa puntata di “Coperti a destra”, una video-inchiesta dettagliatissima sui 90 secondi della sparatoria di via Fani. Autore: il bravo Gianluca Cicinelli. Grazie a lui, e agli esperti di balistica del gruppo Sedicidimarzo, abbiamo appreso della presenza di quattro importanti proiettili 7 e 65 sul marciapiede, lato destro, di via Fani.

Le perizie appurarono anche che un proiettile misterioso colpì il maresciallo Leonardi sotto la nuca con direzione alto-basso, misterioso perché risulta mancante, insieme agli altri tre, tra i reperti archiviati dalla magistratura.

Inoltre, sembra che nel documento originale tali proiettili siano indicati come calibro 9 e non 7,65. Davvero strano. Forti di queste ulteriori conferme siamo tornati a interrogare il cervellone di Chatgpt.

Si fa strada una nuova pista, già esplorata peraltro durante i 55 giorni del sequestro Moro: quella argentina. I fori del finestrino dell’auto presidenziale, quelli ovviamente del lato destro poi manomesso, sono risultati compatibili con i proiettili di piccolo calibro come i 7,65.

Messi insieme gli elementi ormai acquisiti, ossia l’inclinazione dello sparo evidenziata dalla foto e dalle perizie balistiche, il piccolo calibro dei colpi, la scelta obbligata da parte del killer di sparare attraverso il vetro, il cervellone non ha avuto molta difficoltà a individuare la possibile arma del delitto, ossia quella non identificata mai durante il processo Moro: potrebbe essere stato un fucile di precisione Mauser di fabbricazione argentina e databile intorno al secondo conflitto mondiale. Lo usavano spesso i guerriglieri Montoneros.

L’Argentina può entrare in questa storia, non tanto – ci pare – per la tolleranza della Democrazia Cristiana verso il regime autoritario di Videla, che compì nel 1976 un colpo di Stato di destra, quanto per alcune trattative misteriose che avvennero l’anno dopo la morte di Moro, nel 1979, tra appunto il regime di Videla e i Servizi italiani. Oggetto del contendere: lo scambio di alcuni importanti personaggi.

A Roma nel 1978 era probabilmente presente e libero di agire un esponente illustre dei Montoneros: Mario Firmenich. Allora trentenne, in esilio dopo il colpo di Stato di Videla, fu autore di un famoso delitto nel 1970: il sequestro e l’omicidio dell’ex dittatore Aramburu. Il quotidiano La Stampa raccontò, intorno ad agosto del 1979, della possibilità concreta di uno scambio tra Firmenich e Giovanni Ventura.

Quest’ultimo era all’epoca accusato della strage di Piazza Fontana a Milano del 1969 insieme a Franco Freda. Mentre si trovava a Catanzaro sotto stretta sorveglianza, nei primi giorni di gennaio di quell’anno era fuggito in Argentina grazie a un passaporto falso.

Fu solo una coincidenza? Oppure la trattativa, proposta – stando agli articoli – dalla polizia argentina, era dovuta alla partecipazione dei Montoneros al sequestro Moro?

Èplausibile in ogni caso che vi fosse un collegamento diretto tra caso Moro e strage di piazza Fontana, sia per le accuse delle Bierre contro il presidente Moro, per le coperture da lui accordate durante il processo ai Servizi segreti, sia per il ruolo oscuro dei Servizi italiani deviati.

Quei bossoli calibro 7,65

Tutta questa ricostruzione che conduce in Argentina può essere messa in dubbio da una verifica più approfondita sui quattro bossoli calibro 7,65 trovati sul marciapiede destro di via Fani.

In una simulazione fatta con l’intelligenza artificiale abbiamo dovuto prendere atto che un fucile Mauser piazzato al quarto piano di un edificio all’angolo con via Stresa non avrebbe potuto espellere i bossoli nel punto in cui sono stati trovati.

Un Mauser, che è un fucile molto datato, anche se fosse stato ammodernato per un utilizzo nella strage di via Fani, avrebbe espulso i bossoli verso destra e leggermente in avanti, ma non abbastanza per raggiungere il marciapiede di via Fani.

Ce li saremmo dovuti aspettare sul terrazzo condominiale in cui si trovava il killer o al massimo nel giardinetto condominiale che separava allora quei palazzi dalla strada.

La soluzione può essere soltanto una – e siamo alla terza ipotesi -: qualcuno depositò in un secondo momento i quattro bossoli sul marciapiede. Lo scopo sarebbe evidente: depistare le indagini. Infatti i proiettili calibro 7,65 erano molto comuni negli attentati terroristici, ma venivano utilizzati in pistole a breve gittata.

Il problema è che se accettiamo l’ipotesi del depistaggio, nulla ci costringe più a collegare il calibro 7,65 con un fucile di precisione. Sappiamo per certo che: furono sparati almeno due colpi con inclinazione alto-basso contro il maresciallo Leonardi, compatibili con proiettili di piccolo calibro, che però furono misteriosamente smarriti e repertati come calibro 9.

Il che, con la fotografia spagnola in mano, non ha senso, perché se fossero stati sparati dal tetto di un edificio, per i motivi che abbiamo già esplorato, non avrebbero potuto essere mai di calibro 9, in quanto nel 1978 – stando a Chatgpt – non esistevano fucili di precisione con queste caratteristiche.

A questo punto siamo liberi di cercare nuove soluzioni, e l’intelligenza artificiale ce ne suggerisce due: proiettili 7,62x51mm NATO, utilizzati nel Remington 700 e nel M14, o i sovietici 7,62x54R, usati nel Dragunov SVD, entrambi superiori per precisione e gittata.

Ciò vuol dire che dobbiamo passare dalle ipotesi precedenti, il mafioso che va a dare il colpo di grazia alla scorta di Moro e lascia i giornali oppure il guerrigliero Montoneros che appoggia il sequestro Moro per solidarietà politica, a un disegno più complesso che coinvolga non solo settori deviati dei servizi italiani, il cui contributo ormai diamo per scontato, ma anche le superpotenze della guerra fredda.

Sempre procedendo con le simulazioni al computer abbiamo provato a ipotizzare questi due scenari geopolitici sullo sfondo del caso Moro. L’utilizzo però di un cecchino sposta l’ago della bilancia nettamente verso il Patto di Varsavia, che era più spesso impegnato in operazioni coperte con tiratori scelti.

Ci sono anche motivi politici che ci inducono ad escludere che fosse Gladio l’organizzatore del sequestro Moro. Un mese prima del fatto, a metà febbraio del 1978, Giulio Andreotti, esponente di spicco della DC e presidente del Governo uscente, si rivolse agli americani esprimendo forti preoccupazioni sull’ingresso del PCI nel governo del “Compromesso storico”.

Ce lo riferisce un documento cecoslovacco. Serpeggiava in certi ambienti democristiani il timore che, una volta al potere, i comunisti mettessero da parte i buoni propositi e si comportassero “da comunisti”, che riprendessero cioè la loro politica per la dittatura del proletariato. Andreotti chiese perciò agli americani di intervenire. La Casa Bianca rimase sorpresa –  riferisce il documento -. Non abbiamo mai pensato – disse – a un governo italiano senza la presenza della Democrazia Cristiana.

Evidentemente gli americani non avevano ben presenti le lotte tra clan all’interno della DC. Se qualcuno si mosse per appoggiare militarmente un’azione delle Brigate Rosse, è assai più plausibile che fossero alcuni membri “deviati” dei Servizi Segreti italiani. Ma “deviati” non vuol dire che si alzavano la mattina e prendevano iniziative per conto loro.

L’onorevole Massimo Teodori negli anni Ottanta sosteneva che ogni clan in cui era divisa la Democrazia Cristiana poteva contare sulla collaborazione di svariati agenti dei Servizi Segreti. In questa guerra civile, è ormai cosa nota che alcuni gruppi seguissero una politica più aperta verso gli Stati non allineati.

Erano perciò in grado di fungere da cerniera tra i libici del colonnello Gheddafi e il commando brigatista. È in questo contesto che potrebbe essere stato necessario, data l’importanza dell’azione terroristica, assoldare un killer di professione dalla Russia.

Abbiamo voluto fare la prova del nove, chiedendo a Chatgpt di organizzare un depistaggio per coprire la presenza di un cecchino nella strage di via Fani. Incredibilmente, l’intelligenza artificiale nel suo piano virtuale avrebbe previsto quasi tutto ciò che è realmente accaduto: manomissione del finestrino con i fori di proiettile, eliminazione dei proiettili sovietici, eliminazione immediata della fotografia compromettente.

Su nostro suggerimento ha aggiunto in un secondo momento anche i quattro bossoli falsi sul lato destro di via Fani, disponendoli esattamente come furono trovati nella realtà, sparsi intorno alla Mini blu parcheggiata vicino al marciapiede destro di via Fani.

L’unico punto in cui noi e Chatgpt non eravamo d’accordo era sul calibro dei bossoli da lasciare sul marciapiede. Per un depistaggio pulito sarebbe stato preferibile un calibro 9. Utilizzare il 7,65 sarebbe risultato rischioso, perché è una misura molto vicina al 7,62 del fucile SVD Dragunov.

Il problema è proprio questo. Colui che depistò le indagini manomettendo i reperti voleva davvero un lavoro perfetto? Scrive testualmente Chargpt: “Se il depistaggio è stato pianificato con intelligenza, l’autore non si è limitato solo a cancellare le tracce del cecchino sovietico, ma ha anche creato deliberatamente zone d’ombra e incongruenze che avrebbero generato speculazioni per decenni. Questo tipo di operazione è tipico delle “strategie della tensione”, dove l’obiettivo non è solo eliminare un bersaglio, ma inquinare la verità, creando una nebulosa di ipotesi che impedisca di arrivare a una conclusione chiara.”

Dunque dobbiamo pensare a due soggetti nuovi, che per 50 anni sono stati del tutto ignorati: un tiratore scelto, piazzato in alto e a molta distanza dal luogo dell’agguato, e poi un depistatore che, mescolato tra gli inquirenti, ha inquinato le prove con in mente un piano ben preciso. Sarebbe lui a questo punto ad aver lasciato anche i giornali sul cadavere di Iozzino per comunicare un messaggio criptato. Intorno a loro dobbiamo ipotizzare che fosse predisposto un piano di sicurezza molto ampio, che prevedeva altri complici infiltrati nei palazzi di via Fani e via Stresa.

È opportuno sottolineare che il documento della Stasi, di cui parlammo tempo addietro, che tentava un confronto tra il sequestro Moro e le operazioni della tedesca Raf, riferiva di ben 40 persone impiegate dalle Bierre nella strage di via Fani.

Questo numero può apparire spropositato, se si pensa ai terroristi presenti in strada il 16 marzo del ’78, ma è perfettamente compatibile con una “zona rossa” comprendente altri complici nei palazzi circostanti. Un piano quasi perfetto, che ha funzionato per 50 anni, ma che a quanto pare non aveva fatto i conti con i giornali stranieri.

Resta da comprendere il ruolo degli americani. Nel seguito di questo lavoro proveremo a tracciare un profilo dei più famosi infiltrati della CIA nel terrorismo italiano, dal quale il lettore trarrà un quadro abbastanza esaustivo sulle potenzialità, ma anche i limiti, dei servizi segreti occidentali nel contrastare il terrorismo degli anni Settanta. Pasticcioni e inconcludenti, gli 007 americani finirono spesso per essere smascherati e arrestati.

La strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 ci appare allora come una chiave decisiva per aprire tanti altri segreti di Stato italiani. Fu quello, probabilmente, il primo grave errore dei servizi segreti occidentali, dal quale trasse le sue motivazioni ideologiche e la spinta alla vendetta il terrorismo degli anni di piombo.

Autore

  • Massimo D'Agostino

    Massimo D'Agostino Massimo D'Agostino, giornalista pubblicista insegna Italiano e Storia. Dal 2010 gestisce il blog di storia e attualità "E cronaca". Dal 2011 pubblica saggi storici e libri sportivi. Nel 2022 ha vinto la pergamena del quarto posto al Premio letterario internazionale "18 maggio" con il libro sulla seconda guerra mondiale dal titolo "Venti metri sottoterra".

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