Urge che l’Europa mantenga autonomia economica e abbia potere contrattuale sui mercati
Che siano in corso le prove generali per Yalta2, credo sia ormai un dato acquisito.
La mia lettura degli avvenimenti internazionali sembra essere confermata da quello che i media, per troppo tempo silenziosi e forse anche “invogliati” a restare in silenzio, ormai non possono più tacere.
La Cina viene riconosciuta, anche per il consenso, almeno per ora, di altri grandi interlocutori quali l’India, a capo dei BRICS++, che ormai rappresentano il 50% della economia mondiale, dell’innovazione tecnologica, del possesso delle materie prime indispensabili.
Da “capo” della metà del mondo, grazie anche a una silenziosa marcia di occupazione di Paesi – perché ormai è chiaro che essere decisivi nell’economia, nell’industria, persino nell’agricoltura e interlocutori privilegiati del debito sovrano è molto più che mandare soldati a controllare il possesso di territori – la Cina pone condizioni all’altra metà del mondo. Che, al di là di isterismi e sconvolgimenti intestinali, restano guidati dagli USA.
Il focus è sul piano della geo-politica. Anche se non sembra.
Così si scopre che per la Cina è essenziale Taiwan, “altrimenti ci arrabbiamo”; la Cina perdona Trump sul Venezuela, nel quale aveva tentato di insediarsi, ma non cede su Cuba; chiede di rivedere la posizione degli emirati vicino all’Occidente e di Israele, che stava allargando e consolidando la sua leadership regionale, in cambio di un allentamento della tensione su Iran che non deve avere l’atomica e deve tenere libero Hormuz, magari incassando “qualcosa” in termini di diritti di passaggio; resta vicino alla Russia che ancora ha la possibilità di essere un terzo interlocutore e comunque fa da frontiera dell’Asia rispetto all’Europa. Quest’ultima uno zero che si arrovella sul come fare a rimanere zero.
Come si fa a realizzare questo accordo? Con gli accordi economici.
Trump ha portato con sé persone che vantano un totale di ricchezze personali di oltre 2.000 miliardi e gestiscono, più o meno indirettamente, attività economiche e finanziarie per 20 volte tanto.
Sono in grado di determinare nei fatti monopoli – o oligopoli – che strozzano industrie, che ipotecano sviluppo tecnologico, che asfissiano ricerca e dunque economie. Che rendono schiavi.
Quando questo quadro sarà accettato da tutti – e se ne potrà discutere per correggere errori di lettura, anche ovviamente miei errori – forse riusciremo a capire cosa abbiamo sbagliato, i ritardi accumulati e, soprattutto, il cosa fare. Perché, per resistere alla messa sotto schiaffo, come prima cosa bisogna mantenere un’autonomia economica e avere potere contrattuale sui mercati.
Parlo dell’Europa: perché i singoli Paesi europei, in questa competizione, se si mettono “contro” i grandi senza fare massa critica, non avranno neanche il tempo di esalare l’ultimo respiro. Ma parlo anche dei singoli Paesi che ritardano, con le loro analisi e con le loro diatribe, una presa di coscienza e l’avvio di un comune lavoro.
Anche alcune discussioni che si ammantano di “politico” e si auto-attribuiscono un qualche colore, apparentemente lontani da queste problematiche, sono, invece, il fulcro di qualcosa di innovativo che bisogna affrontare: ragionare in termini del tutto diversi dal passato.
Essere provinciali nelle analisi, nei dibattiti, nelle proposte prepara un destino di perdenti. Sinceramente, vedo che il provincialismo è ancora presente in quasi tutti i Paesi europei.
Se si leggono le informazioni su quello che si dice e si fa, sui giudizi che si esprimono e anche sulle prospettive che si indicano, ma senza il filtro della appartenenza partitica, si capisce che di provincialismo in Italia si eccelle. E non possiamo permettercelo.
A proposito. Leggete il discorso di Draghi ad Aquisgrana in occasione del premio Carlo Magno a lui assegnato. E paragonatelo a quello che dicono Conte, Renzi, Schlein e, ovviamente, Meloni.





