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La vicenda del “Board of Peace” è più importante di quanto sembri

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Board of Peace

Gaza prototipo di un nuovo modello che sostituisce la sovranità con la supervisione?

Questa vicenda del “Board of Peace” è molto più importante di quanto sembri a prima vista. Perché non riguarda soltanto Gaza.

Riguarda un possibile cambiamento del modo in cui il potere globale immagina di amministrare le guerre, la ricostruzione e persino la sovranità degli Stati. Ed è qui che il tema diventa enorme.

Cos’è davvero il “Board of Peace”

Il progetto annunciato da Donald Trump nasce formalmente come organismo per accompagnare Gaza dalla guerra alla ricostruzione.

Nel board compaiono figure come Marco Rubio, Steve Witkoff, Jared Kushner e Tony Blair.

Ufficialmente dovrebbe:
• coordinare la stabilizzazione di Gaza;
• attrarre investimenti;
• supervisionare la governance;
• mobilitare fondi internazionali;
• guidare la ricostruzione.

Ma il punto cruciale è un altro: secondo il Financial Times, l’amministrazione Trump starebbe pensando di estendere questo modello anche a Ucraina e Venezuela. Ed è qui che il significato geopolitico cambia completamente.

Il vero senso politico del progetto

Quello che sta emergendo sembra essere qualcosa di inedito: non più soltanto diplomazia tra Stati, ma una governance internazionale “parallela”, guidata da élite politico-finanziarie, incaricate di gestire territori devastati dalla guerra.

In pratica: non si limita a negoziare la pace. Si entra direttamente nella gestione economica, infrastrutturale e amministrativa del dopoguerra. È una trasformazione enorme.

Per decenni il mondo ha conosciuto:
• ONU;
• NATO;
• Banca Mondiale;
• FMI;
• organismi multilaterali.

Qui, invece, appare un’altra logica: una sorta di “cabina di regia” ristretta, fortemente americana, composta da diplomatici, uomini d’affari, mediatori e investitori.

E molti osservatori hanno colto proprio questo punto: il rischio che nasca una specie di organismo sovranazionale informale capace di sostituire, aggirare o svuotare il ruolo delle United Nations.

Gaza come laboratorio del futuro

La sensazione profonda è che Gaza venga trattata come un laboratorio geopolitico. Non soltanto una tragedia umanitaria. Ma un modello sperimentale.

Prima:
• guerra;
• distruzione;
• svuotamento istituzionale.

Poi:
• amministrazione tecnocratica;
• investimenti internazionali;
• sicurezza affidata a forze multilaterali;
• ricostruzione guidata da organismi esterni.

Questo somiglia molto più alla gestione aziendale di una crisi che alla diplomazia classica.

Ed è impossibile non notare la presenza centrale di figure legate:

• alla finanza globale;
• al real estate;
• agli investimenti infrastrutturali;
• ai grandi fondi internazionali.

Perché Tony Blair è una figura simbolica

La presenza di Tony Blair è altamente simbolica.

Blair rappresenta storicamente:
• l’interventismo occidentale;
• la guerra in Iraq del 2003;
• la stagione delle “esportazioni della democrazia”.

Per gran parte del Medio Oriente il suo nome evoca ancora:
• invasione;
• destabilizzazione;
• fallimento della pace occidentale.

Eppure, proprio lui torna dentro un organismo che dovrebbe “portare la pace”. Questo dice moltissimo sul tipo di visione geopolitica che sta emergendo: la pace non come riconciliazione storica tra popoli, ma come amministrazione stabile del caos. Ed è una differenza enorme.

La parola “pace” oggi

Forse la domanda più importante è proprio questa: che cosa significa oggi la parola “pace”?

Perché, sempre più spesso, la pace contemporanea sembra voler dire:

• controllo;
• sicurezza;
• gestione;
• congelamento del conflitto;
• normalizzazione economica.

Non necessariamente:

• giustizia;
• autodeterminazione;
• memoria;
• riconciliazione reale.

Molti critici vedono nel “Board of Peace” il rischio di una pace costruita dall’alto, dove la priorità non è la libertà dei popoli ma la stabilità geopolitica e finanziaria.

Ed è significativo che diverse diplomazie arabe abbiano espresso disagio verso l’idea di allargare questo modello ad altri conflitti globali.

Il punto più inquietante

La parte forse più profonda e inquietante di tutta questa vicenda è un’altra: la trasformazione della guerra in amministrazione permanente. Una volta le guerre terminavano con:

• trattati;
• confini;
• accordi politici.

Ora, invece, sembra emergere un altro paradigma: territori governati da organismi ibridi, a metà tra diplomazia, finanza e gestione tecnica. Come se il XXI secolo stesse lentamente sostituendo la sovranità con la supervisione.

E Gaza potrebbe essere il primo grande prototipo di questo nuovo modello. Cosa penso di questa vicenda Penso che qui si stia vedendo qualcosa che va oltre Trump stesso. Trump è il volto spettacolare del progetto.

Ma il fenomeno è più grande: la nascita di una geopolitica post-statale, dove:

• i governi tradizionali perdono centralità;
• le crisi vengono amministrate da reti transnazionali;
• la ricostruzione diventa anche un enorme spazio economico e strategico.

Ed è per questo che il mondo osserva con inquietudine. Perché se un “Board of Peace” può amministrare Gaza oggi, domani potrebbe teoricamente intervenire ovunque: Ucraina, Venezuela, Africa, Mediterraneo.

Non più soltanto come mediatore, ma come struttura permanente di governo della crisi.

E, allora, la domanda finale diventa quasi filosofica: la pace contemporanea sta ancora cercando di salvare i popoli, oppure sta imparando, semplicemente, a gestire il disordine del mondo?

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