Un Paese di nichilisti, menefreghisti e individualisti deresponsabilizzati
In Italia nessuno è più responsabile di nulla. Non la commissione che promuove lo studente che non comprende un testo scritto. Non il ragazzino che filma il pestaggio e lo posta per i like.
Non il politico che scarica sul predecessore. Non il genitore che denuncia il professore invece di educare allo studio il figlio che prende brutti voti. La responsabilità è diventata una malattia da cui tutti guariscono e nessuno è mai stato contagiato.
Non è un difetto. È un progetto. Ha mandanti, esecutori e un movente preciso: uccidere il merito. Perché il merito costringe a rispondere. Di quello che sai, di quello che fai, di quello che non fai. Elimini il merito e elimini la responsabilità. Elimini la responsabilità e resta un Paese dove il fallimento è sempre colpa di qualcun altro.
Quando il governo Meloni ha aggiunto la parola “Merito” al nome del Ministero dell’Istruzione la sinistra indiavolata è scesa in piazza. Conte con Schlein e Landini all’Università Roma Tre: “La meritocrazia non esiste, siamo tutti uguali”.
Sono seguite manifestazioni a gogò in tutta Italia. Ancora il 7 maggio scorso cortei in cinquanta città con la CGIL in prima fila.
Il merito non è stato abbandonato. È stato assassinato con premeditazione per liberarsi dalle responsabilità. Un filo rosso che dalla scuola ha lentamente strangolato la società e il buonsenso.
Il mantra dell’inclusività è stato poi il collante dell’operazione, ma inclusione ormai fa solo rima con confusione. Confusione dei meriti, dei ruoli e delle colpe.
I numeri sono la sentenza. La scuola superiore promuove il 99,7% degli studenti ammessi agli esami. I test INVALSI certificano che solo il 51,7% raggiunge in italiano un risultato almeno adeguato. Leggono le parole e non sanno cosa significano.
Vengono promossi lo stesso. Ricevono un diploma, una stretta di mano e una condanna travestita da applauso. Il messaggio che entra nelle ossa è uno solo: qualunque cosa tu faccia non cambierà nulla. Non sei responsabile di nulla. Di nessuno. Nemmeno di te stesso.
I frutti li raccogliamo ogni giorno nelle scuole. Milleduecento aggressioni a docenti nel solo 2025. Sette su dieci commesse non dagli studenti ma dai genitori. Il figlio prende un brutto voto e il padre va a spaccare la faccia al professore.
Non accetta il limite. Non accetta che qualcuno gli dica: tuo figlio non è adeguato. Il brutto voto non è un segnale, è un’offesa. La valutazione non è uno strumento, è un’aggressione. Non gli passa nemmeno nell’anticamera del cervello che sia sua la responsabilità dei risultati scolastici del figlio.
Lo stesso schema si ripete nelle occupazioni scolastiche. Aule devastate, muri imbrattati, banchi spaccati, bagni distrutti. I ragazzi non avvertono il peso della responsabilità perché nessuno glielo ha mai caricato sulle spalle. E i genitori, invece di farlo, li proteggono.
Parte subito l’assoluzione preventiva: sono giovani, protestano, esprimono disagio, non bisogna criminalizzare. Ma hanno vandalizzato una scuola. Non una caserma nemica. La deresponsabilizzazione comincia esattamente qui: quando il danno diventa disagio e chi lo provoca viene trasformato in vittima.
Lo scenario cambia completamente all’estero, dove il concetto di responsabilità personale viene inoculato insieme al latte materno e il merito non è una colpa.
A undici anni un bambino inglese si siede davanti al test per le grammar school. Trema. Duemila candidati per centottanta posti alla Queen Elizabeth’s School di Barnet.
Chi entra studia in una scuola pubblica gratuita che nei risultati surclassa le più blasonate scuole private e spedisce i suoi studenti a Oxford. Chi non entra piange, si rialza e prende un’altra strada. Sa che la colpa è sua.
In Corea del Sud il giorno dell’esame universitario si fermano i voli aerei per non disturbare i candidati. Un Paese intero si mette al servizio del merito. In Cina il Gaokao decide il destino di dodici milioni di studenti senza appello.
Quei Paesi scalano ogni classifica del pianeta. L’Italia scivola e si racconta che almeno i suoi figli non sono stressati. Non sono stressati. Sono disarmati.
Nessun allenatore metterebbe un mediano in porta. Ruoli diversi, capacità diverse. Ma nella società civile dire “non sei adatto a questo ruolo” è diventato reato morale. Si preferisce il fallimento muto di tutti all’eccellenza visibile di qualcuno.
Gli Stati Uniti con le folli politiche woke avevano elevato questa confusione a dottrina federale. La Federal Aviation Administration aveva sostituito il test per controllori di volo con un questionario biografico calibrato per favorire candidati senza formazione aeronautica.
Andrew Brigida: punteggio massimo all’esame. Scartato. Il 95% dei candidati qualificati eliminato. Obiettivo: diversità.
Il 29 gennaio 2025 un aereo e un elicottero si sono scontrati nel cielo di Washington. Sessantasette bare anche con lo zampino del controllore di volo.
Sessantasette famiglie distrutte sull’altare della rappresentanza etnica. Il Segretario ai Trasporti ha dovuto firmare una direttiva per imporre alle compagnie aeree di assumere i piloti per competenza, ovvero per il merito. Certificare l’ovvio è diventato atto rivoluzionario.
L’Italia ha il tasso di NEET tra i più alti d’Europa. Un ragazzo su cinque non studia e non lavora. Sta fermo. Nel mentre centomila l’anno fuggono portandosi via il talento che qui nessuno ha voluto riconoscere e di questa fuga nessuno avverte la responsabilità.
Al massimo viene diffusa, ma quando tutti sono i colpevoli nessuno è colpevole. E siamo alle solite.
La mancanza di senso di responsabilità, con il merito che è divenuto una colpa, ci ha trasformati in un Paese di nichilisti, menefreghisti e individualisti, che non sono nati così, ma lo sono diventati perché nessuno gli ha mai chiesto conto di nulla.
E nessuno lo farà. Perché anche quello richiederebbe assumersi una responsabilità.





