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Electrolux e la favola delle ‘motivazioni industriali’

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Electrolux

La verità sta tra globalizzazione, energia e follia regolatoria europea

Electrolux parla di “domanda debole”, “riorganizzazione”, “competizione asiatica” e “ottimizzazione produttiva”, ovvero: produrre in Europa costa troppo.

Le motivazioni ufficiali, però, raccontano solo metà della storia. Perché qui siamo davanti all’ennesimo caso di industria europea strangolata da un modello economico schizofrenico: si pretende manifattura avanzata, ma si aumenta il costo di tutto ciò che serve per produrre.

Un frigorifero o una lavatrice non nascono nei convegni ESG. Nascono da: acciaio, alluminio, plastica industriale, componentistica elettronica, logistica, energia continua e a basso costo.

Ora leggete bene la follia… Negli ultimi anni il settore industriale ha subito:  costi energetici esplosi dopo la crisi del gas, ETS e quote CO₂ sempre più pesanti, normative ambientali crescenti, acciaio europeo meno competitivo e dipendenza crescente da componenti asiatici.

Il risultato? Molte aziende comprano ormai componentistica e semilavorati all’estero perché produrli integralmente in Europa è economicamente devastante. E quando la filiera si sposta fuori, prima o poi segue anche l’assemblaggio finale. È la logica fredda della globalizzazione: il capitale segue i margini.

La svedese Electrolux oggi denuncia la concorrenza asiatica, ma la domanda vera è un’altra: come pensa l’Europa di competere con Cina, Vietnam o Turchia pagando energia e produzione molto più care? E la Svezia è uno dei Paesi più rigorosi e pesanti sul tema.

Attenzione però a non cadere nella caricatura facile del “colpa del green”. Il tema ambientale esiste ed è reale. Il problema è come è stato gestito politicamente. Per anni Bruxelles ha costruito regolazioni verdi senza proteggere davvero la capacità industriale europea.

Una transizione fatta spesso più a colpi di norme che di strategia industriale. Paghi qui una sovratassa su prodotti che hanno prodotto inquinamento in Cina. Una follia normativa senza eguali nel mondo.

Si chiudono fabbriche europee relativamente efficienti mentre aumenta l’import da Paesi che producono con standard ambientali inferiori. Una specie di “ecologia via cargo container”.

Nel frattempo, Electrolux annuncia 1.700 esuberi, quasi il 40% della forza lavoro italiana, e la chiusura dello stabilimento di Cerreto d’Esi.

La realtà è che questa non è solo una crisi aziendale, è il sintomo di un continente che rischia di diventare un enorme mercato di consumo che compra tecnologia, acciaio e manifattura prodotta altrove. Una vetrina elegante con le luci accese e le fabbriche spente.

Ovviamente, in queste ore chi ballava per il clima con girotondi il venerdì mattina dovrebbe spiegare a questi lavoratori che tali norme sono figlie di quella visione manichea, miope e fuori dalla realtà. Questi soggetti pontificano perfino in queste ore, abbiano la decenza di tacere. Per rispetto.

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