
di Paolo Zanotto
Riflessioni sull’anatema omeopatico di Roberto Burioni
Nel nuovo millennio, dominato da un’opprimente razionalità tecnica priva di profondità metafisica, non stupisce affatto che il discorso medico ufficiale si affidi con ostinazione a un paradigma riduzionista e meccanicista, totalmente incapace di cogliere le dimensioni più sottili dell’essere umano. Emblema di questa visione amputata è Roberto Burioni, che, con il fervore inquisitorio tipico di un ideologo anziché la ponderazione degna dello scienziato, è tornato a scagliarsi contro l’omeopatia: un suo chiodo fisso, che evidentemente gli procura non poche tribolazioni. Il Burioni ha recentemente definito l’omeopatia un “bluff pericoloso”, sostenendo che insegnarla nelle Facoltà di Medicina sarebbe “un abominio” e giungendo perfino a richiedere il divieto di vendere i preparati omeopatici nelle farmacie, nonché la radiazione dall’Ordine per quei medici che praticano tale disciplina.
Il burionico anatema non è frutto di una superiore cognizione, tuttavia, quanto piuttosto un radicato pregiudizio intellettuale mascherato sotto le fallaci sembianze del rigore. Burioni non si cura minimamente d’interrogarsi sulle fondamenta filosofiche, epistemologiche e cliniche dell’omeopatia, limitandosi invece a reiterare luoghi comuni triti e scientificamente infondati. Eppure, la medicina omeopatica, fondata nel 1796 dal medico tedesco Samuel Hahnemann, si basa su un principio di straordinaria eleganza teorica e naturale evidenza: “il simile cura il simile” (similia similibus curantur). Questo principio, lungi dall’essere arbitrario, trova corrispondenze profonde nei sistemi medici tradizionali, da Ippocrate alla medicina ayurvedica e taoista. Non si può peraltro biasimare il Burioni se lo critica aspramente, avendone frainteso in toto il significato, come dimostrano in maniera lapalissiana le seguenti affermazioni: «L’omeopatia è una teoria che risale agli inizi dell’Ottocento e si basa sull’assunto che il simile possa curare il simile. Facciamo un esempio pratico: hai mal di testa? L’omeopata è convinto che prescrivendo qualcosa che causa il mal di testa, il mal di testa possa guarire. In sostanza l’omeopata ritiene che i sintomi siano sostanzialmente la malattia e il modo di curarla è somministrare qualcosa che causa gli stessi sintomi».
In realtà, il medico omeopata non si sogna affatto di prescrivere “qualcosa che causa il mal di testa”, né certamente “ritiene che i sintomi siano sostanzialmente la malattia”, cosa che semmai è esattamente ciò che caratterizza la medicina allopatica! L’omeopatia, contrariamente a quanto sostiene la vulgata, non ignora per nulla “la scienza”, ma si fonda piuttosto su una scienza ampliata, che riconosce la realtà sottile della forza vitale e l’esistenza di un piano funzionale e dinamico dell’organismo. Il rimedio omeopatico, preparato mediante un processo detto “dinamizzazione” – che consta di diluizioni e succussioni successive in base a un protocollo ben preciso e collaudato – agisce non per via chimica, bensì per via “informazionale”: esso stimola le capacità reattive profonde del sistema vitale dell’individuo, favorendo in tal modo un riequilibrio non meramente sintomatico, ma costituzionale e duraturo.
Ignorare tutto ciò significa non soltanto misconoscere la ricchezza della tradizione medica umanistica, ma anche eludere il dibattito epistemologico sul senso stesso della cura. Che Burioni continui a negare ostinatamente ogni valore all’omeopatia, senza neppure volersi confrontare vis-à-vis con i suoi fondamenti dottrinali, rivela un’adesione fideistica ad un paradigma ormai logoro: quello post-flexneriano, che ha sancito l’esclusione di ogni disciplina medica non conforme ai dettami dell’industria farmaceutica e della biomedicina meccanicista.
Nel rigido contesto attuale, il rifiuto dell’omeopatia assume i tratti di una vera e propria scomunica di stampo scientista, analoga a quella con cui l’establishment positivista a suo tempo ha respinto la medicina energetica, la psicologia dinamica e ogni approccio olistico. Eppure, come ben dimostra una lunga esperienza clinica – soprattutto in ambito pediatrico, geriatrico, psicosomatico, nonché veterinario – l’omeopatia, praticata con rigore e conoscenza profonda, ottiene risultati sorprendenti, laddove per contro la medicina allopatica si limita – come detto – a sopprimere il sintomo.
Anche la letteratura clinica, sebbene intenzionalmente marginalizzata, risulta tutt’altro che assente. Studi osservazionali e trial pragmatici condotti in contesti ospedalieri – specialmente in Francia, Germania, India e America Latina – hanno mostrato chiaramente riduzioni dell’uso di antibiotici, miglioramento nella gestione di patologie croniche ed una maggior soddisfazione del paziente. Che tali dati vengano sistematicamente ignorati o discreditati a priori, è indice inequivocabile di un intollerabile dogmatismo, che nulla ha a che vedere con l’autentico spirito scientifico.
Come notava già Antoine Nebel, l’omeopatia non può essere giudicata secondo i criteri della farmacologia ordinaria, poiché opera su piani differenti: essa richiede un’intelligenza della complessità, non un calcolo della quantità. La dottrina omeopatica si fonda su una visione dell’uomo come essere vivente integrato, dotato di una dinamica interiore irriducibile alla mera biochimica. In questo senso, l’omeopatia non è affatto una medicina “alternativa”, bensì una medicina “profonda”, che non si focalizza sulla malattia ma sul malato, mostrandosi così capace di ricollegare la cura alla totalità del vivente.
Chi tenti di liquidarla ricorrendo all’infimo strumento del sarcasmo non dà certo segno di superiorità, ma piuttosto di gretta chiusura mentale. Come giustamente osservato in sede critica, se non per bieco interesse economico, chi deride l’omeopatia può farlo unicamente per crassa ignoranza. Sovviene alla memoria lo slogan anarchico “una risata vi seppellirà”: il riso insulso che abbonda sulle labbra dei vari Burioni non possiede nulla del rigore galileiano; esso è, piuttosto, l’eco sorda di un sapere involuto, che ha perduto il contatto con il mistero del vivente.
Ciò nonostante, come tutte le grandi verità, l’omeopatia sopravvive imperterrita alla violenza perpetrata nelle continue aggressioni e nelle cicliche persecuzioni di cui è fatta oggetto da parte di presunti dotti, la cui mente si mostra obnubilata per la congestione procuratale dall’eccessivo carico di troppe nozioni mal assimilate. Essa non chiede di essere creduta, ma compresa; non impone, ma accompagna; non pretende di essere esclusiva, ma chiede di essere ammessa al dialogo. E finché esisterà una medicina dell’anima, essa parlerà il linguaggio dell’omeopatia.





