Home Cultura LA CHIAVE DELL’ENEIDE guida al segreto nascosto da Virgilio

LA CHIAVE DELL’ENEIDE guida al segreto nascosto da Virgilio

0

LA CHIAVE DELL’ENEIDE guida al segreto nascosto da Virgilio di Vittorio Fincati

p. 184 € 20.00 Tipheret, Acireale 2023

Da tempo le famiglie nobili (patrizie e plebee) di Roma avevano cercato di abbinare al predominio economico e politico una veste che desse lustro in termini di celebrità spirituale ad una grandezza che altrimenti avrebbe denunciato tutta la sua opaca anche se industriosa materialità. Per fare ciò dovevano seguire un percorso obbligato, poiché allora parlare di eccellenza spirituale e umana voleva dire parlare di Grecia. Queste famiglie dunque si ricollegarono agli antichi racconti dei primi navigatori micenei giunti in Italia e ne deformarono alcuni particolari per adattarli alle proprie necessità.

Il gruppo gentilizio cui apparteneva Ottaviano Augusto, la stirpe giulia, era stato fatto derivare dalla Dea greca Afrodite e, più umanamente, dal figlio che essa ebbe con il troiano Anchise.

Trattandosi del gruppo che deteneva già con Giulio Cesare il vertice del potere, anche l’insieme del popolo romano venne fatto partecipe della stessa ascendenza: i Troiani. Così si volle che l’antenato di una componente del popolo troiano, un certo Dardano, fosse partito dalla presunta natia Corito (Tarquinia) in Italia prima di dar vita alla schiatta troiana. Veniva deliberatamente stravolto il mito originario di Dardano, che era illirico. Il presunto ritorno dardanide di Enea in Italia, veniva quindi giustificato e idealizzato, ed ora che i suoi discendenti erano divenuti una grossa potenza potevano ben rivendicare il possesso degli antichi domini. In più Augusto volle che nell’Eneide comparissero tutti quei valori morali e religiosi con i quali stava uniformando l’intera società romana.

Per questa operazione si convenne che il poeta più capace fosse Publio Virgilio Marone, che fu capace di saccheggiare l’intera letteratura precedente e assommarla in un componimento di quasi diecimila esametri. Tuttavia Virgilio, pur facendo di necessità virtù e pur godendo di un patrimonio di dieci milioni di sesterzi, di una villa sull’Esquilino e di una tenuta in Campania, non sembra che abbia accettato supinamente l’incarico del suo magnate politico, e “infarcì” l’Eneide con tutta una serie di velati richiami verso un’ideologia antiaugustea. Non solo; in subordine, riuscì anche a dare qualche colpetto a Mecenate, punendo il suo desiderio di vedere esaltate le glorie etrusche.

Fu un’operazione estremamente sottile e delicata, una vera e propria vendetta. Nel testo dell’Eneide emergono infatti elementi che fanno intravedere una rappresaglia ideologica di Virgilio rispetto ad Augusto. Già allora un’ombra sulla sua fedeltà ad Augusto fu gettata da un’espressione che Agrippa disse a riguardo di Virgilio: “sottomesso a Mecenate”. Ora, credendo di poter dimostrare la nascosta doppiezza di Virgilio, in quanto sottomesso a Mecenate, automaticamente quest’ultimo ne figura come il mandante e Virgilio un semplice esecutore. Certo, è curioso il fatto che nell’Eneide non ci sia un richiamo, neanche indiretto, a Mecenate, quando Virgilio ne mise diversi a favore di altri personaggi importanti.

Elio Donato, nel suo Commento a Virgilio, riferì le parole che Agrippa disse a suo riguardo e che anche Jérôme Carcopino riprese, peraltro senza alcuno sviluppo.  Innanzitutto Agrippa afferma che Virgilio era sottomesso a Mecenate. Tuttavia se si fosse trattato di una sottomissione normale, cioè quella che si auspicava tutti quanti avessero per il regime augusteo, Agrippa, che era l’alter ego di Augusto, non avrebbe avuto motivo di rimarcarlo. La sottomissione a Mecenate era quindi connessa a qualcosa riferibile a ciò che lo fece cadere in disgrazia agli occhi di Augusto.

In secondo luogo, Agrippa dice che Virgilio era diventato l’inventore di una nuova “cacozelia”. In pratica, non si trattava del solito modo di scrivere che simulava un atteggiamento laudatorio che, per quanto artificiale, era quello che l’autorità politica si aspettava da ogni letterato, ma di uno zelo, di un’affettazione quantomeno strana, poiché per venire espressa adoperava non delle espressioni ampollose o scarne com’era di prammatica, ma del tutto semplici e normali.

Cosicchè, per Agrippa, il fatto di adoperare delle parole normali in una composizione laudatoria, le faceva diventare subdole, in grado di avere un significato riposto. Ma mecenate cosa si proponeva di far dire a Virgilio? Nient’altro, a nostro giudizio, che attaccare la concezione religiosa e “fatale” con la quale il Princeps voleva legittimare la sua azione di governo. Queste cacozelie o chiavi non son altro che alcuni passi dell’Eneide i quali, per la loro semplicità, non dovrebbero destare alcun sospetto. Tuttavia, qualcuno se ne accorse e lo fece presente, ma non sembra che fu dato peso alla questione, considerato che questi richiami erano leggibili solo da un letterato assai colto e curioso… a meno che, come ha fatto il francese Maleuvre, non si voglia parlare di un omicidio di Virgilio da parte di Augusto!

Un esempio di questa “cacozelia” può essere apparso ad Agrippa il fatto che, mentre il poema è tutto teso alla celebrazione della discendenza troiana da Dardano, tale discendenza viene nominata esattamente come Dardanidi solo 13 volte in tutto il poema (e altrettante con l’espressione di Eneadi). Perché allora nominare 130 volte i Troiani col nome di Teucri, cioè con il patronimico di colui che non derivava da Dardano (quindi dall’Italia) ma dalla vera “antica madre”, l’isola di Creta?

E’ molto verosimile che i Troiani, quelli veri, non siano andati da nessuna parte. Le peregrinazioni di Enea sono la fissazione epica dei flussi esplorativi prima ed espansionistici poi dei navigatori micenei, unitamente alla saga dei Ritorni (Nostoi), cioè alle traversie occorse a quei Micenei reduci dallo scontro con Troia o incalzati dall’invasione dorica della Grecia.

Il fatto di dover privilegiare il modello romano non impedì a Virgilio o al suo ispiratore Mecenate (a cui certamente bruciava la perdita d’indipendenza della natia Arezzo) di inserire nel racconto frammenti di altre leggende, specialmente etrusche, cosicché un lettore assai erudito avrebbe potuto considerare che la “storia” dal regime augusteo non era quella vera. Ma a fare “scherzi” del genere ci si può rimettere, nei regimi autoritari, la casa e la salute.

Autore

  • Redazione

    Nuovo Giornale Nazionale è una testata Online totalmente indipendente, di proprietà dell’associazione Libera Stampa e Libera Comunicazione LIBERCOM.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui