Home Politica estera JOE BIDEN, ICONA SIMBOLICA DEL TRAMONTO DELL’OCCIDENTE

JOE BIDEN, ICONA SIMBOLICA DEL TRAMONTO DELL’OCCIDENTE

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Paola Bergamo, nell’articolo pubblicato sul Nuovo Giornale Nazionale sabato scorso (https://www.nuovogiornalenazionale.com/index.php/italia/politica/11922-occidente-e-oriente-quando-muore-un-impero.html), scrive: “Il Mondo guarda, osserva, ricorda il passato e giudica il presente. Le spese militari dell’Occidente sono di molto superiori a quelle dell’intero pianeta. Un semplice raffronto tra grandi potenze dimostra che la spesa militare pro-capite degli Stati Uniti (con meno dello 0,05 per cento degli abitanti del pianeta), è più di quattordici volte superiore a quella della Cina. Se a questo si aggiunge la forza degli Alleati, è evidente che stiamo parlando di una potenza militare esorbitante. Nel secolo scorso vi era una precisa corrispondenza tra la grande capacità militare (dell’Occidente) e la sua potenza economica . Oggi non è più così come, probabilmente, anche culturalmente l’Occidente non è più dominante. Ci sono Paesi, basti pensare a Cina e India, che hanno prodotto un grande incremento e sviluppo del loro sapere anche scientifico e tecnologico. La Cina o la sola India hanno più abitanti dell’Occidente, la Cina ha una economia comparabile a quella dell’Occidente. L’India è “matematica allo stato puro” e la sua economia è tra quelle in maggior crescita. Quello che resta ancora difficile da eguagliare tra gli “Imperi” è lo strapotere militare dell’Occidente. Le armi, esprimono forza persuasiva e dissuasiva.
Però oggi viene spontaneo chiedersi se, a fronte della crescita economica degli altri, quanto a lungo possa pagare ritener di poter destabilizzare e comandare il mondo con le portaerei, con le armi e con le guerre. Tutti gli Imperi prima o poi decadono con un lento processo all’inizio quasi impercettibile. Poi, via via, tutto si fa più convulso e doloroso, e alla fine, anche gli imperi muoiono. Quando muore un impero regna il caos.
Non ci resta che cercare di salvare il salvabile”.

Ovviamente, quanto afferma Paola Bergamo ha un riferimento diretto alla leadership Usa e al presidente Joe Biden, il quale appare sempre più come l’icona simbolica della perdita di lucidità dell’America.

Se vogliamo trovare un’icona rappresentativa per l’Europa dobbiamo rassegnarci. La leadership europea è un fantasma che si aggira per il Vecchio Continente, mostrando volti ectoplasmatici tracotanti.

Joe Biden, invece, rappresenta benissimo lo sbandamento intellettuale, strategico, militare, diplomatico della più grande potenza del pianeta.

In due anni di presidenza è riuscito a allontanare dagli Usa il mondo arabo, il quale si sta progressivamente spostando verso Cina e Russia. La Cina ha mediato un riavvicinamento tra Riad e Teheran e la Russia ha mediato il ritorno della Siria nella Lega Araba.

La politica dei Clinton e di Obama ha disastrato il Medio Oriente con le primavere arabe e Joe Biden è riuscito a finire l’opera.

Fuggito a gambe levate dall’Afghanistan, Biden è, come ricorda bene Paola Bergamo, uno dei maggiori artefici di quell’escalation frizionale con la Russia che ha portato all’invasione dell’Ucraina.

Ora piagnucola perché gli Usa rischiano il default.

L’America, infatti, comincia a tremare nello sprint finale per evitare un “catastrofico default” dall’inizio di giugno, come profetizzato dalla segretaria al tesoro, Janet Yellen, nel caso non si alzi o non si sospenda il tetto al debito. Una data che potrebbe scatenare un vero terremoto e che costerebbe – secondo la Casa Bianca – 8 milioni di posti di lavoro, drastici tagli alla spesa pubblica e perturbazioni finanziarie globali, dato che finora il mondo ha considerato il debito pubblico Usa l’asset sicuro per eccellenza.

Yellen, durante una riunione in Giappone dei ministri finanziari del G7, ha sottolineato che “anche senza arrivare al default, il rischio politico ‘calcolato’ sul tetto del debito può comportare costi economici gravi” e ha avvertito che se gli Stati Uniti non riescono a soddisfare ai loro obblighi finanziari, sarebbe una “catastrofe economica e finanziaria”.

Mentre gli Usa rischiano di attivare una crisi finanziaria catastrofica, il Fondo Monetario Internazionale ci dice che la Russia, la quale grazie alle sanzioni doveva cadere nel disastro economico, vedrà salire il suo pil nel 2023 e ancor di più nel 2024.

Joe Biden è anche l’icona di una posizione equivoca, essendo alcuni suoi famigliari e, in particolare suo figlio Hunter, sotto continua osservazione per gli affari con la Cina e con la Russia. Affari che, secondo alcuni repubblicani, coinvolgerebbero anche il presidente.

Lucio Caracciolo ha appena mandato in edicola il quarto volume 2023 di Limes il cui titolo è emblematico dell’attuale situazione.

Il bluff globale, quarto volume di Limes del 2023, muove infatti – come si legge nella presentazione- “dall’idea che la “globalizzazione” non sia fenomeno solo commerciale. Pertanto, la sua trasformazione – dall’esito ancora aperto – non è un fatto solo economico.

La (seconda) globalizzazione è infatti figlia di tre eventi squisitamente storico-geopolitici: l’esito delle due guerre mondiali, la scelta statunitense di aprire alla Cina nel 1972 in chiave antisovietica e lo sbocco della guerra fredda. Il primo evento mette fine al primato europeo, consentendo la definitiva ascesa degli Stati Uniti a grande potenza. Il secondo pone le premesse del binomio Usa-Cina su cui si è retta, finora, quella dinamica aggregante che siamo soliti chiamare globalizzazione. Il terzo eleva a canone il modello materiale e culturale statunitense (Washington Consensus), facendone il paradigma del rise of the rest che Washington tenta d’inquadrare in un ordine mondiale incentrato sull’America”.

“A sancire la fine della luna di miele con gli Stati Uniti – sostiene Limes – è la disillusione verso il canone, appannato da errori strategici (guerra al terrorismo) e mali sistemici (recessione del 2008, violenza sociopolitica e altre manifestazioni della “tempesta americana”). Ma anche la sopraggiunta divergenza tra convenienze economiche e traiettorie geopolitiche, soprattutto di Usa e Cina. Da cui l’alterazione del rapporto tra costi (sostenuti) e benefici (percepiti) di un primato che gli Stati Uniti sembrano sempre meno capaci e desiderosi di sostenere, ma cui non vogliono (ancora?) rinunciare. L’interdipendenza, essenza della modernità post-guerra fredda, si volge così da viatico di cooperazione a fonte di tensione tra il Numero Uno e i suoi sfidanti, specie dov’è più difficile da scalfire. Con inevitabili ripercussioni sugli alleati – europei e non – di Washington, orfani di un ordine americanocentrico cogente ma, tutto sommato, comodo e rassicurante”.

La disillusione del canone deriva, principalmente, dal fatto che è stata la finanza a portare gli Usa a compiere alcuni atti, come l’ingresso della Cina nel WTO, a fare della Cina la fabbrica del mondo senza diritti per chi lavora, ad avere una postura anti russa dopo che è fallito il tentativo con Boris Eltsin di far diventare la Russia la miniera a disposizione delle multinazionali occidentali e ad avere alimentato un’ideologia woke che rappresenta il massacro della cultura occidentale.

Come è possibile dire al mondo che vuoi esportare la democrazia e la libertà, perché sei stato scelto da Dio per estenderle sulla terra (idea radicata negli Usa fin dalla loro costituzione), quando ti sputi addosso da solo con idee folli come la cancel culture, il gender fluid e tutte le altre idiozie che il comunismo finanziario ha inventato per trasformare l’Occidente in una massa amorfa di consumatori nullatenenti a disposizione di un gruppo di paperoni paranoici?

Che un vecchietto dalla lucidità incerta sia l’icona degli Usa non ci sorprende, dato che dietro le quinte si agita la paranoia.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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