Il colpo che non poteva avvenire senza gli Stati Arabi e l’America
Chi oggi si sorprende dell’attacco che ha spazzato via i vertici di Hamas a Doha, conviene guardi alla storia delle operazioni segrete. La regola è una sola: nessuno muove un dito senza che Washington abbia annuito.
L’esempio più clamoroso resta Abbottabad, 2011. Osama Bin Laden si nascondeva in Pakistan, a pochi isolati dall’accademia militare. Gli americani sapevano che avvisare Islamabad avrebbe significato perdere il bersaglio. Scelsero la via dura: Navy SEALs in azione, raid notturno, eliminazione del capo di Al Qaeda. Il governo pachistano protestò, parlò di violazione della sovranità. Ma la realtà era chiara: Washington aveva deciso che la partita si chiudeva così, punto.
Lo stesso schema si è ripetuto in Siria negli ultimi dieci anni. Israele ha colpito decine di generali iraniani, convogli di armi, depositi missilistici. Ufficialmente mai riconosciuto, ufficiosamente mai ostacolato. Damasco gridava, Teheran piangeva i suoi caduti. Ma tutti sapevano che senza il via libera americano quegli F-16 non avrebbero mai sorvolato il cielo siriano.
Oggi lo scenario è ancora più delicato. Perché parliamo di Doha, capitale del Qatar, Paese che ospita la più grande base aerea americana del Medio Oriente: Al Udeid, 30 chilometri a sud-ovest del centro città. Una struttura strategica, nodo di tutte le operazioni USA nella regione. Lì transitano bombardieri, droni, sistemi radar. È il cuore pulsante della presenza militare americana nel Golfo.
In parallelo, però, il Qatar è anche la cassaforte di Hamas. Ospita i suoi leader, finanzia con centinaia di milioni la sopravvivenza del movimento a Gaza.È l’ambiguità perfetta: alleato di Washington ma protettore del terrore.
Ed è proprio qui che la logica dell’operazione di oggi diventa evidente. Colpire i capi di Hamas nel cuore di Doha senza che gli americani abbiano dato l’ok? Sarebbe come entrare in casa altrui e fare fuoco in salotto, con il padrone che guarda. Impossibile senza un cenno d’intesa, senza una copertura, senza un patto segreto.
In pubblico, i governi alleati inscenano indignazione, parlano di “violazione del diritto internazionale”, di “atto unilaterale”. In privato, tirano un sospiro di sollievo: i problemi che non hanno avuto il coraggio di affrontare da soli vengono risolti da altri.
Il Qatar continuerà a recitare la parte del mediatore, a ripetere di lavorare per la pace. Ma i fatti raccontano altro: senza gli Stati Uniti, che di Doha sono i veri garanti, quell’attacco non sarebbe mai avvenuto. Israele ha premuto il grilletto, ma la mano che ha tenuto ferma la pistola è americana.
Chi oggi si scandalizza farebbe bene a capirlo: questa è la grammatica della guerra segreta. Le regole non le scrive il diritto internazionale, le scrive la forza. E la forza, ancora una volta, passa da Washington.




