
Sui fatti ben poco c’è da dire: come sempre in questi casi gli eventi offrono due piani di lettura e le dichiarazioni ufficiali, che comunque siano andate le cose parlano sempre di un “ampio successo” indipendentemente da chi le rilascia (ogni volta pare di assistere al botta e risposta dei principali leaders politici all’indomani di una consultazione elettorale italiana, ma non solo, un botta e risposta dal quale da decenni emerge puntualmente che nessuno ha perso il confronto elettorale e tutti hanno vinto, ovvero sono “strategicamente arretrati”, nel caso di una sonora batosta, ed hanno “trionfato” se risultati vincitori, seppure con un con un 20% di consensi calcolato, tuttavia, sulla base del numero dei votanti evitando di pesare la percentuale sulla base dell’affluenza alle urne persino allorché la percentuale dei non votanti sfiora, se non addirittura supera il 50% degli aventi diritto) non sarebbero potute essere diverse da quelle che si sono rivelate essere.
Alla luce di queste considerazioni emerge chiaramente che il peso da dare alle dichiarazioni ufficiali ed ufficiose dei coinvolti finisce per essere alquanto diverso da quello che la stampa e molti osservatori hanno ritenuto di attribuirgli.
Tanto dicasi con riferimento allo Stato Maggiore iraniano —che è stato oltremodo pronto a sostenere che l’attacco condotto da Teheran nella notte tra Sabato 13 e Domenica 14 Aprile avrebbe portato alla distruzione di due importanti siti militari israeliani— e ad un non meglio identificato “comandante dei Pasdaran” che gli avrebbe fatto eco, grazie ad al–Jazeera, affermando (a che titolo, su che basi e per conto di chi non è dato sapere, tuttavia esprimendosi come se stesse parlando a nome dell’establishment iraniano): “avremmo potuto lanciare un’operazione su vasta scala, ma abbiamo individuato obiettivi specifici nei territori occupati. La nostra operazione è stata limitata e di successo e abbiamo colpito i siti che costituivano il punto di partenza per prendere di mira il nostro consolato in Siria”.
Una dichiarazione che di fatto rende conto di un fallimento presentato agli Iraniani metaforicamente avvolto in carta da regalo con tanto di fiocco, coccarda colorata e bigliettino augurale, redatto per l’occasione dalla rappresentanza di Teheran alle Nazioni (dis)Unite di New York, nel quale si può leggere testualmente un laconico “La questione può dirsi chiusa” a meno che, dopo il bombardamento del consolato iraniano nella capitale siriana Damasco, Israele “non commetta un altro errore”.
Immancabile, a questo punto, l’indicazione del buon diritto ad agire ai sensi dell’onnipresente immancabile riferimento all’Art. a vario titolo in qualche modo reperibile nella Carta delle Nazioni Unite giustificativo, a detta del proponente di turno, dell’azione condotta immancabilmente nell’esercizio del proprio buon diritto alla legittima difesa: nello specifico il riferimento “legale” ha riguardato l’Art. 51 del citato documento.
Difficile commentare il tutto con toni diversi se solo osserviamo che l’Iran ha informato con ben 72 ore di anticipo i Paesi vicini dell’imminente azione militare sottolineando che la risposta di Teheran contro Israele era “certa, legittima e irrevocabile”, come del resto affermato dal Ministro degli Esteri iraniano Hossein Amirabdollahian in una conferenza stampa con gli ambasciatori stranieri. Come se non bastasse, stando a quanto diffuso dalle Agenzie di Stampa, a rendere ancora più ridicolo il tutto abbiamo che il menzionato Ministro avrebbe anche fatto sapere agli Stati Uniti che i suoi attacchi contro Israele saranno “limitati” e per autodifesa in quanto l’azione militare dell’Iran dovrebbe essere intesa come una risposta all’aggressione del regime sionista contro le sedi diplomatiche a Damasco.
L’epilogo della performance mediatica ha poi raggiunto la sua massima comicità allorché la rappresentanza di Teheran alle Nazioni Unite ha ritenuto di concludere la propria performance dichiarando che “La questione può dirsi conclusa; tuttavia, se il regime israeliano dovesse commettere un altro errore, la risposta dell’Iran sarebbe notevolmente più severa” ed aggiungendo “È un conflitto tra l’Iran e il regime canaglia israeliano, dal quale gli Stati Uniti devono stare lontani”: affermazioni e toni perentori cui vanno aggiunti quelli adoperati dal Capo di Stato Maggiore iraniano, Gen. Mohammad Bagheri, che parlando alla tv di Stato ha detto che l’Iran è pronto a sferrare un attacco ancora più duro contro Israele nel caso in cui dovessero mettere in atto delle rappresaglie, per poi concludere con un avvertimento a Washington in merito al fatto che qualsiasi sostegno alla ritorsione israeliana avrebbe come risultato il fatto che le basi statunitensi sarebbero conseguentemente prese di mira, come del resto già affermato pure dal Comandante del Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche, Hossein Salami, che già che c’era ha anche ritenuto di sottolineare che Teheran reagirà contro qualsiasi attacco israeliano ai suoi interessi, funzionari o cittadini.
Ne prendiamo atto, non senza domandarci, però, con quanto preavviso Teheran avviserà i destinatari del proprio eventuale prossimo attacco che qualora dovesse riguardare installazioni militari statunitensi dovrebbe essere tale, il preavviso intendo, da consentire agli Stati Uniti di abbattere il 100% dei missili e droni lanciati dall’Iran visto che le 72 ore di anticipo di cui sopra hanno consentito alla difesa israeliana di abbattere ‘solo’, si fa per dire, il 99% degli oltre 300 dispositivi lanciati.
Alla fine questa pantomima annunciata, cui ha fatto prontamente seguito tutta una intera teoria di dichiarazioni parimenti ridicole come quelle delle leadership francese, tedesca ed italiana, la pronta convocazione del G7 da parte della Presidente di turno, Giorgia Meloni, cui non deve essere parso vero di trovarsi a giocare al gioco del leader globale, seppure attento a scegliere come orario per l’inizio della seduta uno calibrato sulla fine dei lavori del Gabinetto di Guerra Israeliano per sapere per tempo cosa dover decidere per uniformarsi senza tema di errori alle decisioni altrui, ovverosia alle decisioni di quelli che decidono veramente.
Scontata la decisione del Gabinetto di Guerra Israeliano, che si è riservato di decidere quando, come e dove rispondere per beneficiare di questa distrazione mediatica che lascerà tempo ad Israele di portare avanti il proprio attacco a Gaza ed alla Federazione Russa di portare avanti la propria azione militare in Ucraina cavando di imbarazzo Stati Uniti ed alleati europei che potranno nel frattempo beneficiare del cono d’ombra che nelle prossime settimane avvolgerà questi due veri conflitti.
Tanto per non parlare della messa in ombra di altre questioni riguardanti i conti pubblici statunitensi ed europei e la crisi economica globale che in questi giorni sta mostrando segni oltremodo preoccupanti di cui è meglio non si parli vista l’imminenza della consultazione elettorale europea e statunitense.
Al solito tanto rumor per nulla… almeno per ora.





