
Non possiamo non riportare quanto scrive la coraggiosa Rayhane Tabrizi.
“Non posso non scrivere. In Italia esiste una gerarchia della solidarietà. Non è un sospetto: è un fatto. Quando le piazze si riempiono per alcune cause e restano vuote per altre, significa che qualcuno decide chi merita attenzione e chi no. E noi iraniani non siamo tra quelli che “valgono”. Non lo sono gli afghani, non lo sono i sudanesi, spesso non lo sono nemmeno gli ucraini.
A molti piace definirsi dalla parte della giustizia, soprattutto a sinistra. Ma la giustizia, se è selettiva, non è giustizia: è propaganda morale. È comodità politica. È identità, non solidarietà.
Credo fermamente che la liberazione del popolo iraniano dipenda prima di tutto dagli iraniani. Ma questo non giustifica il silenzio di chi riempie le piazze solo quando la causa è spendibile, riconoscibile, ideologicamente sicura. Mi è stato detto che il problema è la distanza: “siamo lontani”. Una scusa ridicola. La distanza non ha mai fermato nessuno quando la causa era giusta per davvero. La verità è un’altra, ed è scomoda: alcune vite mobilitano, altre no. Alcune oppressioni fanno curriculum politico, altre creano solo disagio.
E finché questa ipocrisia continuerà a chiamarsi “impegno”, non ci sarà giustizia. Solo selezione”
Rayhane Tabrizi nata a Teheran, dopo essersi laureata in interpretariato, diventa hostess per i voli internazionali di Iran Air, fino al suo arrivo in Italia, dove diventa deal manager di una multinazionale. Dall’uccisione di Mahsa Amini, Rayhane diventa una delle attiviste dei dissidenti iraniani in Italia, partecipando attivamente alle numerose manifestazioni e dibattiti e organizzando eventi per ampliare la voce delle donne in Iran tramite l’associazione Manaà, che ha fondato e di cui è presidente.





