Home Cultura “Incontri con uomini straordinari”: il meraviglioso testo di Gurdjieff

“Incontri con uomini straordinari”: il meraviglioso testo di Gurdjieff

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George Ivanovitch Gurdjieff

L’attualissima freschezza della prosa per orientare il lettore verso il risveglio

Ci sono figure che appartengono alla storia e altre che sembrano sfuggirle in modo dispettoso come un riflesso inquieto in uno specchio: George Ivanovitch Gurdjieff è, con ostinazione quasi teatrale, entrambe le cose.

Se lo si osserva da lontano, a partire da quella data di nascita incerta su cui sono impazziti in molti – appare come una sagoma orientale che attraversa il primo Novecento, tra rivoluzioni, caffè moscoviti, salotti parigini, portando con sé un odore di spezie, petrolio e mistero.

Ma appena ci si avvicina, quella sagoma si frantuma: mercante di tappeti, ipnotista, maestro, impostore, iniziato, provocatore.

E ogni definizione, invece di chiarirlo, lo moltiplica.

La data che pone fine al suo viaggio terreno è nel 1949, ma l’inquietudine che ancora crea ne prolunga la scia in modo vivido e perturbante.

Più lo si legge, più l’ipnosi a carico della nostra credulità sembra agire in modo serpentino. Il fascino della sua Quarta Via attechisce su persone di grande spirito e cultura così come su anime fragili come fuscelli.

Preso da questa inquietudine, anche io voglio trovare un po’ di distacco, e sfoglio tre libri su di lui, per cercare di guardarlo da lontano.

Grazie a tre libri di Pauwels, Bennett, Waldberg – trovo, con una piccola soddisfazione, come essi non si limitano a descriverlo, ma costruiscono, quasi controvoglia o se non altro con una sinistra circospezione, una figura tridimensionale, come se Gurdjieff potesse esistere solo nella sovrapposizione delle sue contraddizioni.

Per Pauwels, Gurdjieff è innanzitutto un’apparizione: entra nella scena europea come un emissario di un altrove indecifrabile, dopo decenni di viaggi che sembrano usciti da un racconto iniziatico più che da un archivio storico.

Intorno a lui si addensa subito una leggenda ambigua, fatta di accuse e fascinazioni: “Cagliostro del ventesimo secolo”, mago nero, manipolatore, o – per altri – uno dei pochi uomini capaci di rispondere davvero alla domanda sul destino umano, proprio mentre l’Occidente smarrisce le proprie certezze.

In questa prospettiva, Gurdjieff agisce come una forza di rottura: non consola, non spiega, ma destabilizza. Le sue pratiche – lo “stop”, i movimenti, l’attenzione ossessiva a sé – hanno qualcosa di meccanico e crudele, come se il risveglio dovesse passare attraverso una pedagogia dello shock.

Bennett, invece, complica ulteriormente il quadro, sottraendoci anche quel poco di appiglio narrativo che Pauwels sembrava concedere. Per lui Gurdjieff non è solo enigmatico: è programmaticamente inafferrabile.

Cambia volto, si traveste, mente – ma mente come un pedagogo che vede nella sfuggevolezza dei significati una via che trasforma l’altro, non come un impostore qualsiasi, che viceversa trae un vantaggio immediato.

La sua origine, collocata in quel crocevia incandescente tra Caucaso e Asia centrale, diventa allora decisiva: un mondo dove le tradizioni si sovrappongono senza mai conciliarsi del tutto, e dove nasce l’idea – tipicamente gurdjieffiana – che la verità non possa essere offerta in forma pura, ma solo mascherata, protetta, quasi sabotata.

È la “Via del Biasimo”: il maestro che si rende respingente per evitare l’idolatria, che disorienta per costringere a vedere. E in questo teatro di depistaggi, emerge tuttavia una linea di forza: l’idea della “Quarta Via”, un lavoro interiore che non fugge il mondo ma lo attraversa, trasformando ogni gesto quotidiano in un campo di battaglia tra sonno e coscienza.

Con Waldberg, infine, Gurdjieff acquista una qualità quasi mitologica, ma senza perdere la sua durezza. È un “risvegliatore”, parola che ha qualcosa di violento e necessario insieme.

Più che guidare o consolare, sveglia. Come sa fare anche uno schiaffo di un genitore. Questo perché svegliare, in un’umanità che egli considera addormentata, significa inevitabilmente ferire.

Da qui la sua fama di tiranno, di uomo disumano – giudizi che Waldberg rovescia, mostrandoci come quella crudeltà sia forse solo il riflesso di una diagnosi implacabile: l’uomo vive come una macchina.

La pratica quotidiana di Gurdjieff si riduce a un’alchimia interiore consapevole, mirata a trasformare l’essere umano visto come una “fabbrica tricerebrale” che elabora cibo, aria e impressioni da macchina automatica a organismo armonico e libero.

In questa sede non possiamo approfondire l’intrico sistema di decodifica del reale di Gurdjieff, con le sue leggi cosmiche come il Sette o il Tre, gli idrogeni simbolici e le ottave vibratorie, che restano un modello esoterico-speculativo più che scientifico, poiché richiederebbero uno studio a parte e soprattutto un assetto critico molto severo.

Le prassi concrete che possiamo accennare sono semplici ma esigenti: il ricordo di sé, ovvero dividere l’attenzione tra il mondo esterno e la propria percezione interna, per generare uno “shock” volontario che rompe l’automatismo e nutre energie superiori.

Poi gli esercizi di “stop” – improvvisi blocchi posturali o motori – e le danze sacre, che spezzano abitudini meccaniche dei centri istintivi ed emotivi, forzano nuove connessioni psichiche.

Infine, la sofferenza volontaria, non masochistica ma lucida: accogliere fatica, dolore o contrarietà quotidiane senza reagire, offrendo un secondo shock trasformativo per stabilizzare un “Io” autentico, svincolato dal caso e dalle influenze lunari.

Così, tra l’apparizione quasi romanzesca di Pauwels, l’enigma strategico di Bennett e la severità iniziatica di Waldberg, Gurdjieff non si lascia ridurre a una biografia lineare.

Anche se vogliamo cercare precisione in una sua autobiografia, lui sa coglierci in fallo con un’opera che ancora ha un’attualissima freschezza nella prosa: Incontri con uomini straordinari, pubblicato postumo nel 1960.

Ma non troveremo un’autobiografia. Troveremo un’allusione sotto forma di racconto di figure per lui pedagogicamente fondamentali, in cui sapientemente si mostra e si nasconde, al contempo, in ritmo di cui il lettore deve farsi decifratore per trarre lezioni personali.

Chi sono gli uomini straordinari?

Prima ancora di concederci l’ingresso a questa galleria di figure, Georges Ivanovič Gurdjieff compie un gesto preliminare, quasi difensivo: definire ciò che chiama “uomo straordinario”, come se volesse sottrarre fin dall’inizio il lettore a un equivoco troppo umano.

Forza e notorietà restano sullo sfondo, qualità che — osserva — «cessano di essere straordinarie non appena se ne conosce il segreto».

La sua definizione si muove in una direzione più raccolta: «può venire chiamato straordinario soltanto l’uomo che si distingua da quelli che lo circondano per le risorse del suo spirito e che sappia contenere le manifestazioni provenienti dalla propria natura, pur mostrandosi giusto e indulgente verso le debolezze altrui.

Definizione che ricorda molto ciò che diceva Cesare Pavese riguardo all’essere amati: lo si è solo quando si potrà mostrare la propria debolezza, senza che l’altro se ne serva per affermare la sua forza. E Gurdjieff stesso, con noi, mostra volentieri qualche sua debolezza:

L’Introduzione al libro si apre con una confessione che disarma qualunque immagine agiografica.

Reduce da un incidente automobilistico che «quasi gli costò la vita», Gurdjieff racconta di essersi concesso un mese di riposo affidato interamente all’alcol: «di accontentarmi di bere pian pianino, tranquillamente – per il benessere della più meritevole di quelle parti – tutte le bottiglie di vecchio calvados che il destino aveva messe a mia disposizione nella cantina del Prieuré».

Fin qui, potrebbe sembrare ironia. Ma poi ammette che non riuscì ad attenersi neppure alla sua stessa promessa, e che alle quindici bottiglie di calvados iniziali dovette aggiungere «altre duecento bottiglie di vero armagnac stagionato», consumate con «la tribù formata da quelli che sono diventati, durante questi ultimi anni, i miei inevitabili assistenti in questo genere di cerimonie».

E precisa, con imperterrita soddisfazione, che «sin dal primo giorno abbandonai l’abitudine di bere l’armagnac in bicchieri da liquore per berlo in bicchieri da tè», aggiungendo che questo cambiamento fu adottato «probabilmente perché, una volta di più, la vera giustizia trionfasse».

Non è l’autoironia di chi si scusa: è quella di chi ha già integrato la propria contraddizione in una visione del mondo abbastanza ampia da contenerla.

Le debolezze giovanili sono altrettanto disinvolte. Racconta di aver sottratto sigarette dall’astuccio dello zio per farne dono a un soldato amico («lo confesso», scrive, senza indugiare oltre); di essere fuggito di notte da Kars perché il suo nome circolava tra i sospettati di una faccenda legata al poligono di tiro; di aver spiato di nascosto, facendosi passare per guida turistica, una conversazione in russo tra il professor Skridlov e il principe Lubovedsky ai piedi delle piramidi, salvo poi reinventarsi – grazie a quella spiata fortuita – come intermediario tra i due.

Confessa di aver truffato un artigiano italiano imparando i segreti della fusione del gesso presentandosi come apprendista sprovveduto, solo per poi aprire un laboratorio concorrente.

Nel capitolo finale, sul problema economico, descrive con la stessa franchezza anni di debiti accumulati, speculazioni fallite, milioni di franchi investiti e perduti in un commercio di antichità travolto da una crisi americana imprevedibile – e la decisione, presa a New York tra il caffè e i liquori, di «servirsi di alcune facoltà» acquisite nell’infanzia per «pelare un tantino» i ricchi convitati seduti intorno a lui.

C’è persino un momento in cui la paura fisica lo travolge completamente: sdraiato nella buca di granata durante l’esercitazione d’artiglieria, «una paura istintiva davanti all’inevitabile si impadronì del mio intero essere, al punto che la realtà che mi circondava sembrava scomparire per lasciar sussistere soltanto quest’invincibile terrore animale», e «il tremito che si impadronì di tutto il mio corpo raggiunse man mano un’intensità spaventosa, come se ognuna delle mie cellule vibrasse indipendentemente dalle altre».

Nessuna censura spirituale sul proprio terrore: anzi, è proprio da quella buca che emerge uno degli insegnamenti più densi del libro.

Chi si fosse fatto un ritratto di Gurdjieff come di un maestro etereo, ieratico, padrone assoluto di sé, probabilmente non ha capito molto di lui. La sua grandezza non stava nell’assenza di debolezze, ma nel non nasconderle – e nel non usarle come scuse.

Beveva duecento bottiglie di armagnac e scriveva capolavori. Fuggiva di notte dalle città e trovava la via verso i monasteri dell’Asia centrale. Aveva paura delle granate, e quella paura diventava insegnamento.

Era, nei fatti e non solo nelle parole, un uomo che aveva scelto di vivere senza rete – e questo azzardo esistenziale, concreto e corporeo, è forse la cosa più straordinaria che ci ha lasciato.

Non trova mai sufficiente trattazione, secondo noi, il clima culturale che fa da apertura al libro, ossia con una nervosa invettiva contro la superficialità del giornalismo, una critica che oggi si legge con un’inquietante sensazione di familiarità.

Gurdjieff individua una dinamica circolare in cui l’autorità viene prodotta e consumata all’interno dello stesso ambiente: i giornalisti si riconoscono reciprocamente, si amplificano, e da questa risonanza continua prende forma una legittimità sganciata dall’esperienza diretta.

Denuncia un elogio reciproco «esagerato», una solidarietà di casta che diventa «la causa principale della loro proliferazione, della loro falsa autorità sulla massa».

Il lettore, ignaro di «chi è che scrive e di cosa succede dietro le quinte della redazione», finisce per «prendere per oro colato tutto ciò che trova sui giornali».

In questa intuizione si possono intravedere, in filigrana, linee che verranno sviluppate molto più tardi da Pierre Bourdieu e Walter Lippmann: una macchina simbolica capace di autosostenersi.

Il riferimento a un’antica pratica di giuramento tra giornalisti anziani – che prima di scrivere avevano «prestato giuramento» – introduce un’altra esigenza: riportare la parola a una responsabilità vissuta, a una biografia che ne giustifichi il peso.

La “disarmonia dello psichismo” evocata da Gurdjieff conserva, al di là dell’enfasi, una risonanza precisa: l’accumulo incontrollato di informazione tende a disorientare più che a chiarire.

Per chi scrive, questo passaggio polemico che funge da allerta spirituale, non può non ricordare quel capolavoro che è Storia del Fantasticare di Elémire Zolla.

Ma se volessimo essere estremamente contemporanei, ecco una suggestione: David Chalmers, in Reality+ (2022), rivoluziona il dibattito con il “realismo virtuale”: i mondi VR e simulati non sono mere illusioni o finzioni, ma realtà ontologicamente autentiche, dotate di poteri causali e conoscenza genuina, equiparabili al nostro mondo fisico – un “it-from-bit” estremo che include l’ipotesi di simulazione come scenario plausibile.

La peculiarità sta nel difendere che coscienza e oggetti digitali (avatar, deepfake) abbiano lo stesso statuto epistemico del reale, senza ridurli a rappresentazioni mentali: in VR si vive davvero, non si finge.

Questo amplifica l’esoterismo gurdjieffiano: l’uomo – macchina elabora “impressioni” virtuali automatiche, credendole reali, senza “ricordo di sé” o shock volontario per discernere centri tricerebrali da ottave superiori – algoritmi e metaverso come “danze sacre” mechaniche che illudono trascendenza, perpetuando il sonno collettivo.

Nel lettore più attento, questo spunto che abbiamo voluto dare apre voragini di considerazioni futurologiche.

Ma torniamo, piuttosto, agli incontri, perché su questo si concentra il nostro sguardo in questa sede. Anche qui la narrazione procede come una sequenza di apparizioni funzionali, in cui ogni figura sembra incarnare un principio, un modo di vivere la vita con una religiosità spontanea, vitalistica.

Il padre (primo incontro) emerge come una presenza arcaica, quasi omerica: cantore e custode di una sapienza orale che si trasmette per densità di vita più che per spiegazione.

I suoi precetti scandiscono una prima architettura interiore: amare i genitori, conservare la purezza sessuale, «dimostrare uguale cortesia nei riguardi di tutti, ricchi o poveri, a qualsiasi religione appartengano; interiormente però rimanere libero e non fare mai troppo affidamento su nulla e su nessuno», e ancora «amare il lavoro in sé, e non per il guadagno».

Accanto a questi, le sentenze si fissano nella memoria con una precisione quasi proverbiale:

«Non è la quantità di cibo che sazia l’uomo, è l’assenza di avidità»; «La verità soltanto ha il potere di placare la coscienza»; «Se vuoi essere celebre – sii in buoni rapporti con i giornalisti. Se vuoi saziarti – con tua suocera. Se vuoi dormire – con tua moglie. Se vuoi perdere la fede – col tuo parroco».

Non si può non notare una punta di sarcasmo.

Con Padre Borsh, questa eredità si organizza in una forma più rigorosa. L’educazione prende i contorni di una disciplina esigente, fondata su controllo, attesa e resistenza.

Il suo decalogo insiste su princìpi come l’attesa del castigo per ogni disobbedienza, la speranza di ricompensa solo se meritata, «il timore di dare dispiaceri ai propri genitori ed educatori», «la gioia di accontentarsi di ciò che si ha» e «la pazienza di sopportare il dolore e la fame».

Sulla sessualità, la sua immagine resta impressa per la sua durezza: «se l’adolescente soccombe una sola volta alla tentazione, egli perde per tutta la propria vita la possibilità di essere realmente un uomo degno di stima… come il mosto nel quale si è versata anche una sola goccia di alcool può diventare soltanto aceto». In questo specifico punto, abbiamo forse il Gurdjieff meno attuale e più anacronistico.

La lezione di Bogačevsky introduce una distinzione destinata a riverberare oltre il testo: «La morale oggettiva si fonda sulla vita o su alcuni comandamenti che Dio stesso ci ha dati. Nell’uomo, essa diventa a poco a poco il principio costitutivo di ciò che è chiamato coscienza».

E ancora: «Quanto alla morale soggettiva, invenzione umana, essa è una concezione relativa, differente per ogni uomo, differente in ogni luogo».

Ne emerge una tensione fra normatività sociale e etica personale che attraversa ancora il pensiero contemporaneo, dalla psicoanalisi alla filosofia del diritto.

Con il capitano Pogossian, il lavoro assume una qualità diversa: «Non è con la mia natura che io l’amo, perché la mia natura è altrettanto pigra di quella degli altri uomini. Io amo il lavoro con il mio buon senso».

E più avanti: «Sono assolutamente convinto che nel mondo un lavoro cosciente non va mai perduto». L’accento cade sulla qualità della presenza che accompagna ogni azione.

Abram Yelov riporta il discorso verso la coscienza come nucleo centrale. «La questione non è di sapere a chi l’uomo rivolge le sue preghiere, ma qual è la sua fede».

E ancora: «Comunque sia, il nostro pensiero lavora, di notte come di giorno». Il pensiero, in questa prospettiva, richiede una direzione, un orientamento attivo.

Il principe Lubovedsky introduce una tonalità più rarefatta, in cui la conoscenza si inscrive nel corpo: «come noi oggi facciamo sulla carta, così una volta certe informazioni […] furono registrate in queste danze e tramandate».

La scena assume una qualità quasi sospesa, ma resta attraversata da una decisione radicale sul modo di vivere il tempo.

Con Ekim Bey e il derviscio, l’attenzione si concentra sull’organismo umano nella sua complessità. «Tutto questo è buono soltanto per lo sviluppo delle braccia e delle gambe… Ma abbiamo anche dei muscoli interni».

E il principio che ne deriva si impone con nettezza: «Lei deve dunque scegliere: cambiare tutto, o non cambiare niente». La rarefazione del viaggio iniziatico raggiunge toni oracolari, in questa parte del libro.

L’episodio di Karpenko porta questa tensione fino al limite dell’esperienza: «l’intensità delle emozioni […] si accrebbe a tal punto che in ogni momento avevo l’impressione di pensare e di vivere di più che in un intero anno».

La prossimità della morte agisce come un acceleratore della coscienza. Sembra di trovare consonanze con l’essere-per-la-morte di Heidegger!

Skridlov, infine, introduce una traiettoria più familiare al lettore moderno: «Nelle concezioni che si sono radicate in me è avvenuta spontaneamente una revisione di tutti i valori… al di fuori delle agitazioni della vita esiste qualcos’altro».

La sua esperienza suggerisce un ampliamento del campo della conoscenza, che avviene, come in tutte le grandi forme sapienziali, attraverso la costante rettifica di sé.

Cosa resta, allora, di questo insieme? Incontri con uomini straordinari si presenta come autobiografia e al tempo stesso costruisce una struttura più ambigua, in cui elementi aneddoti e costruzioni simboliche convivono senza separarsi del tutto.

Gurdjieff agisce anche come regista della propria immagine, orchestrando apparizioni e contraddizioni, sposando involontariamente quel “nel pensier mi fingo” che Leopardi pronunziava senza avere la vita interessante del nostro curioso sciamano.

Il testo rimane così uno spazio di tensione, in cui il lettore viene coinvolto in un vortice di enigmaticità che mentre crea sospensione, educa, ed è proprio in questo contro-movimento psichico che ci induce, che continua a trovare la sua forza “straordinaria”.

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