
La crisi in Siria si sta allargando con il coinvolgimento diretto di Israele che ha potenziato i suoi attacchi in difesa dei drusi, colpendo persino la presidenza e il quartier generale dell’esercito siriano a Damasco.
Per il secondo giorno consecutivo, Israele ha attaccato la città meridionale di Sweida, a maggioranza drusa, epicentro delle violenze che da domenica hanno già causato 300 morti, coinvolgendo drusi, beduini e forze governative dispiegate in loco. Dopo aver minacciato di intensificare i suoi attacchi contro queste ultime, Israele ha bombardato il quartier generale dell’esercito siriano a Damasco e il palazzo presidenziale, sede del nuovo leader Ahmed Al-Sharaa, spingendosi più in là sulla strada delle rappresaglie.
L’IDF ha annunciato che si sta preparando per giorni di battaglia, prospettando un quadro ancora più complesso e incerto.
In violazione del cessate il fuoco, gli scontri sono proseguiti anche ieri a Sweida, precedentemente occupata dai combattenti drusi locali, dove il regime islamista siriano e i suoi alleati si sono schierati da martedi con il chiaro desiderio di estendere la propria autorità. L’Osservatorio siriano per i diritti umani (Sohr/Osdh), testimoni e gruppi drusi li hanno accusati di numerosi abusi, tra cui esecuzioni sommarie di civili e saccheggi.
Israele, che occupa e ha annesso parte delle alture del Golan siriane, ha ribadito in questi giorni che non permetterà una presenza militare nella Siria meridionale, vicino al confine condiviso. L’esercito israeliano “aumenterà l’intensità della sua risposta contro il regime se il messaggio non verrà recepito”, ha dichiarato il ministro della Difesa Israel Katz, chiedendo al governo siriano di “lasciare in pace” i drusi di Sweida.
“Israele non abbandonerà i drusi in Siria e imporrà la politica di smilitarizzazione” nel sud del Paese annunciata dopo la caduta dell’ex presidente siriano Bashar al-Assad a dicembre, ha affermato il ministro. A seguito delle minacce, l’esercito israeliano ha quindi colpito diversi siti simboli del potere civile e militare a Damasco. La televisione di stato siriana ha riferito che due persone sono rimaste ferite nel centro della capitale, senza specificare il luogo esatto.
L’esercito israeliano ha anche annunciato di aver rinforzato le sue truppe al confine siriano e di aver identificato “decine di sospetti” che tentavano di attraversare il confine dalla Siria, nell’area di Hadar. La comunità drusa in Israele ha accusato il governo e l’esercito di non fare abbastanza per proteggere i “nostri fratelli massacrati” in Siria, decretando uno sciopero e “giorni della rabbia”, con effetto immediato.
Il ministero della Difesa siriano ha dichiarato che “gruppi ribelli hanno ripreso ad attaccare l’esercito e le forze di sicurezza interna in città” dopo la dichiarazione del cessate il fuoco. “L’esercito continua a rispondere alle fonti di fuoco in città”, ha aggiunto il ministero, citato dall’agenzia di stampa ufficiale Sana, esortando i residenti a rimanere in casa.
Uno dei più influenti leader religiosi drusi, lo sceicco Hikmat al-Hejri, ha rivolto un appello al presidente degli Stati Uniti Donald Trump, al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu “e a tutti coloro che hanno influenza nel mondo”. “Salvate Sweida”, ha detto, denunciando che “il nostro popolo viene sterminato e ucciso a sangue freddo”.
La nuova ondata di violenze in corso illustra le sfide che il governo ad interim di Al-Sharaa deve affrontare da quando, con una coalizione di gruppi ribelli sunniti, ha rovesciato il regime di Bashar al-Assad a dicembre, in un Paese devastato da quasi 14 anni di guerra civile.
Al caos si aggiunge anche un attentato terroristico. Almeno 22 persone sono morte e 63 sono rimaste ferite in un attentato suicida avvenuto nella chiesa di Sant’Elia, nel quartiere di Dwelaa, a Damasco. Il kamikaze è entrato nel luogo di culto e ha sparato sui fedeli in preghiera prima di farsi esplodere.
Le autorità siriane hanno attribuito immediatamente la responsabilità dell’attacco all’Isis.
Il Patriarcato ortodosso di Damasco ha esortato le nuove autorità islamiste siriane ad “assumersi la piena responsabilità” per l’attentato, accusando il governo di non garantire “l’inviolabilità delle chiese e la protezione di tutti i cittadini”.
Secondo la Turchia, grande sponsor del nuovo presidente Ahmad al Sharaa, si è trattato di un “attacco a tradimento” volto a “seminare il caos” nella società siriana. In un comunicato del ministero degli Esteri turco si legge: “Siamo convinti che il governo e il popolo siriano rimarranno uniti e solidali nella lotta contro le organizzazioni terroristiche”.





