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IL SINDACATO VISTO DALLA CIA. DAL FASCISMO ALLA GUERRA FREDDA DI RAFFAELE ROMANO

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di Vito Sibilio

Le pagine segrete del sindacalismo italiano. Recensione a “Il sindacato visto dalla CIA. Dal Fascismo alla Guerra Fredda”, di Raffaele Romano.

Dopo “Andreotti, Craxi e Moro visti dalla CIA”, Raffaele Romano ha regalato ai suoi lettori un altro libro degno di nota e considerazione, per la delicata materia trattata e la solida documentazione esibita: “Il sindacato visto dalla CIA. Dal Fascismo alla Guerra Fredda”. Esso verte sulla storia sindacale dell’Italia della Prima Repubblica, con il focus incentrato sulla UIL  e sul suo patrimonio culturale socialista e riformista. Nel quadro, già non molto numeroso, degli studi di storia sindacale italiana questo libro colloca un apporto più che singolare, raccontando come si sono dipanate le vicende, quasi del tutto sconosciute e mai armonizzate in un solo racconto, dei rapporti tra le rappresentanze dei lavoratori e i servizi segreti americani.

Ma sbaglierebbe chi ritenesse che il libro sia solo una storia spionistica, una sorta di Dossier Mitrokhin del sindacato italiano. Esso è innanzitutto un affresco ampio e preciso di una larga fetta della nostra storia. Le vicende del sindacato, in origine unitario come CGL, poi catacombale durante il fascismo, indi risorto come CGIL ma divenuto trino mediante le scissioni della CISL e della UIL, sono raccontate sino agli inizi degli anni novanta e sono una occasione per far passare sotto gli occhi del lettore una teoria di personaggi di prim’ordine. Buozzi, Viglianesi, Ravenna, Benvenuto, Carniti, Lama, Di Vittorio, ma anche Sturzo, Togliatti, Nenni, De Gasperi, Craxi, Andreotti, Fanfani e, accanto a loro, personaggi più umbratili ma non meno decisivi nel racconto, come Brennan, Bruce, Anfuso, Scamporino, Corvo, legati al mondo dei servizi. Né l’angolo visuale incentrato sulla CIA ha impedito all’autore di volgere lo sguardo verso i servizi di Mosca. Infine, non si può mancare di sottolineare come la storia sindacale sia stata inserita nel più ampio contesto di quella politica, per cui dense e numerose pagine sono dedicate alla genesi e allo sviluppo del PSI, alle sue trasformazioni, ai rapporti burrascosi col PCI, alla lotta col Fascismo e all’antagonistica collaborazione con la DC. L’autore ha seguito per così dire la storia del riformismo sia come attitudine mentale che come programma politico della sinistra, l’una e l’altra faticosamente acquistate per prove ed errori, attraverso la dura esperienza della persecuzione fascista, la disillusione verso il modello sovietico, il travagliato trapasso al socialismo europeo e lo sforzo costante di collaborazione tra partiti e sindacati di matrice comune, resistendo, quando possibile, alla tentazione del collateralismo. Romano inoltre non si è trattenuto dal regalarci rivelazioni sulla morte del Duce, sullo spionaggio in Vaticano, sulle difficoltà del Compromesso Storico, mentre ha fatto rivivere la sua penna giornalistica con una nuova giovinezza mediante ritratti vividi, intensi e brillanti di personaggi di alto stampo morale.

A questo proposito, l’eroe dell’autore è senz’altro Buozzi, la cui solidità storica, sebbene più in chiaroscuro, è contrapposta al mito agiografico di Di Vittorio, da sempre sotto i riflettori. Una contrapposizione non dialettica ma comparativa, quasi a dimostrare che, dopo decenni, la storia si è presa la rivincita di dimostrare la superiorità non solo morale ma anche politica e sindacale del modello riformista. Buozzi è studiato nella sua psicologia dall’autore, che suggerisce piste nuove all’acume del lettore sulla ricostruzione delle sue più drammatiche vicende.

Ma anche gli altri personaggi sono esaminati con accuratezza, a volte con pazienza certosina e cura chirurgica. Lo spaccato di storia così restaurato appare più che esauriente e, a dispetto della sua specializzazione saggistica, si legge come un romanzo. Ma si studia anche come una lezione per il mondo di oggi. Un mondo in cui il riformismo è diventato un conglomerato di slogan, in cui la relazione tra politica e sindacati si è avvizzita, in cui la rappresentanza del mondo del lavoro si è involuta in forme quasi da consorterie. Tutto questo, che scaturisce dalla frattura tra elettori ed eletti, tra tesserati e leader, tra iscritti e dirigenti, lascia intuire chiaramente come la crisi di democrazia sistemicamente in atto potrebbe essere tamponata attingendo con equilibrio alla grande tradizione della rappresentanza politica e sindacale dell’Occidente, nella quale quella italiana ha un posto importantissimo. Ma lascia anche vedere come il riformismo socialista, alieno da ogni avventurismo dispotico e utopico e nel contempo libero da ogni pastoia immobilistica e reazionaria, sia davvero ancora capace di alimentare di sé la passione civile e intellettuale delle nuove generazioni.

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  • Redazione

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