
di Giuseppe Augieri
Non so se sia vera l’affermazione, per me lo è, che Landini abbia un concetto di Sindacato che risente di una interpretazione tardo marxista della società: credo che questa sua interpretazione e soprattutto la sua idea sul come il Sindacato dovrebbe agire sono lontani da quello che occorre ad un sindacato moderno, necessario nelle sfide dell’oggi.
A me sembra che la sua analisi della società sia restata fossilizzata a categorie ottocentesche e contrapposizioni sul modello della “lotta di classe” che oggi non sono solo fuorvianti, ma del tutto ribaltate nella realtà oggettiva e quotidiana…. Se si parla di difficoltà a vivere, sia economicamente e sia per il contributo di welfare ad una vita decente, questa criticità è trasversale a più fasce, o ex classi che dir si voglia. Con un’ascensore sociale di fatto bloccato, una classe media che tende a portarsi verso la povertà relativa, la passata distinzione tra classi è appunto, “passata”. Quella del bisogno e del disagio sociale è tutta da disegnare. E da rimettere in ordine di priorità.
Non mi sembra che il contributo del Landini-pensiero a sinistra sia una ventata di aria fresca. Se si ripropone la demonizzazione del mercato e del capitale, la contrapposizione fra uomo e mercato, la lotta come unico strumento possibile di reazione, ed il lessico da battaglie dell’ottocento si ripropone la visione della società e del ruolo delle rappresentanze delle masse secondo uno schema che potrà pure essere romanticamente bello, ma è lontana dalla realtà.
Parlo di Landini, ma in realtà parlo anche di chi non prende le distanze da questi schemi, certo in modo corretto e non piazzaiolo, ma deciso. La UIL mi ha molto deluso. E l’accusa che ho sentito muovere alla CISL, non partecipando allo sciopero, di essere tendenzialmente “collaborazionista” del Governo la dice lunga sulla poca attenzione che si pone ad alcune proposte fatte proprio dalla CISL in tema di rinnovamento del pensiero, delle strumentazioni e delle azioni sindacali, proposte che quanto meno andrebbero discusse e non solo nei pensatoi ideologici ma anche tra la gente. Ma soprattutto disegna con chiarezza lo schema che si intende prefigurare: il nemico è il Governo, di quelli da combattere con ogni mezzo. Ogni accenno, non dico ad accettare, ma anche solo a ragionare sulle cose – magari sbagliate ma da capire – che il Governo fa è “collaborazionismo”. Solo per ricordarlo: il termine ha il seguente significato: “fenomeno sociale e politico connesso alle vicende di governo di uno Stato oggetto di occupazione militare da una potenza straniera, che vi organizza una classe dirigente totalmente asservita agli interessi degli occupanti”. Questo è ciò che si propone come lettura. Le parole, un dirigente sindacale, non le può gettare al vento.
Il Sindacato sarebbe, per principio, contrario a ciò che propone il “nemico straniero occupante”. L’arma è lo sciopero. La drammatizzazione portata al massimo. I “danni collaterali” poco importanti, comunque non chiaramente esplicitati, in questa guerra. Per ora senza violenza: le strumentalizzazioni avvenute su episodi che non hanno a che fare con le manifestazioni sindacali devono essere rinviate ai mittenti. Ma non durerà per sempre.
Intendo riprendere tutto questo. Per ora mi fermo qui. Solo un interrogativo per iniziare a ragionare: è possibile restituire al Sindacato il ruolo di forza – e anche struttura – intermedia dell’assetto statuale e del contratto sociale, e non solo quello di oppositore? Per essere nel Nenniano “da una parte sola” bisogna inevitabilmente solo opporsi, rinunciando al Benvenutiano “dalla protesta alla proposta”?





