Home Politica estera IL RITORNO DELLO SCIÀ, SALVO IDIOZIE AMERICANE

IL RITORNO DELLO SCIÀ, SALVO IDIOZIE AMERICANE

0

Potrebbe essere una rivoluzione interna la vera arma segreta di Israele nei confronti della dittatura degli ayatollah, iniziata con la cosiddetta “Rivoluzione iraniana”, conosciuta anche come “Rivoluzione islamica” o “Rivoluzione khomeinista”, che fu una serie di sconvolgimenti politici e sociali, avvenuti nel periodo 1978-1979, che trasformò la monarchia del Paese in una repubblica islamica sciita, la cui costituzione si ispira alla legge coranica.

Nel gennaio del 1979 la situazione nelle principali città era caotica.

Gli Usa, per bocca del presidente Carter, tolsero l’appoggio a Reza Phalavi, invitato ad andare fuori Paese. Il 16 gennaio lo Scià abbandonò l’Iran, per un esilio definitivo.

L’arrivo degli ayatollah al potere è il frutto di un insieme di pasticci e di idiozie.

Veniamo all’oggi, prima di capire la serie di errori fatti nel tempo.

Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià iraniano Mohammad Reza Pahlavi, rovesciato nella rivoluzione del 1979, ha rivolto un messaggio ad Israele e ai Paesi arabi affermando di essere pronto a guidare una transizione verso un Iran democratico e in pace con gli altri Stati della regione dopo la caduta della Repubblica islamica.

Il messaggio, di quattro minuti e mezzo, è stato postato su X in inglese con sottotitoli in ebraico, arabo e persiano pochi giorni dopo una dichiarazione del primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu, secondo il quale “l’Iran sarà finalmente libero molto prima di quanto la gente pensi” e “il popolo ebraico e il popolo persiano saranno finalmente in pace”.
Secondo Reza Pahlavi, che vive in esilio negli Usa fin dalla caduta della monarchia, 45 anni fa, “c’è una vasta coalizione di patrioti iraniani, in patria e all’estero, pronti ad agire”.

“Ho detto ai miei compatrioti – aggiunge Reza – che farò il mio dovere, interverrò su loro richiesta per sovrintendere a questa pacifica transizione alla democrazia e al ritorno dell’Iran nella comunità delle nazioni”.

Reza Pahlavi, che lo scorso anno ha visitato Israele, ha dichiarato più volte in passato di essere pronto a guidare l’Iran dopo l’eventuale caduta della Repubblica islamica, ma solo se ciò sarà sancito da un libero referendum popolare.   

“La pace non è un sogno lontano”, ma potrà diventare “realtà” solo se la Repubblica islamica verrà rovesciata.

Il messaggio non può essere frutto di un’improvvisazione o di una fantasia dell’erede al trono dell’Iran.

E’ del tutto plausibile che il messaggio sia stato concordato e che metta in moto all’interno dell’Iran una possibile rivolta che, questa volta, avrebbe, a differenza del passato, anche uno sbocco istituzionale, sicuramente ben visto da Israele, probabilmente auspicato dagli Stati arabi sunniti e, forse, anche sostenuto dall’America.

Perché il forse.

Perché l’America, in Iran, ha combinato guai a non finire.

Il padre del Reza Pahlavi che ha annunciato la sua disponibilità a tornare sul trono per garantire una transizione verso la democrazia ha regnato dal 1941 al 1979.

Il suo nome è legato soprattutto alla cosiddetta “rivoluzione bianca”, una serie di iniziative politiche volte a occidentalizzare l’Iran.

Il padre dello Scia finito in esilio nel 1979 (nonno dell’attuale erede al trono) era un generale iraniano che detronizzò lo Scià Ahmad Qajar. Un anno dopo la nascita di Mohammed Reza Pahlavi (1919), il padre riuscì ad ottenere il potere con la nomina a primo ministro e nel 1925 venne formalmente incoronato quale nuovo Scià.

L’Iran durante la seconda guerra si dichiarò neutrale, ma nel 1941 Churchill e Stalin pianificarono un’invasione del Paese nell’agosto dello stesso anno, al fine di predisporre il cosiddetto “corridoio persiano”, a garanzia del rifornimento di armi ai sovietici da poco invasi da Hitler nell’ambito dell’operazione Barbarossa. Nel 1941 le truppe inglesi e sovietiche occuparono buona parte dell’Iran e Reza Pahlavi decise il 16 settembre di lasciare il Paese. Lo Scià abdicò a favore del figlio, il quale all’età di 22 anni diventò il nuovo sovrano.

Da quel momento in poi il nuovo Reza Pahlavi applicò una politica filo occidentale.

Reza pahlavi Scia in divisa

Nel frattempo il Paese diventò strategico sotto il profilo economico ed energetico, soprattutto per lo sfruttamento del petrolio.

L’Iran era formalmente è una monarchia costituzionale, con un primo ministro a guidare un governo e un parlamento.

All’inizio degli anni Cinquanta scoppiò il contenzioso delle concessioni del petrolio. L’Iran apparve restio a concedere ulteriori contratti alle società inglesi e, in particolare, alla Anglo-Iranian Company (Aico).

Contro l’Aico si schierarono diverse fette della società iraniana. In tanti non vedevano di buon occhio la politica accondiscendente verso Londra. Tra questi gruppi c’erano sono partiti e movimenti di sinistra, così come gli islamisti e una parte del clero.

Nel 1951 un estremista uccise il primo ministro Alì Razmara, favorevole a un nuovo accordo con l’Aico.

Al suo posto fu eletto Mohammad Mossadeq, uno dei principali oppositori al rinnovo delle concessioni all’Aico che, una volta al governo, fece approvare un disegno di legge di nazionalizzazione delle industrie petrolifere.

Il Regno Unito premette sullo Scià affinché sostituisse Mossadeq, cosa che avvenne nel 1952, ma alla notizia della destituzione del primo ministro a Teheran e nelle principali città scoppiarono proteste da parte di migliaia di cittadini. Reza Pahlevi fu costretto quindi a ridare l’incarico a Mossadeq. Tornato alla guida del governo, il contrasto con lo Scià fu talmente forte da costringere quest’ultimo all’esilio nel 1953.

Reza Pahlevi volò quindi a Roma e qui restò per diversi mesi. Dalla sua parte però aveva ancora l’esercito e un colpo di Stato militare spianò la strada al rientro dall’esilio di Reza Pahlevi.

Quando si parla degli avvenimenti che riguardano Mossadeq e il breve esilio dello Scià, si è di fronte all’intervento americano, improvvido e funesto, gravido di conseguenze negative.

“Marg bar Amrika” (Morte agli Stati Uniti) è uno slogan che ricorre nell’anniversario dell’operazione Ajax, il golpe della Cia contro il governo iraniano nel 1953.

Era infatti proprio 18 agosto quando l’agenzia americana guidata da Allen Dulles, orchestrò a Teheran un colpo di Stato che rovesciò il governo del primo ministro Mohammad Mosaddeq.

Al suo posto tornò al potere, dopo il breve esilio a Roma, Mohammad Reza Pahlavi.

L’intervento Usa, di cui le autorità americane hanno ammesso la responsabilità solo nel 1995, cambiò le sorti dell’allora Persia. Secondo i documenti pubblicati dal National Security Archive e riassunti nel libro ‘Mohammad Mosaddeq and the 1953 Coup in Iran’, curato da Mark J. Gasiorowski e Malcolm Byrne, fu proprio quel colpo di Stato a causare un danno alla reputazione degli Stati Uniti.

L’amministrazione di Eisenhower considerò il golpe un successo, una posizione tuttavia non più condivisa.

Nel 2000, Madeleine Albright, segretario di Stato degli Stati Uniti, disse che l’intervento degli Usa negli affari interni dell’Iran fu una battuta d’arresto per il governo democratico. Non solo, il colpo di stato viene ora considerato come un evento che contribuì alla rivoluzione islamica del 1979, che depose lo Scià.

Nel giugno 2009 Barack Obama, nel suo discorso all’Università al-Azhar a Il Cairo, in Egitto, parlò delle relazioni degli Stati Uniti con l’Iran, menzionando il ruolo degli Usa nel golpe del 1953: “Nel bel mezzo della Guerra Fredda, gli Stati Uniti hanno avuto parte nel rovesciamento di un governo iraniano democraticamente eletto”.

“Non saremo mai amici degli Stati Uniti”, ha detto la guida suprema, l’Ayatollah Seyyed Alì Khamenei.

Bel successo quello del funesto Allen Dulles.

Torniamo all’esilio dello Scià.

Nel gennaio del 1979 la situazione nelle principali città era caotica.

Gli Usa, come s’è già detto, per bocca del presidente Carter, tolsero l’appoggio a Reza Phalavi, invitato ad andare fuori Paese. Il 16 gennaio lo Scià abbandonò l’Iran.

Il sovrano volò in Marocco assieme alla moglie. Pochi mesi dopo entrambi furono condannati a morte in contumacia dalle nuove istituzioni della Repubblica Islamica.

Dopo il Marocco, Reza Pahlevi volò negli Usa.

Da Teheran però lo Scià fu reclamato. I nuovi leader del Paese sostennero di dover eseguire la condanna decretata contro di lui. Carter si oppose e, per tutta risposta, i pasdaran nella capitale iraniana presero in ostaggio gli impiegati dell’ambasciata Usa. Nacque la cosiddetta “crisi degli ostaggi”.

L’occupazione della sede diplomatica terminò solo il 20 gennaio 1981.

Il 24 aprile del 1980 le forze speciali americane tentarono di liberare i 53 dipendenti dell’ambasciata statunitense di Teheran, che da mesi erano tenuti in ostaggio dal regime iraniano. La missione fu uno spettacolare fallimento, il più grave nella storia delle forze speciali americane. Il fallimento mise fine alle speranze del presidente Jimmy Carter di farsi rieleggere alle successive elezioni.

Disastro ostaggi

L’elicottero distrutto simbolo del fallimento della missione per recuperare gli ostaggi.

Gli ostaggi furono liberati soltanto un anno dopo, dopo lunghe e difficili trattative diplomatiche.

La storia dimostra che gli Stati Uniti d’America hanno messo assieme una serie di idiozie, di fallimenti, di incapacità politiche e militari.

C’è da sperare che, nell’attuale situazione, gli americani non facciano pasticci, non si perdano in idiozie, non imitino i loro predecessori, a cominciare dal funesto Dulles, per arrivare al ridicolo Carter.

In ogni caso, la questione del ritorno dello Scià è sul piatto e potrebbe alimentare interesse nella dissidenza iraniana fino a farla decidere a tentare di scalzare il potere degli ayatollah.

Nel discorso di quattro minuti e mezzo postato su X, l’erede dell’ultimo Scià ha affermato che dall’esilio del padre l’Iran è stato “preso in ostaggio da un regime radicale”. Un regime, ha proseguito, che “cerca non solo di tenere in catene il mio popolo, ma anche di esportare la rivoluzione nei vostri Paesi”, al punto che oggi ha portato il Medio Oriente “sull’orlo di una guerra regionale”. Ma questa “non è la guerra del popolo iraniano, è la guerra di Ali Khamenei”. Per portare la pace nella regione, quindi, “questo regime deve andarsene”.

Secondo Reza Pahlavi, che vive in esilio negli Usa fin dalla caduta della monarchia, “c’è una vasta coalizione di patrioti iraniani, nel Paese e all’estero, pronta ad agire”. “Ho detto ai miei compatrioti – ha assicurato Reza – che farò il mio dovere, interverrò su loro richiesta per sovrintendere a questa pacifica transizione alla democrazia e al ritorno dell’Iran nella comunità delle nazioni”. “Non abbiate paura, non permetteremo che un vuoto di potere faccia seguito alla caduta di questo regime”, ha promesso il discendente della monarchia.

Reza Pahlavi sostiene dunque che un’opposizione organizzata, sotto la sua guida, è già pronta ad entrare in azione per assumere il potere.

Nelle manifestazioni di piazza sono spesso risuonati slogan quali ‘Ruhat shad Reza Shah’, cioè ‘che la tua anima sia benedetta, Scià Reza’. Vale a dire il nonno dell’attuale Reza, fondatore della dinastia Pahlavi e dell’Iran moderno. Resta da vedere quanti sarebbero effettivamente pronti ad appoggiare un cambio di regime portato dalle bombe israeliane o quanto meno con l’aiuto dei potenti servizi d’intelligence dello Stato ebraico, che sembrano essere riusciti ad infiltrare lo Stato iraniano fino ad alti livelli.

In ogni caso, visti i precedenti, è meglio che l’America si astenga dal mettere le mani nella vicenda. Meglio lasciar fare al Mossad.

Autore

  • Redazione

    Nuovo Giornale Nazionale è una testata Online totalmente indipendente, di proprietà dell’associazione Libera Stampa e Libera Comunicazione LIBERCOM.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui