
di Vito Schepisi
“L’Italia in termini di bilancio – ha rilevato Christine Lagarde – oggi fa sforzi molto seri e probabilmente arriverà presto all’obiettivo del 3% di deficit. Quindi faremmo bene a ispirarci a questo”.
Non si può negare che oggi in Italia si stia sviluppando una costante e crescente forza produttiva.
E’ stato dato un impulso politico e sono maturate, un po’più, sia la consapevolezza e sia la fiducia necessarie.
La crescita è un valore:
– lo è perché consente di creare un modello sociale umano e civile;
– lo è perché crea le coperture economico-finanziarie per i bisogni dello Stato e della popolazione;
– lo è perché sostiene l’apparato delle tutele, del welfare e dei diversi servizi inclusivi per chi è in difficoltà.
La questione è che questo mondo produttivo in Italia subisce spesso il peso dell’esacerbato confronto politico-ideologico.
Sia le Aule Parlamentari, che le piazze, sono spesso impegnate nell’esibizione muscolare, ovvero brandendo quegli stereotipati e sterili strumenti di propaganda e di pressione.
Mancano invece i progetti e quelle proposte che, se serie e documentate, renderebbero credibile una vera opposizione costruttiva.
Come un eufemismo, in Italia la produzione, se non cresce in modo virtuoso, si cimenta nella realizzazione, invece non virtuosa, di altro.
Avviene così che la produzione si divide in due spinte e due impegni tra:
1) chi contribuisce a sostenerla e s’impegna per la sua crescita e per consentire una vita dignitosa sia alla collettività che alla propria famiglia;
2) chi, invece, produce chiacchiere e menzogne, facendo previsioni apocalittiche, provando a frenare la macchina in corsa, esaltando la stupidità di imbecilli e fannulloni, negando persino che la produzione dei beni e dei servizi sia una fonte oggettiva di vita.
Ed, al contrario della realtà, c’è ancora chi stabilisce, per assuefazione a principi ideologici, che la crescita sia una colpa e che la ricchezza sia un furto.
S’è detto, anche più volte, che la ricchezza sia invece un valore, perché è la fonte che alimenta le risorse da destinare allo sviluppo ed al lavoro.
Esiste però chi sottrae risorse, chi specula, chi malversa e sostiene forme di populismo anarchico.
E ci sono stati anche coloro che, dopo aver concorso alla messa in pratica, su tutto il territorio nazionale, di quella idea folle di creare su vasta scala, con un sistema affine al voto scambio, uno dei modi più odiosi (della partitocrazia) per allargare il clientelismo politico (vedi Reddito di Cittadinanza, Superbonus 110% e maggioranze variabili a dispetto delle scelte elettorali).
Attraverso i condizionamenti, infatti, e giocando sulle alleanze, nella passata legislatura col Conte 2 si è anche provato a trasformare il Parlamento in un indecente suk magrebino.
Mai l’Italia repubblicana era stata così in basso, ed il tonfo sul fondo s’è avvertito così forte alle elezioni politiche del 2022 con la severa punizione elettorale di PD e M5S.
E c’è chi crede ancora, come in “Amici Mai”, la bellissima canzone di Antonello Venditti, che “certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano”.
Questa legislatura, per fortuna del Paese, è più prudente, più concentrata sui problemi, più pragmatica che ideologica, più pluralista, e più aperta al confronto sulle cose, e, soprattutto, s’è mostrata a prova di tutti i pregiudizi.
Non c’è stato spazio per Giuseppe Conte, l’illuminato sulla via di Palazzo Chigi!
Senza, infatti, riflettere sul modo e sulle finalità dell’espansione assistenziale, è difficile che si mettano in moto consapevolezza e fiducia: le due componenti essenziali dello sviluppo.
La trasparenza, la competenza, l’equità sono poi le componenti necessarie per evitare che le politiche sociali divengano fonte di ingiustizie, o si trasformino in strumento di malversazioni, se non causa di squilibrio etico, sociale ed economico, tra chi lavora e s’impegna, e chi vive sulle spalle degli altri.
Senza omettere, infine, che l’abuso dell’assistenzialismo, a cui si richiama ancora l’esasperato populismo circolante, porterebbe il Paese, dritto, dritto, allo sfascio.





