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Il Nobel ai bambini di Gaza, quando la compassione diventa propaganda

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Il Nobel ai bambini di Gaza, quando la compassione diventa propaganda

Minori trasformati nell’arma emotiva di una narrazione politica selettiva

Andrea Orlando aderisce «con profondo convincimento» alla proposta lanciata da Avvenire e dal professor Eugenio Mazzarella di candidare “le bambine e i bambini di Gaza” al Nobel per la Pace.
Subito dopo indica un unico colpevole: Netanyahu e il governo israeliano.

Hamas, il 7 ottobre, i bambini israeliani assassinati e rapiti, gli ostaggi e una guerra scatenata dal più grave massacro di ebrei dopo la Shoah semplicemente scompaiono.

È questo il punto: non si discute la sofferenza dei bambini palestinesi.
È reale, immensa e documentata anche dall’UNICEF.

Ogni bambino ucciso, ferito, affamato o privato del proprio futuro è una tragedia.

Ma proprio perché quei bambini meritano rispetto, non dovrebbero essere trasformati nell’ennesima arma emotiva di una narrazione politica selettiva.

Il Nobel per la Pace, inoltre, non è un riconoscimento generico destinato alle vittime innocenti.

Può essere assegnato a persone o organizzazioni per l’opera concretamente svolta in favore della pace. “I bambini di Gaza” non costituiscono né una persona né un’organizzazione identificabile.

La candidatura ha dunque soprattutto il valore di un manifesto politico, benché venga presentata come qualcosa di più.

“Le stesse regole ufficiali del Nobel⁠ rendono evidente la forzatura”.

E quale messaggio trasmette questo manifesto?

Che la storia cominci dalla reazione israeliana e che tutto ciò che la precede possa essere cancellato.

Cancella Hamas, organizzazione terroristica che governa Gaza dal 2007; cancella il massacro del 7 ottobre 2023; cancella i bambini israeliani uccisi e quelli trascinati nei tunnel come ostaggi; cancella la responsabilità di chi combatte dentro un territorio densamente popolato, usa infrastrutture civili per le proprie attività militari e considera il sangue dei palestinesi uno strumento della propria strategia.

Ismail Haniyeh lo disse con parole terribili nell’aprile 2024, dopo la morte di tre suoi figli e di alcuni nipoti: “Attraverso il sangue dei martiri e il dolore dei feriti creiamo speranza, futuro, indipendenza e libertà”.

La frase è autentica.

È la sintesi di una cultura politica che trasforma la morte in investimento ideologico e il sacrificio dei propri figli in propaganda.

Neppure l’affermazione circolata nei commenti secondo cui il WFP avrebbe certificato che Hamas rubava “l’85% degli aiuti” può essere spacciata per verità accertata.

I dati ONU indicavano una quota enorme di camion intercettati o saccheggiati, ma non attribuivano tutto ad Hamas; una successiva analisi USAID non trovò prove di una sottrazione sistematica degli aiuti finanziati dagli Stati Uniti da parte dell’organizzazione.

Ci sono testimonianze e accuse di appropriazioni, tassazioni e rivendita, ma quel preciso “85% rubato da Hamas” non è una certificazione del WFP.
Non occorre inventare dati per denunciare le responsabilità reali di Hamas.

Se davvero si volesse un gesto universale, si parlerebbe di tutti i bambini travolti dalle guerre: palestinesi e israeliani, ucraini, sudanesi, iraniani e di ogni altro Paese.

Lo riconosce, quasi incidentalmente, persino l’articolo di Avvenire.
Orlando, invece, estrae soltanto Gaza e attribuisce apertamente le sofferenze dei bambini alle «atrocità di Netanyahu e del governo israeliano».

Questa non è compassione universale. È la scelta politica di separare alcune vittime dalle cause e alcune sofferenze da tutte le altre.

I bambini non hanno bisogno di essere insigniti di un premio per un’opera di pace che non hanno potuto compiere: hanno bisogno che gli adulti smettano di usarli come scudi, simboli, martiri e strumenti elettorali.

Un Nobel serio dovrebbe andare, semmai, a chi sottrae i bambini all’odio e costruisce davvero la convivenza: israeliani e palestinesi che lavorano insieme, difendono la vita dell’altro e rifiutano sia il terrorismo sia la disumanizzazione.

Il resto è un palcoscenico morale.

E Orlando, omettendo Hamas e ricordando soltanto il colpevole politicamente conveniente, ha già scelto la parte che intende recitarvi.

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