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Algoritmi, nuovi padroni del pensiero

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Algoritmi, IA e social quanto influenzano le nostre menti?

Quando parlo di “nuovi padroni del pensiero”, non mi riferisco semplicemente a chi possiede giornali, televisioni, partiti o case editrici.

Mi riferisco a qualcosa di più profondo e, proprio per questo, più difficile da vedere.

A chi oggi possiede la capacità di orientare ciò che vediamo, ciò di cui parliamo e perfino le domande che arriviamo a porci.

È qui che il potere del nostro tempo cambia natura.

Un tempo il potere cercava di convincerti.

Oggi può essere sufficiente organizzare il campo nel quale tu andrai a formarti un’opinione.

Gli algoritmi: il potere invisibile

Gli algoritmi sono forse gli strumenti di potere più difficili da percepire.

Non ci dicono necessariamente: «Questo è ciò che devi pensare.»

Fanno qualcosa di più discreto: «Questo è ciò che vedrai.»

E la differenza è enorme.

La ricerca sull’idea di algorithmic public opinion mostra come i sistemi algoritmici possano contribuire a determinare quali temi acquistano visibilità, quali fonti vengono maggiormente esposte e quali interpretazioni circolano.

Ma gli stessi studiosi invitano a non attribuire agli algoritmi un potere assoluto: essi interagiscono con gli utenti, con le piattaforme, con gli interessi economici e con gli altri attori della comunicazione.

Questa precisazione, per me, è fondamentale.

Perché il problema non è immaginare una macchina che comanda l’uomo.
Il problema è comprendere quanto una macchina possa contribuire a costruire l’ambiente nel quale l’uomo prende le proprie decisioni.

Il vecchio potere diceva: «Questa è la verità.»

Il nuovo potere può limitarsi a dire: «Questo è ciò che incontrerai.»

E, forse, è una forma di potere ancora più sofisticata.

Le piattaforme: le nuove piazze pubbliche

Facebook, YouTube, TikTok, X e le altre grandi piattaforme non sono più soltanto luoghi nei quali comunichiamo.

Sono diventate infrastrutture attraverso cui passa una parte importante della nostra percezione del mondo.

Il loro potere non consiste soltanto nel permettere a qualcuno di parlare.
Consiste anche nel determinare, attraverso i sistemi di raccomandazione e distribuzione, quanto lontano potrà arrivare quella voce.

La ricerca mostra che i sistemi di raccomandazione possono contribuire alla diffusione di contenuti falsi o fuorvianti, anche se gli effetti cambiano a seconda del tipo di algoritmo, del comportamento degli utenti e del contesto.

E allora cambia il concetto stesso di potere mediatico.
Un tempo contava soprattutto chi possedeva il giornale.
Oggi conta anche chi possiede la porta attraverso la quale il giornale, il video, il commento o la persona arrivano a milioni di individui.

Non significa che le piattaforme controllino automaticamente il pensiero delle persone.

Significa qualcosa di più concreto: possono contribuire a costruire il paesaggio informativo nel quale quel pensiero si forma.

E questo è già potere.

L’intelligenza artificiale: il passaggio decisivo

Ed è qui che, secondo me, avviene la trasformazione più importante.
Il motore di ricerca tradizionale mi offriva una serie di risultati.

L’intelligenza artificiale può fare un passo ulteriore.

Può selezionare, confrontare, sintetizzare, interpretare e formulare una risposta.

Può quindi diventare un intermediario tra me e la realtà.
La ricerca più recente sta già studiando i grandi modelli linguistici come nuovi intermediari dell’informazione: non si limitano necessariamente a riprodurre l’agenda dei media tradizionali, ma possono costruire una diversa gerarchia degli argomenti che vengono presentati all’utente.

Ed è qui che nasce la domanda che considero gigantesca: se una macchina mi aiuta a comprendere il mondo, chi stabilisce secondo quali criteri quella macchina mi aiuta a comprenderlo?

Quali informazioni vengono considerate rilevanti?

Quali vengono escluse?

Come vengono rappresentate le diverse interpretazioni?

Quanto conta la fonte?

Quanto conta il consenso?

Quanto conta ciò che è controverso?

Sono domande che non riguardano soltanto la tecnologia.

Riguardano la libertà dell’uomo.

Perché quando delego a una macchina una parte del processo attraverso cui interpreto la realtà, non sto semplicemente utilizzando uno strumento.

Sto introducendo uno strumento dentro il processo stesso della formazione del mio pensiero.

E questo cambia tutto.

Chi possiede l’infrastruttura possiede una parte del potere

Dietro gli algoritmi e l’intelligenza artificiale esistono aziende, capitali, data center, chip, sistemi cloud, reti e gigantesche quantità di dati.

Il potere del XXI secolo non riguarda più soltanto la proprietà dei mezzi di comunicazione.

Riguarda sempre più la proprietà dei mezzi attraverso i quali circola l’intelligenza.

È questo, a mio avviso, uno dei grandi passaggi ancora insufficientemente compresi del nostro tempo.

Il petrolio ha alimentato l’industria.

I dati hanno alimentato l’economia digitale.

L’intelligenza artificiale può diventare una delle infrastrutture attraverso cui organizziamo la conoscenza.

E chi controlla un’infrastruttura non deve necessariamente comandare direttamente chi la utilizza.

Gli basta avere un ruolo decisivo nel determinarne il funzionamento.

Ma esiste un quinto padrone: l’attenzione.

Ed è forse quello che mi interessa di più.

L’attenzione.

Perché il bene veramente scarso del nostro tempo non è soltanto l’informazione.

È il tempo della nostra mente.

Ogni giorno riceviamo una quantità di informazioni superiore a quella che possiamo realmente comprendere.

In questa condizione, qualcuno o qualcosa deve necessariamente stabilire cosa emerge dal rumore.

E ciò che emerge acquista importanza.

Ciò che scompare, anche se vero, rischia di diventare irrilevante.

Una ricerca pubblicata nel 2026 sul rapporto fra algoritmi e polarizzazione mostra proprio quanto sia importante non guardare soltanto a quali contenuti vengono presentati, ma anche a come gli ambienti costruiti per massimizzare l’engagement possono influenzare il modo in cui valutiamo ciò che incontriamo.

La questione, dunque, non è soltanto informativa.
È cognitiva.

Non riguarda solamente ciò che sappiamo.
Riguarda come arriviamo a considerare qualcosa vero, importante, urgente o degno della nostra attenzione.

Il vero conflitto del nostro tempo

Forse il conflitto del futuro non sarà più soltanto tra chi possiede l’informazione e chi non la possiede.

Sarà tra chi riesce a conservare la propria capacità di giudizio e chi finisce per delegarla.

Questa è una differenza enorme.

Perché nessun algoritmo deve necessariamente ordinarmi cosa pensare.
È sufficiente che impari molto bene che cosa riesce a catturare la mia attenzione.

E se io reagisco sempre allo stesso modo, il sistema può continuare a offrirmi ciò che mi trattiene.

Si crea così un circuito:
attenzione → reazione → previsione → nuova esposizione → nuova attenzione.

Non è una prigione con le sbarre.
È qualcosa di più sottile.
È una stanza nella quale continuo volontariamente a rimanere perché l’ambiente è costruito per farmi restare.

Ma allora siamo davvero davanti ai nuovi padroni del pensiero?
Io farei attenzione a questa definizione.
Non direi che qualcuno possiede già il nostro pensiero.
Direi qualcosa di più preciso.

Esistono oggi soggetti e sistemi capaci di influenzare le porte attraverso le quali il pensiero entra.

Ed è proprio questa la questione sulla quale dovremmo riflettere.
Perché la libertà non consiste soltanto nell’avere accesso a milioni di informazioni.

La libertà consiste anche nel poter scegliere quali informazioni meritano di entrare nella nostra mente.

E, soprattutto, nel poter cambiare idea.
Una mente libera non è quella che non viene mai influenzata.
È quella che sa di poter essere influenzata e conserva la capacità di interrogare ciò che riceve.

Per questo la domanda più importante del nostro tempo, forse, non è:
«Chi pensa per noi?»

È: «Chi decide ciò che noi vediamo prima ancora che cominciamo a pensare?»

Questa è la domanda che mi inquieta.

Perché un tempo il potere cercava di convincere l’uomo.

Oggi il potere più sofisticato potrebbe non avere bisogno di convincerlo.
Potrebbe essere sufficiente scegliere il paesaggio nel quale l’uomo comincerà a pensare.

Ed è per questo che la nuova libertà non consiste soltanto nel poter parlare.

Consiste nel conservare una mente capace di fermarsi, dubitare, cercare altrove e dire: «No. Voglio comprendere prima di credere.»

Forse è questa, oggi, la forma più difficile della libertà.

Autore

  • Sergio Restelli

    Sergio Restelli non è solo un consulente politico o un autore: è una voce che invita alla riflessione, alla comprensione e alla ricerca di soluzioni in un mondo spesso concentrato sulle divisioni. La sua carriera dimostra come politica, diplomazia e impegno intellettuale possano contribuire a costruire ponti e delineare un futuro migliore.

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