Home Politica estera La guerra che non vediamo: chi controllerà i corridoi dopo Hormuz

La guerra che non vediamo: chi controllerà i corridoi dopo Hormuz

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Hormuz e Suez

Il Mediterraneo torna al centro della partita

È proprio questa consapevolezza che sta modificando la geografia strategica del Medio Oriente. Dalla porta unica alle porte multiple.

L’Arabia Saudita cerca di ridurre la propria esposizione attraverso il Mar Rosso, ma, contemporaneamente, il Mar Rosso sta diventando un nuovo teatro di confronto.

L’attacco dell’11 agosto contro una nave nel Bab el-Mandeb, con tre membri dell’equipaggio uccisi, mostra quanto sia fragile la normalizzazione della rotta.

E qui emerge una delle contraddizioni più significative della fase attuale; mentre le grandi compagnie marittime tornano progressivamente verso Suez, la sicurezza della direttrice viene nuovamente messa alla prova.

Maersk e Hapag-Lloyd stanno ripristinando collegamenti attraverso il Mar Rosso e il Canale di Suez, recuperando una rotta per anni evitata a causa degli attacchi Houthi.

Il commercio, dunque, non aspetta che il rischio scompaia ma impara a conviverci.

Suez resta troppo importante per essere sostituito indefinitamente dal Capo di Buona Speranza. Una rotta più lunga significa più giorni di navigazione, maggiori consumi, più navi necessarie e costi logistici più elevati.

Il ritorno a Suez non significa, quindi, che la crisi sia finita. Significa che il valore strategico della rotta è talmente alto da giustificare il ritorno dentro il rischio.

Il Mar Rosso diventa, così, il secondo campo di battaglia. Arabia Saudita, Egitto, Giordania, Yemen e gli altri Paesi affacciati su questa direttrice acquistano un’importanza nuova.

Il problema non è più soltanto proteggere una rotta commerciale, ma impedire che la vulnerabilità di Bab el-Mandeb trasformi il Mar Rosso nella prosecuzione meridionale della crisi di Hormuz.

Il recente attacco alla raffineria saudita di Jazan, attribuito agli Houthi, arriva inoltre dopo il nuovo accordo di difesa tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan.

È qui che dimensione militare e infrastruttura cominciano a sovrapporsi. Chi protegge il corridoio controlla il corridoio. È la nuova grammatica del potere marittimo.

Poi c’è Baghdad. L’Iraq è forse il caso più evidente di come la crisi di Hormuz stia trasformando la politica energetica in politica delle infrastrutture.

Per decenni l’Iraq ha esportato soprattutto attraverso il Golfo. Ma quando Hormuz diventa vulnerabile, il problema non è più quanto petrolio possieda Baghdad: è da dove possa farlo uscire.

Per questo l’Iraq guarda contemporaneamente a Kirkuk-Ceyhan verso la Turchia, al corridoio attraverso Siria e Mediterraneo e al progetto verso Aqaba e il Mar Rosso.

Non sono semplici progetti energetici. Sono assicurazioni geopolitiche costruite in acciaio.

Nei colloqui con Ankara, Baghdad ha prospettato forniture fino a un milione di barili al giorno verso la Turchia, mentre i due Paesi cercano di rilanciare Kirkuk-Ceyhan e il Development Road, il grande asse ferroviario, stradale e infrastrutturale destinato a collegare il Golfo alla Turchia e, quindi, all’Europa.

Qui emerge qualcosa di decisivo, la Turchia non vuole essere soltanto il Paese attraverso cui passano le merci, ma vuole diventare il territorio attraverso cui le merci devono passare.

Ed è, forse, questo il dettaglio meno spettacolare e più importante, il ritorno della ferrovia come strumento geopolitico. La vecchia direttrice dell’Hegiaz torna dentro il linguaggio strategico contemporaneo.

Turchia e Arabia Saudita stanno sviluppando collegamenti ferroviari e logistici lungo quella direttrice, attraverso Siria e Giordania, mentre Ankara guarda a una progressiva connessione con l’Oman.

Una ferrovia che attraversa il deserto può sembrare meno importante di una portaerei. Non lo è. Perché una ferrovia, un oleodotto, un’autostrada, un cavo in fibra ottica e un porto sono elementi della stessa infrastruttura di potere un corridoio strategico.

Per anni abbiamo ragionato in termini di checkpoint singoli: Hormuz, Bab el-Mandeb, Suez, Malacca. Oggi i rischi non sono più necessariamente indipendenti.

Se Hormuz entra in crisi, aumenta la pressione sul Mar Rosso; se Bab el-Mandeb diventa insicuro, Suez perde parte della propria funzione; se Suez è compromesso, le merci devono circumnavigare l’Africa; se le rotte marittime diventano troppo costose, aumenta il valore delle infrastrutture terrestri.

Il sistema reagisce spostando il traffico da un nodo all’altro. È una rete, non una successione di strettoie. E proprio quest’interdipendenza rende possibile un nuovo tipo di vulnerabilità: non l’interruzione di un singolo checkpoint, ma l’interferenza simultanea su più corridoi.

È qui che la crisi di Hormuz assume un significato storico: sta costringendo gli Stati a progettare ridondanza geografica, la capacità di un sistema di non dipendere da un’unica direttrice, ma di disporre di più percorsi alternativi attraverso i quali continuare a far circolare energia, merci e risorse strategiche anche quando la rotta principale viene interrotta.

Non significa necessariamente sostituire completamente una via con un’altra, ma costruire abbastanza alternative da impedire che la chiusura di un solo corridoio possa paralizzare l’intero sistema. Non una sola porta, ma due, tre, possibilmente quattro.

La geografia post-Hormuz è già in costruzione. Gli Emirati cercano di portare il proprio petrolio verso Fujairah e quindi sull’Oceano Indiano. L’Iraq guarda al Mediterraneo, alla Turchia e ad Aqaba. La Turchia costruisce il proprio ruolo di ponte terrestre tra Asia ed Europa.

L’Arabia Saudita cerca sicurezza sul Mar Rosso e nuove connessioni verso nord. Le compagnie marittime tornano a Suez, ma conservano la possibilità di riportare le navi intorno all’Africa se il rischio dovesse aumentare.

L’Iran, intanto, cerca di mantenere Hormuz come leva strategica. Mosse apparentemente separate compongono in realtà una sola grande trasformazione: il Medio Oriente sta passando dalla geopolitica del possesso alla geopolitica del transito.

Non conta più soltanto chi possiede il petrolio. Conta chi controlla il tubo, il porto, la ferrovia, il ponte terrestre, il cavo, chi protegge il mare e chi può offrire una rotta alternativa quando quella principale viene meno.

La partita dei prossimi anni potrebbe quindi essere combattuta meno per conquistare territori che per rendere indispensabili determinati territori.

La Turchia vuole esserlo. L’Arabia Saudita vuole esserlo. Gli Emirati lo sono già in parte. L’Iraq cerca di smettere di essere vulnerabile. L’Iran vuole conservare il proprio potere di interdizione.

E il Mediterraneo torna, così, al centro della partita, perché, alla fine di tutte queste direttrici, c’è sempre una porta verso l’Europa.

Il vero effetto della crisi di Hormuz potrebbe dunque non essere la sua chiusura, ma qualcosa di molto più profondo: la scoperta che nessuno Stato vuole più dipendere da una sola porta.

Il prossimo equilibrio del Medio Oriente non sarà deciso soltanto da chi possiede il petrolio. Sarà deciso da chi possiede le strade attraverso cui quel petrolio, quelle merci, quei dati e quella potenza economica possono ancora arrivare al mondo.

E, forse, è proprio questa la guerra che non vediamo.

Autore

  • Elena Tempestini

    Elena TempestiniElena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.

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