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Il Corno d’Africa torna al centro della geopolitica mondiale

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Corno d'Africa

La geografia torna a produrre geopolitica

Il Corno d’Africa non è una periferia delle crisi mediorientali e africane, ma uno dei punti in cui la geografia regionale incontra la circolazione globale di energia, merci, dati e potenza militare.

Eritrea, Etiopia, Somaliland, Gibuti e Somalia formano una cintura strategica affacciata su una sequenza geografica decisiva: Mar Rosso, Bab el-Mandeb, Golfo di Aden, Oceano Indiano, da qui passa una delle grandi direttrici che collega l’Asia all’Europa attraverso Suez e il Mediterraneo, per questo che una crisi apparentemente locale può trasformarsi rapidamente in uno shock internazionale.

La carta geografica, prima ancora della cronaca militare, spiega il valore di questa regione.

Bab el-Mandeb è il punto di passaggio fra Mar Rosso e Golfo di Aden e costituisce l’accesso meridionale alla rotta Suez – Mediterraneo, e quando la sicurezza di questo corridoio viene compromessa, il problema non riguarda soltanto le navi che lo attraversano, si trasferisce sui tempi di navigazione, sui costi assicurativi, sulla disponibilità di tonnellaggio, sulle catene logistiche e, in ultima analisi, sulla competitività delle rotte che collegano Asia ed Europa.

Il G7 ha definito la situazione nel Mar Rosso e a Bab el-Mandeb una minaccia alla sicurezza regionale, alla sicurezza energetica globale e alla libertà di navigazione

Il Corno d’Africa non è una somma di crisi nazionali, ma un sistema di corridoi che si intersecano. Gibuti si trova esattamente in questo punto di sovrapposizione.

Piccolo Stato privo di grandi risorse naturali, Gibuti ha trasformato la propria posizione geografica nella principale risorsa strategica nazionale.

Sulla sua costa convivono le installazioni militari di Stati Uniti, Francia, Italia, Giappone e Cina, a pochi chilometri l’una dall’altra.

La concentrazione è eccezionale e riflette la natura del luogo, chi vuole controllare, proteggere o semplicemente osservare le rotte del Mar Rosso e del Golfo di Aden ha interesse a essere presente qui.

Ma ridurre Gibuti alla presenza delle basi militari sarebbe un errore analitico, il vero valore del Paese sta nella sovrapposizione di tre livelli: sicurezza marittima, connessione continentale e infrastruttura digitale.

Gibuti è il principale sbocco marittimo dell’Etiopia, Paese senza accesso al mare dal 1991. Circa il 90 – 95% del commercio estero etiopico dipende dal corridoio gibutiano, che collega i porti del piccolo Stato alla capitale Addis Abeba attraverso strada e ferrovia.

Qui emerge una delle caratteristiche della nuova geopolitica dei corridoi, il controllo strategico non coincide necessariamente con il possesso del territorio, può derivare dalla possibilità di garantire, interrompere o condizionare un collegamento.

Il porto di Gibuti, la ferrovia verso Addis Abeba, le infrastrutture stradali e le installazioni militari non costituiscono un unico sistema sotto un unico comando, ma appartengono alla stessa geometria strategica.

Il mare condiziona l’economia dell’entroterra e l’economia dell’entroterra aumenta il valore del porto.

La sicurezza del corridoio marittimo diventa quindi inseparabile dalla stabilità del corridoio terrestre. La rivalità fra grandi potenze assume una forma nuova.

La Francia mantiene a Gibuti una presenza militare storica e significativa, con circa 1.500 militari e capacità terrestri, aeree e navali.

Il trattato di cooperazione franco-gibutiano è stato rinnovato nel 2024 per vent’anni. Gli Stati Uniti dispongono di Camp Lemonnier, la loro principale piattaforma militare permanente in Africa, dalla quale possono operare verso il Corno d’Africa e il Medio Oriente.

Il Giappone mantiene una presenza legata soprattutto alla sicurezza delle proprie rotte commerciali e alla lotta alla pirateria.

L’Italia occupa una posizione diversa ma particolarmente interessante, la Base Militare Italiana di Supporto rappresenta il punto logistico della proiezione italiana nel Corno d’Africa e nell’Oceano Indiano e si inserisce nella più ampia architettura europea di sicurezza marittima, la sua importanza cresce proprio perché la sicurezza delle rotte che passano da Suez e Bab el-Mandeb non è una questione lontana dalla sicurezza economica italiana.

L’operazione europea ASPIDES, nella quale l’Italia ha un ruolo centrale, è stata prorogata fino al febbraio 2027. Il suo mandato continua a essere principalmente difensivo e orientato alla protezione della navigazione commerciale, ma dal marzo 2026 è stato ampliato anche alla raccolta e condivisione di informazioni su attività sospette riguardanti infrastrutture sottomarine critiche e alla cooperazione con le autorità marittime gibutiane.

Sotto il Mar Rosso e lungo le sue direttrici passano cavi sottomarini che collegano Europa, Medio Oriente, Africa e Asia, la sicurezza della rotta non riguarda quindi soltanto ciò che naviga sulla superficie, ma anche ciò che attraversa il fondale.

Un’interruzione di un cavo non equivale automaticamente a un collasso sistemico, ma può creare discontinuità nelle comunicazioni e aumentare la vulnerabilità di sistemi finanziari, logistici e informativi che dipendono dalla continuità delle connessioni internazionali.

La frontiera della sicurezza del Mar Rosso si sta quindi spostando dalla nave al porto, dal porto al corridoio terrestre, dal corridoio al fondale, Gibuti si trova esattamente nel punto in cui queste dimensioni si sovrappongono.

Anche la presenza cinese va letta in questa prospettiva, Pechino ha aperto nel 2017 la propria prima base militare estera ufficialmente riconosciuta e negli ultimi anni ha collegato la propria presenza militare alla più ampia infrastruttura commerciale che attraversa Gibuti e raggiunge l’Etiopia.

Nel settembre 2026 un’analisi del Center for Strategic and International Studies basata su immagini satellitari ha rilevato nuovi apparati di comunicazione e nuove strutture nella base cinese, interpretandoli come un potenziamento delle capacità di comunicazione e raccolta informativa.

Reuters ha riportato che tali modifiche potrebbero aumentare la capacità cinese di monitorare attività militari nel Medio Oriente e in Africa.

Un’evoluzione significativa perché sposta la funzione della base oltre la semplice logistica navale, Gibuti diventa anche un punto di osservazione della competizione militare internazionale.

La prossimità fra installazioni statunitensi, francesi, italiane, giapponesi e cinesi produce infatti un ambiente nel quale logistica, intelligence, sorveglianza e comunicazioni diventano elementi della stessa competizione.

La geografia non è più soltanto una piattaforma per le forze militari ma un sensore avanzato del sistema regionale.

La vera vulnerabilità del Corno d’Africa? Basta spostarsi di qualche centinaio di chilometri più a sud e a ovest.

L’Etiopia sta attraversando una nuova fase di forte instabilità, il 21 settembre sette gruppi armati hanno annunciato la formazione di un’alleanza contro il governo federale, comprendente anche il Tigray People’s Liberation Front e formazioni amhara.

Addis Abeba ha accusato l’Eritrea di sostenere l’alleanza, mentre Asmara ha respinto l’accusa.

Etiopia ed Eritrea non sono soltanto due Stati confinanti ma due attori collocati lungo una delle direttrici attraverso cui Addis Abeba cerca di ridurre la propria dipendenza dal corridoio gibutiano e di recuperare un accesso diretto al Mar Rosso.

Il problema dell’accesso al mare non può essere separata dalla sicurezza regionale. Se aumenta la tensione fra Etiopia ed Eritrea, cresce anche l’incertezza intorno alle infrastrutture e ai corridoi che collegano l’entroterra etiopico alla costa.

La geografia torna a produrre geopolitica.

A est dell’Etiopia, Somalia e Somaliland aggiungono un’altra variabile, il porto di Berbera, sul Golfo di Aden, rappresenta una possibile direttrice alternativa rispetto al corridoio gibutiano. Il suo sviluppo commerciale e infrastrutturale modifica il valore strategico della costa somala settentrionale, anche se la sua evoluzione resta inseparabile dalla questione irrisolta dello status del Somaliland.

Il riconoscimento del Somaliland da parte di Israele, avvenuto il 26 dicembre 2025, ha aperto una nuova dimensione diplomatica. La Somalia ha contestato la decisione e l’Unione Africana ha ribadito la propria opposizione a qualsiasi riconoscimento che metta in discussione l’unità e l’integrità territoriale somala.

Berbera interessa perché è un porto, perché guarda verso Bab el-Mandeb e perché può inserirsi nei corridoi commerciali diretti verso l’entroterra etiopico, il suo valore nasce quindi dall’intersezione fra infrastruttura, geografia e accesso al mare.

Gli Emirati Arabi Uniti hanno contribuito negli anni allo sviluppo delle infrastrutture portuali del Corno d’Africa, mentre Arabia Saudita, Turchia, Egitto e altri attori regionali mantengono interessi differenti, talvolta convergenti e talvolta competitivi.

La conseguenza è una regione nella quale la presenza internazionale non si organizza più semplicemente secondo la logica delle alleanze tradizionali, ma diventa una rete, e questa rete rende il Corno d’Africa così importante.

A nord, l’Egitto guarda al Mar Rosso come accesso meridionale al sistema di Suez e contemporaneamente considera l’Etiopia un interlocutore decisivo nella questione delle acque del Nilo.

A est, Somalia e Somaliland guardano al Golfo di Aden. A sud, Kenya e Oceano Indiano ampliano la profondità geografica del sistema.

A ovest, l’Etiopia cerca di assicurare i propri collegamenti commerciali e un maggiore accesso al mare. Di fronte, Yemen e penisola arabica proiettano la crisi mediorientale direttamente sulla sicurezza del corridoio.

Eritrea, Etiopia, Somaliland, Gibuti e Somalia formano una delle aree nelle quali la geografia africana si sovrappone più direttamente alla sicurezza delle rotte globali: Mar Rosso, Bab el-Mandeb, Golfo di Aden, Suez e Mediterraneo costituiscono una catena geografica continua.

Quando uno degli anelli entra in crisi, la pressione può trasferirsi lungo l’intero corridoio.

È questa la ragione per cui la sicurezza del Corno d’Africa interessa contemporaneamente Africa, Medio Oriente, Europa e Indo-Pacifico.

La questione non è soltanto chi possieda una base militare o chi controlli un porto, ma chi riesca a garantire la continuità del corridoio e, soprattutto, chi possa interromperla. Questa è la nuova guerra dei corridoi.

Autore

  • Elena Tempestini

    Elena TempestiniElena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.

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