Ma non solo
La visita di Stato del Presidente cinese Xi Jinping negli Stati Uniti, conclusasi il 25 settembre 2026, ha senz’altro rappresentato un momento davvero significativo nelle relazioni bilaterali sino-americane.
È stata la prima visita ufficiale di Xi a Washington in oltre un decennio e il terzo incontro faccia a faccia con Donald Trump da quando questi è tornato alla Casa Bianca all’inizio del 2025.
In precedenza i due leader s’erano incontrati a Busan nell’ottobre 2025 e a Pechino nel maggio 2026; nel secondo caso, non dopo un rinvio da parte del Presidente americano, che aveva alimentato non poche congetture dato il contemporaneo andamento della guerra all’Iran, assai poco gratificante per Washington.
L’evento s’è caratterizzato per un’accoglienza solenne e simbolica da parte americana, rara nella storia recente delle relazioni tra le due potenze e tale da ricordare, almeno in parte, quella a suo tempo tributata al Presidente russo Vladimir Putin ad Anchorage.
Non a caso, al pari di quella, anche questa è parsa piuttosto limitata nei risultati concreti, quantunque maggiormente ricercati rispetto a più grandi ed improbabili “svolte strutturali”.
Tuttavia, ne è comunque uscito rafforzato il principio di “stabilità strategica costruttiva”, col dialogo personale ed intensivo tra i due leader a sua volta consolidato da promesse di ulteriori incontri entro fine anno.
Probabilmente, non di limitati risultati è opportuno parlare, ma di cauto e promettente ottimismo.
Xi è atterrato a Joint Base Andrews il 23 settembre, accolto personalmente da Trump sulla pista, gesto insolito per un Presidente americano.
La visita di tre giorni ha incluso cerimonie militari con sorvoli di aerei come F-22 e B-2, un ricevimento formale alla Casa Bianca, colloqui bilaterali prolungati, una cena di Stato e, nel giorno finale, un tè con le First Ladies seguito da una visita agli Archivi Nazionali per contemplare i documenti fondativi americani, come la Dichiarazione d’Indipendenza, la Costituzione e il Bill of Rights.
Il clima generale è stato all’insegna di una manifesta cordialità. Trump ha ripetutamente parlato di “grande amicizia” e “nazioni grandi”, mentre Xi ha insistito sulla necessità di “coesistere in pace”, evitare conflitti e trasformare la competizione in cooperazione sana.
Xi ha inoltre esplicitamente invocato il superamento della “trappola di Tucidide”, ovvero il rischio storico di uno scontro tra la potenza emergente e quella dominante, tema già presente a maggio ma stavolta formulato con termini più assertivi.
Entrambi i leader hanno a tal proposito riconosciuto e sottolineato che gli interessi dei due Paesi sono “profondamente intrecciati”.
Rispetto all’incontro di maggio 2026 a Pechino, in cui era stata formalizzata la visione di una “relazione costruttiva di stabilità strategica basata su rispetto, equità e reciprocità”, questa visita ha aggiunto altra “sostanza nuova”.
A maggio, ad esempio, erano stati creati meccanismi come il Board of Trade e il Board of Investment, con importanti impegni cinesi in materia d’acquisti agricoli (almeno 17 miliardi di dollari annui), aeronautici (200 aerei Boeing), nonché commerciali e zootecnici (accesso al mercato cinese per manzo e pollame americano).
La visita americana ha meglio strutturato quei meccanismi e prolungato la tregua commerciale, senza tuttavia risolvere altre storiche divergenze strutturali che dividono i due colossi su Taiwan, tecnologie avanzate ed equilibri internazionali.
L’ottimismo alimentato dai nuovi accordi di portata miliardaria (17 miliardi in acquisti di soia americana dalla Cina, con un lieve incremento rispetto al dato del 2024) viene con cauta positività riconosciuto da CNN.
I colloqui, in particolare quelli nello Studio Ovale del 24 settembre, hanno toccato un’agenda davvero molto ampia: non solo commercio e dazi, ma anche intelligenza artificiale (AI, spesso ribattezzata “super intelligence” o SI da Trump), Taiwan, guerra in Iran e Stretto di Hormuz, Penisola coreana, Ucraina e Medio Oriente.
Tutti questi argomenti hanno visto, a partire dal ritorno di Trump alla Casa Bianca, un deterioramento nelle relazioni tra Cina e Stati Uniti. Il commercio e l’economia hanno senz’altro composto il dossier dai risultati più tangibili, seppur sempre limitati.
Le due parti hanno esteso di due mesi, al 10 gennaio 2027, la tregua commerciale inizialmente concordata a Busan nel 2025 e in scadenza a novembre, in modo da guadagnare tempo per un accordo più ampio. Secondo fonti cinesi, è stato raggiunto un “nuovo accordo congiunto” e un’intesa su riduzioni tariffarie reciproche per 30 miliardi di dollari su settori non sensibili, con esenzioni o facilitazioni per prodotti agricoli americani, dispositivi medici e beni di consumo non strategici.
Gli Stati Uniti hanno rivendicato benefici per gli agricoltori americani, mentre la Cina ha sottolineato la necessità di “ampliare la lista della cooperazione ed accorciare quella dei problemi”.
Anche se per i dettagli completi occorrerà attendere i giorni successivi alla visita, non sono comunque emersi progressi significativi sulle terre rare e i minerali critici, o ancora sulle restrizioni americane all’export tecnologico.
Oltre agli aspetti più “commerciali”, ma dai risvolti comunque sempre strettamente strategici, anche l’AI è stato un altro tema centrale e carico di tensioni.
Trump ha posto l’accento sulla “super intelligence”, mostrando scetticismo a vincoli stringenti, mentre Xi ha invece ricordato al suo omologo che lo sviluppo dell’AI deve restare “sempre sotto controllo umano” e servire il benessere delle persone, riconoscendo competitività ma al contempo privilegiando anche cooperazione e scambio dei punti di forza.
Le due parti hanno infine concordato d’istituire un Dialogo sino-americano sulla Super Intelligenza, con un prossimo incontro entro novembre, e un canale di comunicazione bilaterale per la gestione congiunta degli incidenti ad essa legati.
Anche se la notizia ha destato scetticismi nel pubblico, si tratta in realtà di un passo pragmatico di “controllo del rischio”, non di una regolazione condivisa profonda.
Ancor più degli altri temi, Taiwan continua a rimanere un “pomo della discordia” che oppone le due parti. Xi ha chiesto agli Stati Uniti d’opporsi alla “indipendenza di Taiwan”, a gestire la questione “con prudenza” e a mantenere una posizione corretta.
La Cina ha ribadito la chiarezza della propria posizione su unità nazionale ed integrità territoriale, ricordando che lo stato giuridico dell’Isola costituisce una “linea rossa”.
Dal lato americano non è stato rilasciata un’immediata e dettagliata lettura: Trump ha sin qui evitato impegni pubblici vincolanti, coerentemente con la sua linea di non farsi coinvolgere su scenari ipotetici di conflitto (sebbene il caso iraniano testimoni la fallacia accusata da questa linea).
In ogni caso, non risultano cambiamenti nella politica americana delle armi o della deterrenza: dopo l’incontro con Xi lo scorso maggio, ad esempio, ha sospeso un accordo relativo alla vendita di un pacchetto di armi da 14 miliardi di dollari al governo di Taipei.
Quanto al Medio Oriente e alle altre crisi regionali, Xi ha espresso sostegno al ritorno di Stati Uniti ed Iran al Memorandum di Intesa di Islamabad, firmato a giugno e volto alla tregua e alla riapertura di Hormuz, auspicando negoziati e un accordo comprensivo sul nucleare.
Le due parti hanno concordato che l’Iran debba rispettare l’impegno a non sviluppare armi nucleari e che nessuno possa imporre pedaggi sulle vie d’acqua internazionali.
Sono stati inoltre scambiati punti di vista anche su Ucraina e Penisola coreana, con un possibile interesse americano ad un nuovo contatto col Presidente nordcoreano Kim Jong-un, senza in ogni caso precisi annunci di mediazione congiunta o svolte.
Tuttavia, malgrado certe divisioni, su altri fronti che in passato li hanno visti uniti, Cina e Stati Uniti continuano ancor oggi a collaborare: a Pechino è ancora forte e grato il ricordo dei Flying Tigers, centinaia di volontari americani che nella Seconda Guerra Mondiale combatterono al fianco del paese, riportando a bordo dei loro aerei Curtis P-40 circa 300 vittorie in battaglia.
Tuttora, Pechino e Washington operano congiuntamente nella ricerca e nel rimpatrio dei loro resti: molti di loro, tra piloti e militari di terra, morirono, soprattutto in province meridionale come il Guangxi o l’Hunan.
Quel vivo ricordo, riemerso anche in questa visita, ha visto nuovi impegni tra le due parti affinché prosegua e s’intensifichi la ricerca dei caduti ancora mancanti all’appello.
Nell’insieme, gli obiettivi principali risiedevano nello stabilizzare le relazioni bilaterali, evitare l’escalation e mantenere canali aperti in un contesto di rivalità strutturale.
Su questo piano, la visita ha avuto successo: ha rafforzato il dialogo tra i due leader, resi operativi i meccanismi creati nello scorso maggio, prolungato la tregua commerciale e fissato, infine, un calendario per gli ulteriori incontri previsti ai Vertici APEC di Shenzhen a novembre, con Trump nuovamente invitato in Cina, e G20 di Miami a dicembre.
Simbolicamente, Xi ha annunciato l’invio di due panda allo Zoo di Atlanta e proposto importanti scambi giovanili, per 100.000 giovani americani in Cina nei prossimi cinque anni.
Trump, richiamando fatti storici condivisi come i Flying Tigers, è riuscito ad esibire una diplomazia personale di discreto profilo, per certi aspetti sorprendente rispetto alla condotta dei suoi ultimi mesi, e a rivendicare dei preziosi benefici settoriali, come ad esempio in agricoltura.
Restano, comprensibilmente, delle distanze: non ci sono stati, ad esempio, accordi comprensivi su dazi, tecnologie “dual-use” (softare, hardware ed altri prodotti principalmente progettati a fini civili ma potenzialmente impiegabili anche a fini militari), Taiwan o una gestione condivisa delle crisi regionali.
Ma la visita, nel suo complesso, è andata più che bene: persino una testata giapponese come Japan Wire, guardando con infastidita attenzione al bilaterale Trump – Xi e tra le First Ladies Melania e Peng Lyuan, ha dovuto riconoscere la forte soddisfazione delle parti. CNBC, per rassicurare il pubblico interno, parla invece di una visita dove lo spettacolo ha prevalso sulla sostanza.
Tuttavia, all’appuntamento la Cina è arrivata con una posizione decisamente più forte, a partire dal dominio sulle terre rare e le dinamiche commerciali post-tregua, mentre Trump ha puntato, anche per queste ragioni, sulle relazioni personali e la stabilizzazione rispetto alle concessioni strategiche.
Anche se resta il rischio di una “gestione della rivalità” senza risoluzione dei nodi di fondo, l’impressione di un Trump “cordialmente sulla difensiva” è parsa assai descrittiva di quali siano i nuovi equilibri internazionali e la direzione dei loro futuri sviluppi.
Se a maggio a Pechino è stata posata la cornice concettuale di “stabilità strategica costruttiva”, con l’avvio di nuovi meccanismi istituzionali come il Board of Trade e Investment e relativi impegni di acquisto, a settembre questi sono stati fatti funzionare, insieme all’estensione della tregua commerciale e alla fondazione di un dialogo formale sull’AI tra le due potenze.
Inoltre, è stato fissato un ritmo d’incontri intensivo (quattro nel 2026), mentre la retorica politica e strategica è divenuta più operativa (“aggiungere sostanza”, “trasformare la visione in azione”).
All’apparenza, possono apparire progressi incrementali e reversibili: la tregua è breve, i dossier sensibili come Taiwan o i controlli tecnologici non si sono sbloccati e la fiducia strutturale resta complessivamente bassa.
Ma in realtà la frequenza degli incontri è inusuale e segnala una preferenza condivisa per la gestione personale rispetto ai consueti meccanismi istituzionali, ritenuti evidentemente non sufficienti ad elevare od approfondire il grado di fiducia e comprensione reciproca, o al ritorno a logiche di puro confronto.
Si tratta di un’esplorazione reciproca tra le parti, che non coinvolge esclusivamente i due Presidenti, ma anche altri gradi e livelli dei rispettivi Paesi: non a caso, oltre ai colloqui dei leader, la visita ha avuto un’importante dimensione parallela.
La cena di Stato del 24 settembre ha riunito oltre 130 ospiti, con una forte presenza del mondo business e tech americano: Jeff Bezos (Amazon), Elon Musk (Tesla/SpaceX), Tim Cook (Apple), Jensen Huang (Nvidia), Sam Altman e Greg Brockman (OpenAI), Sundar Pichai e Sergey Brin (Google/Alphabet), Satya Nadella (Microsoft), Mark Zuckerberg (Meta), Lisa Su (AMD), Michael Dell, Cristiano Amon (Qualcomm), oltre a figure della finanza come Jamie Dimon (JPMorgan), Jane Fraser (Citigroup), David Solomon (Goldman Sachs), Larry Fink (BlackRock) e altri.
Erano ovviamente presenti anche membri del governo americano come il vicepresidente JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio, e i familiari di Trump.
La presenza dei “businessmen” americani non è parsa casuale, considerando la contemporanea assenza alla cena di grandi CEO cinesi: è un segnale del raffreddamento che, dietro la superficie di cordialità, investe i legami in ambito business rispetto a un decennio fa e della priorità data da Pechino al controllo politico.
Un motivo in più, per i magnati americani, per non farsi trovare assenti: anche per loro e non solo per Trump, in fondo, questa era una preziosa occasione diplomatica, a cui non rinunciare.
Il ruolo di rappresentanti cinesi di alto livello come Cai Qi, Wang Yi e He Lifeng, che hanno partecipato ai colloqui ufficiali, ha ulteriormente strutturato i perimetri e la sostanza di questa “tre giorni” sino-americana, fornendo preziose indicazioni su quali potranno essere gli sviluppi a venire.
Non sono comunque mancati alcuni “executive” cinesi, arrivati a Washington in parallelo per incontri informali, il cui rilievo mediatico non ha pareggiato la delegazione americana: ma sarà in ogni caso il mondo del business a parlare a tempo debito per loro, e non solo.
Spesso, le grandi notizie trovano spazio in qualche trafiletto, più che in prima pagina. Ancora, le First Ladies Peng Liyuan e Melania Trump hanno ricoperto un prezioso ruolo di soft power, come in occasione del tè e delle cerimonie, mentre, come già ricordato, la visita agli Archivi Nazionali ha fornito un gradito e significativo momento di riflessione storica.
Dopotutto, “historia magistra vitae”, la storia è maestra di vita. Indirettamente, Xi l’ha spesso ricordato, non soltanto parlando della “trappola di Tucidide”; e il potere di una buona diplomazia, sia attraverso i suoi strumenti formali che informali, è sempre di grande beneficio tanto per gli insegnamenti storici quanto per il bene di tutti.
Il mondo è grande, e ha bisogno di dialogo e cooperazione più che di scontro e divisione.





