Sempre più preoccupante la deriva terrorista dei giovani che si radicalizzano sul web – Il retroterra storico del rapporto tra ambienti islamici e Hitler. Una mappa del fenomeno
La notizia della quale ci occupiamo è che in Italia è stata scoperta una rete di suprematisti e neonazisti presente su vari social media.
Sono state eseguite 17 perquisizioni nei confronti di altrettanti soggetti responsabili di istigazione a delinquere, propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa, addestramento ad attività con finalità di terrorismo.
Le attività di indagine sul monitoraggio on-line riconducibile all’area accelerazionista, suprematista e neonazista hanno permesso di individuare gli indagati quali partecipanti a due specifici gruppi al cui interno i partecipanti riproponevano documenti e manifesti dei principali attentatori suprematisti degli ultimi anni, in cui sono descritte minuziosamente le stragi compiute e le armi utilizzate, pubblicavano video di noti terroristi, fomentavano l’odio mediante la propaganda di idee fondate sul razzismo, antisemitismo, discriminazione di genere, neonazismo.
In particolare, alcuni indagati hanno partecipato attivamente al gruppo di un noto social network privato, denominato Chat del Nuovo Ordine Europeo, attraverso il quale venivano postati e condivisi numerosi video, immagini e documenti riconducibili alla divulgazione di tematiche di propaganda dell’ideologia nazista, suprematista della razza bianca, di incitamento all’odio contro gli ebrei e negazione dell’Olocausto.
Non è la prima volta che emerge la presenza di reti di adolescenti radicalizzati.
Nel luglio dello scorso anno è stata scoperta una rete di giovani jihadisti, con una padronanza dell’inglese e del web, che si conferma lo strumento principe per la radicalizzazione estremista, razzista e separatista, oltre che per la jihad.
La rete è stata scoperta da indagini in diverse province italiane, frutto di approfondimenti di altre inchieste, hanno portato a 22 perquisizioni a carico di adolescenti tra i 13 e i 17 anni, i cui profili social erano emersi in contesti estremisti di matrice suprematista, accelerazionista, antagonista e jihadista.
L’individuazione della rete costituisce lo sviluppo di un’indagine a carico di un 14enne per aver pubblicato sul suo profilo Facebook fotografie con il volto coperto mentre impugna armi da taglio e da sparo.
Il ragazzino aveva consegnato di sua spontanea volontà, oltre a una bandiera con la croce celtica, un fucile a pompa giocattolo, privo di tappo rosso, con impresse numerose scritte e simboli riconducibili alla galassia suprematista, nonché i nomi dei noti attentatori.
Un’altra indagine del 2023 riguardava contenuti di natura nazista e antisemita.
Un altro ragazzo indagato ha detto di essere stato in passato membro dell’associazione suprematista The Base e di dedicarsi alla fabbricazione di ordigni artigianali.
Sul fronte del contrasto all’antagonismo di piazza sono stati perquisiti due 17enni, nel capoluogo emiliano, che in occasione di una manifestazione non preavvisata svoltasi a Bologna, per protestare nei confronti delle forze dell’ordine intervenute per la morte di Rami Elgaml, avevano danneggiato con armi improprie telecamere, vetrine di esercizi commerciali e banche presenti sul percorso del corteo.
Eseguita anche una perquisizione di un 17enne, residente in provincia di Ravenna, dopo accertamenti sviluppati su indirizzi IP, acquisiti in ambito di collaborazione internazionale, che hanno registrato connessioni con spazi web riconducibili alla propaganda jihadista tra cui l’Al-Raud Media Archive, spazio riconducibile all’Islamic State dove è consultabile materiale jihadista proveniente dai canali mediatici del Califfato quali la rivista Al Naba, la fondazione mediatica Al-Furqan e la radio Al-Bayan.
Dagli approfondimenti svolti sono emerse centinaia di connessioni dall’utenza in uso al giovane, che ha condiviso in gruppi WhatsApp contenuti propagandisti.
La Digos di Catanzaro ha svolto analoga attività nei confronti di un 17enne, residente nel capoluogo calabrese, che è in un gruppo WhatsApp, di cui ha fatto parte un altro minore tratto in arresto per addestramento con finalità di terrorismo, all’interno del quale sono stati condivisi contenuti correlati all’estremismo islamico e all’ideologia nazifascista.
Dalle indagini e dalle perquisizioni emerge la presenza di numerose chat d’area estremista (sia di matrice jihadista sia suprematista) con contenuti d’interesse quali immagini di guerriglieri armati e armi da fuoco.
Queste sono solo alcuni episodi di un fenomeno più vasto che vale la pena di tentare di capire nella sua complessità.
Mappa sistemica dell’estremismo digitale in Italia
Sulla base delle informazioni pubbliche disponibili è possibile identificare un ecosistema nel quale gruppi distinti possono condividere piattaforme, linguaggi, contenuti, simboli, fascinazione per la violenza e, in alcuni casi, gli stessi giovani utenti.
La Polizia definisce esplicitamente questo fenomeno «White Jihad», cioè una forma di ibridazione ideologica tra suprematismo bianco-estrema destra e radicalismo islamista.
La struttura che emerge dalle indagini

Questa struttura è coerente con quanto riferito dalla Polizia. Il web viene descritto come vettore centrale di indottrinamento, proselitismo e addestramento.
Tra gli elementi ricorrenti figurano lingua inglese, meme, gaming, iconografia, glorificazione degli attentatori e fascinazione per armi e violenza.
I due nodi italiani individuati nel settembre 2026
Qui è possibile essere molto più precisi perché abbiamo una fonte istituzionale appena pubblicata.

La DIGOS e il ROS riferiscono che nel gruppo venivano condivisi materiali nazisti e suprematisti, contenuti antisemiti e negazionisti, manifesti di attentatori suprematisti e manuali relativi alla fabbricazione di ordigni.
Sono state eseguite 17 perquisizioni: 14 minorenni e 3 maggiorenni. Il procedimento è ancora nella fase delle indagini preliminari.
L’altro gruppo individuato viene indicato dalla Polizia come Fronte Fascista Italiano (F.F.I.).

Qui emerge qualcosa di particolarmente significativo.
Le fonti ufficiali segnalano inoltre propaganda relativa a The Base, materiale violento e manuali di autoaddestramento.
Il punto realmente nuovo è il ponte «White Jihad».
La Polizia aveva già documentato nel luglio 2025 una presenza giovanile contemporaneamente esposta a contenuti suprematisti, accelerazionisti e jihadisti.
Per suprematismo si intende un’ideologia politica e razziale basata sull’idea che un determinato gruppo (definito per etnia, razza, religione o cultura) sia intrinsecamente superiore agli altri e debba, di conseguenza, dominare la società o mantenere il controllo politico, economico e sociale.
L’accelerazionismo è una strategia d’azione politico-filosofica che sostiene che il sistema sociale, politico ed economico attuale sia irreparabilmente corrotto e non possa essere riformato e, di conseguenza, la priorità non è combatterlo o modificarlo dall’interno, ma accelerarne il crollo e la distruzione.
Nato originariamente in ambito filosofico e politico (sia di destra che di sinistra) come teoria per spingere al limite le contraddizioni del capitalismo globale, nella sua declinazione estremista violenta (right-wing accelerationism) ha assunto un significato molto preciso: provocare il Caos.
L’obiettivo è compiere o incoraggiare azioni che aumentino la polarizzazione, la tensione sociale, il panico e la sfiducia nelle istituzioni.
Viene promossa la violenza (spesso condotta da individui isolati o “lupi solitari”) non come mezzo per conquistare il potere immediato, ma per innescare una reazione a catena che porti a una “guerra razziale” o alla guerra civile.
Il Jihadismo è un’ideologia politico-religiosa islamista ultra-radicale che teorizza l’uso della violenza armata e della lotta d’assalto (il Jihad inteso esclusivamente nella sua accezione bellica) come unico strumento valido per abbattere i governi ritenuti “apostati”, cacciare le presenze straniere dai Paesi musulmani e ripristinare un Califfato globale regolato da un’interpretazione letterale e rigorista della legge islamica (Shari’a).
Fatte queste opportune sottolineature, possiamo proseguire affermando in alcuni casi le indagini mostrano che gli stessi ambienti di chat mostravano materiale di matrice jihadista e nazifascista.
La Polizia usa quindi esplicitamente il concetto di «White Jihad» per descrivere un fenomeno di ibridazione ideologica. La documentazione disponibile indica piuttosto una convergenza per contaminazione digitale.
I casi territoriali del 2025 mostrano la dispersione.
La cosa interessante è che non emerge un’unica area geografica.
Le indagini hanno toccato, tra gli altri:
Sardegna
Oristano – Cagliari – Sassari
Nord
Torino – Alessandria – Mantova – Cremona – Bergamo – Milano – Padova – Brescia
Centro
Arezzo – Firenze – Livorno – Bologna
Sud e isole
Cosenza – Messina – Taranto – Catanzaro
Jihadismo digitale
Ravenna – Catanzaro
Questa distribuzione suggerisce una rete non territoriale, ma digitale. Il luogo fisico degli utenti è secondario rispetto alla loro partecipazione a comunità virtuali.

Ed è quest’ultimo asse che rende il fenomeno diverso dalla semplice propaganda.
Un’altra cosa molto importante emerge sempre dai dati. Nel 2025 la Polizia riferiva che, dal gennaio 2023 alla prima metà del 2025, erano stati sottoposti a misura cautelare/precautelare 12 minori, mentre altri 107 erano stati oggetto di approfondimenti investigativi, comprese perquisizioni personali, domiciliari e informatiche.
Questo suggerisce che il fenomeno osservato dagli investigatori non coincide con il numero di organizzazioni formalmente esistenti.
Il vero oggetto da mappare è quindi l’ecosistema digitale della radicalizzazione giovanile.
La mappa complessiva potrebbe essere la seguente.
La imposterei graficamente così:

Questa è la chiave interpretativa che dovremmo usare nell’affrontare il fenomeno: non rappresentare neonazisti e jihadisti come se fossero già un’unica organizzazione, ma rappresentare un ambiente digitale nel quale ideologie originariamente incompatibili possono diventare comunicanti attraverso la fascinazione condivisa per violenza, trasgressione, identità radicale e accelerazione del conflitto.
E c’è un ulteriore livello che varrebbe la pena aggiungere alla mappa: la genealogia internazionale dei contenuti – suprematismo/accelerazionismo, The Base, attentatori come Tarrant e altri, da un lato; ecosistema mediatico ISIS (Al-Naba, Al-Furqan, Al-Bayan), dall’altro – e soprattutto il punto in cui questi due flussi entrano nello stesso ambiente giovanile italiano.
La Polizia documenta esattamente questa sovrapposizione in alcuni casi.
Quella sarebbe la mappa di rete vera e propria, con nodi internazionali, piattaforme, gruppi italiani, territori, fascia d’età, tipo di contenuto, eventuale passaggio dalla propaganda all’azione.

Il rapporto storico tra nazismo e mondo arabo-islamico
Questi rapporti tra nazismo e jihadismo che oggi emergono coinvolgendo adolescenti radicalizzati hanno radici in un rapporto storico tra nazismo e mondo arabo-islamico, Fratelli Musulmani, il Gran Muftì Amin al-Husseini che esiste ed è documentato.
Il punto di contatto che si sviluppò negli anni Trenta e Quaranta tra islamismo e nazismo fu soprattutto politico-propagandistico: alcuni nazionalisti arabi e islamisti vedevano nella Germania un possibile alleato contro Gran Bretagna, Francia, sionismo e comunismo; i nazisti, dal canto loro, cercarono di sfruttare sentimenti anticoloniali, antiebraici e antibritannici nel mondo arabo e musulmano.
Amin al-Husseini fu Gran Muftì di Gerusalemme dal 1921 al 1937 ed è una delle figure più importanti del nazionalismo arabo-palestinese dell’epoca. A partire dal 1933 cercò contatti con la Germania nazista.
Il suo obiettivo non era semplicemente «convertirsi al nazismo»: cercava l’appoggio tedesco contro il dominio britannico e contro il progetto sionista e voleva contemporaneamente accreditarsi come leader del mondo arabo-musulmano.
Nel 1941 Amin al-Husseini arrivò a Berlino e il 28 novembre 1941 incontrò Hitler. Il rapporto fu particolarmente significativo perché Husseini chiese alla Germania sostegno all’indipendenza araba, sostegno all’unificazione degli Stati arabi, eliminazione del progetto di insediamento nazionale ebraico in Palestina e appoggio alla propria leadership politica.
Hitler non gli concesse formalmente tutto ciò che chiedeva, soprattutto perché aveva proprie considerazioni strategiche e non voleva impegnarsi prematuramente sul futuro politico del Medio Oriente. Ma la collaborazione continuò.
Husseini divenne propagandista dell’Asse. Da Berlino trasmise messaggi radiofonici rivolti al mondo arabo, con contenuti contemporaneamente: anti-britannici, anti-alleati, antisionisti, antiebraici, favorevoli alla Germania. La propaganda nazista cercò inoltre di presentare Germania e mondo musulmano come accomunati da nemici comuni: ebrei, britannici e comunisti.
La 13ª Waffen-Gebirgs-Division der SS “Handschar
Ci furono diverse iniziative di reclutamento arabo-musulmano nell’apparato militare dell’Asse, e soprattutto la collaborazione di Husseini con il reclutamento di musulmani bosniaci nelle Waffen-SS.
Il caso più noto fu la 13ª Waffen-Gebirgs-Division der SS “Handschar”, composta prevalentemente da musulmani bosniaci. Nel 1943 Husseini partecipò alla campagna di reclutamento.
Una relazione delle SS parlò di 24.000 – 27.000 volontari – reclute e attribuì alla visita del Muftì un effetto molto significativo sul reclutamento. Husseini visitò la divisione e collaborò con gli ufficiali religiosi musulmani.
Una traduzione integrale in arabo del Mein Kampf è stata pubblicata nel 1963 e un’edizione del 1995 ha contribuito ulteriormente alla sua circolazione successiva.
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