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Israele, Netanyahu all’ONU e il 7 ottobre 2023

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Israele 7 ottobre 2023

La voce delle fonti israeliane ed ebraiche

Premessa – Israele non ha voce in questi giorni. O meglio, la stragrande maggioranza dei media sono schierati contro Israele.

Il discorso del premier israeliano alle Nazioni Unite non ha trovato un sostanziale resoconto nei servizi dei media, mentre grande risalto è stato dato all’uscita dall’aula di oltre cento diplomatici poco prima, e durante l’intervento di Netanyahu.

Una scelta editoriale plausibile, direte in molti. Verissimo, e la rispetto. Come rispetto, ma assolutamente non condivido, tutti coloro che dichiarandosi antisionisti, negano a Israele il diritto di esistere.

Tuttavia, oggi, invece, andando contro corrente, voglio dare voce ai presunti “cattivi”, a coloro che sono oggetto di attacchi vergognosi da parte di frange antisemite, a coloro che nell’indifferenza generale lottano per esistere.

Oggi diamo voce ai “famigerati assassini”, come spesso vengono dipinti gli ebrei israeliani, a tutti coloro che hanno subito il massacro del 7 ottobre ad opera di Hamas, a tutti coloro che si sono visti piovere nelle proprie case tonnellate di bombe sia iraniane che da parte di Hezbollah, a tutti coloro che sono odiati da Hamas, da Hezbollah, dagli Houthi e dalla nauseante nomenclatura al potere in Iran.

La storia insegna!

Mi piacerebbe assistere a un confronto tra i paramilitari di Hamas o di Hezbollah o se preferite tra miliziani Houthi e i Pasdaran iraniani con i ben pensanti di molte realtà europee che, dalla opulenza della propria condizione, inneggiano alla libertà, alla laicità di uno stato, alle pari opportunità, alla libertà religiosa, alle innumerevoli libertà di cui godiamo, sventolando bandiere e cantando, in buona fede, “dal fiume al mare”, forse, non conoscendo neppure il significato di quelle parole.

In questi giorni, parlando con diverse persone, giovani e meno giovani, che con l’indice alzato indicavano in Gerusalemme il “colpevole di tutto”, “il male assoluto”, ho umilmente chiesto se avessero letto mai il manifesto di Hamas, se conoscessero per sommi capi l’ideologia Hezbollah o il pensiero iraniano su Israele o l’ideologia dei “Fratelli musulmani”, e, infine, se avessero dato anche un rapido sguardo al discorso del premier israeliano all’ONU.

Immediatamente, sono stato osservato come se fossi un alieno, giunto da un pianeta lontano.

Le risposte sono state secche, sferzanti, oltremodo sintetiche: “Cosa c’entra tutto questo con Gaza, Netanyahu è un ricercato, è un assassino, Hamas non rappresenta tutti i palestinesi, Hezbollah e gli Houthi sono lontani, gli iraniani si difendono, gli americani sono guerrafondai e insieme agli israeliani rappresentano il cancro dell’Occidente” e… molto di più; specificando, ovviamente, a voce bassa, di non avere nulla di personale contro gli ebrei.

Criticare anche duramente le scelte politiche operate da Israele a Gaza e in Cisgiordania è un diritto sacrosanto, pienamente legittimo, peraltro oggetto di ampie discussioni anche in Israele, impegnata in una campagna elettorale incerta. Ne ho parlato a lungo nei miei articoli, nei miei libri e continuo a farlo nelle mie conferenze.

Certamente non mancano ombre nel conflitto in Libano e nel conflitto in Iran, ma quando cerchiamo di interpretare gli eventi, dobbiamo sforzarci di comprendere e di studiare tutte le percezioni, non solo quelle di una parte.

Qui non si tratta di schierarsi, qui si tratta di conoscere la posizione di Tutti: di Hamas, disposto a veder massacrare la propria popolazione, ideando e attuando l’attacco del 7 ottobre in funzione del proprio obiettivo politico – la distruzione di Israele -; di Hezbollah, disponibile a provocare Israele con lanci di missili, malgrado il parere negativo delle altre forze politiche libanesi, senza dimenticare l’oggettivo e continuo sostegno finanziario e militare iraniano realizzato da anni a favore di Hamas, di Hezbollah e degli Houthi, diretto, come ben sappiamo, alla distruzione di Israele, contribuendo, inoltre, a definire una cornice politico diplomatica anti israeliana insieme a Turchia e Qatar nel mondo.

Senza dimenticare, secondo alcuni, le presunte aspirazione giordane sulla Cisgiordania. Quest’ultima affermazione, per altro controversa, trova tuttavia una radice storica molto precisa.

Tutto ciò non significa evitare di osservare le condizioni umilianti in cui versa la popolazione palestinese, costretta a vivere da molti, troppi anni, in campi profughi e oggi anche in mezzo alle macerie di Gaza, costretta altresì a subire la spietatezza delle milizie di Hamas e il perenne clientelismo dell’Autorità Nazionale Palestinese, terrorizzata, altresì, dalla furia militare israeliana.

Non dobbiamo neppure dimenticare il martoriato Libano, la Siria, l’Iraq, lo Yemen e potremmo continuare per ore. Dobbiamo sforzarci di guardare il Tutto e non limitare la nostra osservazione unicamente a un frammento del dilaniato Medio Oriente, molto vicino a noi e nel quale noi europei dovremmo rappresentare un fulcro di unione, un faro per la ricerca di un dialogo e non certo una efficiente fucina di odio.

Ribaltare totalmente la verità storica appare il principale obiettivo di molti, facendo leva sulla diffusa scarsa conoscenza dei popoli e degli stati, il tutto favorito dalla continua perdita di valore della Storia dai cosiddetti palinsesti culturali.

Conosciamo molto poco sul conflitto israelo-palestinese e sulla storia complessa del Medio Oriente, divenendo facilmente preda di una propaganda anti ebraica oltremodo intollerabile.

Ciò a cui stiamo assistendo, in termini geopolitici, non deve tuttavia sconvolgerci.

Questi fenomeni, come scrivevo pochi giorni orsono, in tempo di profonda crisi ci sono sempre stati, ma quando la popolazione decide di favorire le ali estreme, gli estremismi, la politica, intesa da Aristotele, come l’espressione più alta della natura socievole dell’essere umano, fondandosi sul logos e configurandosi intimamente come spazio di confronto, dialogo e ricerca comune del bene della comunità, subisce pericolose battute d’arresto.

Questi continui e sistematici attacchi contro la popolazione ebraica israeliana e contro le comunità ebraiche nel mondo sono espressioni razziste e rappresentano terreno fertile per lo sviluppo di ideologie estremiste.

La ricerca di consenso nelle comunità straniere naturalizzate da parte di formazioni politiche nella ben pensante Europa, Francia in primis, appaiono assolutamente pericolose perché vanno a incidere sulla stabilità delle radici profonde della nostra cultura e della nostra società.

Viviamo in società sempre più interetniche e sicuramente questa rivoluzione anche culturale può certamente rappresentare un valore aggiunto se strutturata sul dialogo, su una reale integrazione, sul rispetto e l’osservanza delle norme che regolano il vivere delle comunità stesse.

Negare tutto questo, fare finta di nulla, non intervenire politicamente, determina nelle popolazioni insofferenza, immediate chiusure, profonde lacerazioni e divisioni.

Si diffonde la paura per la mancanza di sicurezza e di lavoro, creando le migliori condizioni per conflitti fratricidi, favorendo in tal modo la nascita e la diffusione di estremismi inaccettabili.

Vi propongo la lettura integrale dei seguenti spunti di riflessione, esclusivamente provenienti da fonti israeliane e delle comunità ebraiche di Roma e Milano allo scopo di conoscere il pensiero ebraico e israeliano sugli ultimi avvenimenti.

– Discorso del Primo Ministro Netanyahu all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 2026;

– Israele sta vincendo la guerra, ma sta perdendo la narrazione, editoriale realizzato dall’ambasciatore israeliano Freddy Eytan;

– Netanyahu all’ONU: “Vinceremo, non abbiamo altra scelta”, articolo curato da Ugo Volli per Shalom (Roma);

– Netanyahu all’ONU: «La più grande menzogna del secolo», articolo curato da Anna Balestrieri per Mosaico (Milano).

– Da Bibi un «j’accuse» al mondo, articolo curato da Fiamma Nirestein (Roma).

Tuttavia, prima di tutto, vi invito a leggere un prezioso documento, edito recentemente dall’Istituto Amit per la ricerca sul terrorismo e l’intelligence, interamente dedicato all’analisi dettagliata del piano di Yahya Sinwar per l’invasione di Israele.

Questo elaborato è stato estrapolato dai documenti di Hamas, rinvenuti dalle forze israeliane a Gaza. Merita precisare, che i documenti di Hamas in esame non solo sono stati ritenuti autentici dall’intelligence occidentale, ma non sono mai stati smentiti dallo stesso gruppo dirigente politico di Hamas.

Questa lettura ci aiuta a comprendere l’intero progetto eversivo del 7 ottobre e contiene aspetti di natura tecnica e psicologica meritevoli di dedicata attenzione.

Conoscere per comprendere

Il piano di Yahya Sinwar per l’invasione di Israele, come dettagliato nei documenti di Hamas

Aspetti generali

Nell’ottobre 2025, l’Intelligence and Terrorism Information Center ha pubblicato un documento di Hamas rinvenuto nella Striscia di Gaza dalle IDF, scritto a mano da Yahya al-Sinwar, capo dell’ufficio politico di Hamas nella Striscia di Gaza.

Datato 24 agosto 2022, conteneva istruzioni precise per l’avvio della “campagna decisiva” per distruggere Israele, dalla fase di inganno nelle settimane precedenti l’attacco fino all’invasione del territorio israeliano e istruzioni dettagliate per documentare le atrocità che sarebbero state commesse contro civili e soldati, come accaduto durante l’attacco e il massacro del 7 ottobre 2023.

Un altro documento scritto da al-Sinwar lo stesso giorno presentava il piano per invadere Israele in modo più dettagliato, compresa la rapida conquista di 25 snodi e di oltre 220 comunità, kibbutz, città “piccole e grandi” e installazioni militari. A tal fine stimava che sarebbe stata necessaria una forza di diecimila “combattenti ben addestrati”.

Il documento conteneva istruzioni per “espellere i coloni”, principalmente donne e bambini, e per prendere in ostaggio gli uomini di età compresa tra i 17 e i 50 anni.

La propaganda volta a influenzare l’opinione pubblica internazionale è evidente nel documento sequestrato, che fornisce istruzioni per presentare l’attacco come un evento “umanitario” al fine di dare attuazione alla narrativa palestinese del “diritto al ritorno” con lo slogan “Stiamo tornando alle nostre case”.

Al-Sinwar ha affermato che l’attacco avrebbe colto di sorpresa il “nemico”, ma si è detto pronto a che Israele risponda con ogni mezzo a sua disposizione, compresa una “bomba nucleare”.

Ha aggiunto che si tratterebbe di £una battaglia per la vita o la morte”. Il documento includeva una bozza per una presentazione di diapositive intitolata “La liberazione della Palestina meridionale”, sebbene le diapositive stesse non siano state ritrovate.

Secondo il documento, la presentazione forniva il contesto storico della nakba e un’illustrazione visiva del piano di invasione, compresi i dettagli degli incroci e delle comunità che i terroristi di Hamas avrebbero dovuto conquistare, i percorsi per l'”evacuazione” della popolazione e il metodo per prendere il controllo degli avamposti militari.

Il documento fornisce una descrizione dettagliata di un piano operativo organizzato, che coinvolge fino al livello degli operatori delle squadre responsabili dello sfondamento della recinzione di confine. Il piano era stato elaborato più di un anno prima della sua effettiva messa in atto nell’invasione e nel massacro del 7 ottobre 2023.

Il documento è importante perché dimostra che l’attacco si basava su un concetto operativo strutturato di distruzione, preparato meticolosamente e in segreto, piuttosto che su una serie di azioni spontanee o scoordinate.

Sebbene il documento sia stato scritto da al-Sinwar lo stesso giorno in cui ha redatto il secondo documento contenente le istruzioni per l’inizio dell’invasione, esistono differenze significative tra i due: il primo documento pone maggiore enfasi sulla mobilitazione della comunità internazionale promuovendo la narrativa del “diritto al ritorno” che incorpora il contesto storico della Nakba e istruisce gli agenti a “espellere” donne e bambini prendendo in ostaggio solo uomini (in contrasto con quanto effettivamente accaduto, quando furono presi in ostaggio donne, bambini e anziani), senza fare riferimento alla documentazione di atti di atrocità contro civili e soldati.

I due documenti riflettono anche l’elevata fiducia di al-Sinwar nella capacità di Hamas di condurre la campagna in modo indipendente nelle sue fasi iniziali, sebbene sperasse che la sorpresa creata dall’attacco avrebbe incoraggiato altri fronti a unirsi ai combattimenti.

Ciò era in linea con le discussioni che i leader di Hamas stavano conducendo all’epoca con figure di spicco di Hezbollah e dell’Iran nel tentativo di reclutarli per una campagna su più fronti, sebbene non fosse ancora certo che avrebbero effettivamente aderito all’attacco che il movimento era determinato a portare a termine.

Sfondo

Nell’ottobre 2025, uno studio dell’Intelligence and Terrorism Information Center ha rivelato un documento che le IDF hanno riportato dalla Striscia di Gaza, scritto a mano da Yahya al-Sinwar, capo dell’ufficio politico di Hamas nella Striscia di Gaza, il 24 agosto 2022.

Conteneva le precise istruzioni di al-Sinwar per avviare la campagna, dalla fase di inganno nelle settimane precedenti l’invasione fino alla violazione del territorio israeliano.

I punti principali erano i seguenti: Al-Sinwar ordinò ai suoi uomini di svolgere attività “intensive” nella Striscia di Gaza nelle settimane precedenti l’attacco, ma queste dovevano apparire al “nemico” come movimenti di routine e quindi non dovevano essere percepite come preparativi per un attacco insolito.

Il giorno dell’invasione, la recinzione di confine doveva essere violata in tre settori strategici: la Striscia di Gaza settentrionale, la Striscia di Gaza orientale e di fronte ai campi della Striscia di Gaza centrale. Ha affermato che sarebbe stato necessario utilizzare bulldozer e mezzi pesanti per sfondare i cancelli e rimuovere gli ostacoli, al fine di facilitare l’ingresso di ulteriori forze d’invasione.

La fase iniziale doveva essere completata entro 10 – 15 minuti e le forze dovevano essere dispiegate in quante più posizioni possibili, mantenendo al contempo uno schieramento disperso che avrebbe garantito flessibilità operativa.

Ha affermato che ogni comandante di unità sarebbe stato in grado di schierare e gestire le forze in conformità con le istruzioni impartite dal comandante dell’ala militare e in coordinazione con il quartier generale delle operazioni centrali.

Seguirono altre tre ondate, ciascuna con le proprie mappe e obiettivi, in conformità con le istruzioni impartite dal comandante di brigata responsabile del settore e in base agli sviluppi sul campo. Egli determinò la direzione di avanzamento per ciascuna delle cinque brigate regionali dell’ala militare.

Le altre organizzazioni terroristiche palestinesi avrebbero dovuto unirsi all’invasione a partire dalla terza ondata. Il contatto con i comandanti delle ali militari delle altre organizzazioni sarebbe dovuto iniziare circa 15 minuti dopo l’inizio del raid, e solo allora avrebbero concentrato le loro forze in preparazione all’ingresso in combattimento.

Secondo la sua valutazione, l’invasione di Hamas avrebbe innescato una reazione a catena che avrebbe portato allo scoppio di una campagna su più fronti, con combattimenti provenienti dalla Giudea e dalla Samaria e da Gerusalemme Est, nonché dalla popolazione araba israeliana, insieme all’intervento di Hezbollah da nord.

Secondo al-Sinwar, la finestra di opportunità per il successo era compresa tra sei e dieci ore, durante le quali le forze avrebbero dovuto stabilire sul terreno una posizione solida che impedisse a Israele di lanciare una controffensiva. Avvertì che, se l’opportunità non fosse stata sfruttata, Israele sarebbe stato in grado di riorganizzarsi rapidamente e contrattaccare.

Egli diede particolare enfasi alla guerra psicologica, sia per terrorizzare la popolazione israeliana sia per innescare gli altri fronti. Ordinò ai suoi agenti di “documentare e trasmettere le immagini il più rapidamente possibile… calpestando le teste dei soldati, sparando a bruciapelo, massacrando persone con i coltelli, facendo saltare in aria i carri armati, prigionieri inginocchiati con le mani sulla testa e cose del genere” nonché di incendiare interi quartieri e trasmettere le immagini.

Un ulteriore documento riportato dalla Striscia di Gaza, anch’esso scritto da al-Sinwar il 24 agosto 2022 e intitolato “Il Piano”, contiene istruzioni più dettagliate riguardanti la fase decisiva dell’invasione di Israele, inclusi i dettagli sull’ordine di battaglia e sugli obiettivi, insieme a istruzioni operative riguardanti le forze civili e militari, nonché la guerra psicologica.

Il piano per invadere Israele

L’invasione

Nel primo documento, al-Sinwar si riferiva in termini generali al dispiegamento di forze durante l’invasione del territorio israeliano per sfondare il confine in tre punti entro soli 10 – 15 minuti.

Nel secondo documento, forniva specifiche dettagliate riguardanti i punti di sfondamento e l’ordine di battaglia richiesto.

Secondo il piano, l’incursione doveva essere condotta con un’operazione rapida e coordinata, effettuata simultaneamente in 25 punti di breccia lungo il confine da 2.500 “combattenti” che avrebbero dovuto impadronirsi di 25 snodi.

La violazione della barriera di sicurezza non era considerata un obiettivo, bensì la fase iniziale di un’operazione più ampia, progettata per interrompere il comando e i movimenti in tutta l’area, al fine di fornire alle forze d’invasione la libertà di manovra all’interno del territorio israeliano e impedire l’arrivo di rinforzi israeliani.

Assalto di comunità e basi militari

Il piano non si concentrava esclusivamente sullo sfondamento del confine, ma prevedeva anche la presa di controllo delle comunità civili in seguito all’invasione. Sebbene non sia chiaro se l’obiettivo fosse realistico, al-Sinwar si prefiggeva di conquistare 221 “insediamenti” e assegnava a ciascuno di essi una forza dedicata di dieci terroristi.

Designava inoltre otto “piccole comunità”, assegnando loro 1.600 terroristi (200 per ciascuna), mentre altri 1.200 miliziani avrebbero dovuto occuparsi della conquista di tre “grandi città”, senza tuttavia specificarne i nomi.

Fornì inoltre istruzioni per il trattamento della popolazione civile. A differenza del primo documento, in cui si concentrava sulla documentazione delle atrocità, il piano contenuto in questo documento si focalizzava sull’”espulsione dei coloni”, principalmente donne e bambini, nonché sul sequestro di uomini di età compresa tra i 17 e i 50 anni e sulla confisca di documenti e telefoni. Per quanto riguarda le grandi città, ordinò che la popolazione fosse evacuata “verso il mare”, senza fornire spiegazioni.

Il documento indica che gli obiettivi erano stati mappati in anticipo, con particolare attenzione alla gestione della popolazione civile. L’evacuazione dei civili e il sequestro di ostaggi di sesso maschile dimostrano l’importanza che il piano attribuiva al successo operativo.

In effetti, la pianificazione descritta nel documento corrisponde in gran parte allo schema operativo attuato durante l’attacco del 7 ottobre. Tuttavia, i terroristi rapirono bambini, donne e anziani, non solo uomini, e invece di procedere all’evacuazione ordinata descritta nel piano, coloro che non vennero portati nella Striscia di Gaza furono brutalmente giustiziati.

Al-Sinwar ordinò alle squadre di combattimento di circondare e “neutralizzare” le basi militari. L’obiettivo di paralizzare le basi israeliane era quello di impedire, o quantomeno ritardare, la capacità delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) di rispondere all’invasione.

Ad esempio, Al-Sinwar sottolineò la necessità di neutralizzare la base di addestramento di Tze’elim, nel Negev occidentale, con 20 squadre di combattimento composte da circa 200 terroristi.

Secondo il documento, per l’invasione e la conquista delle comunità e delle basi militari sarebbero stati necessari circa 10.000 terroristi ben addestrati. Si sottolineava inoltre la necessità di mantenere la più assoluta segretezza operativa, in modo che nessuno dei terroristi venisse a conoscenza dell’obiettivo generale del piano.

Specifiche operative

Pattuglie di espulsione: Ogni pattuglia è composta da 10 combattenti. Una pattuglia di fronte a ciascun insediamento. Forza necessaria: 10 combattenti × 221 insediamenti = 2.210 combattenti. L’obiettivo è espellere i coloni insieme ai loro veicoli.

La priorità deve essere data a bambini e donne. Gli uomini di età compresa tra i 17 e i 50 anni devono essere presi in ostaggio. Tutti i telefoni e qualsiasi altro documento che portano con sé devono essere confiscati.

Combattimenti nelle piccole comunità: 200 “combattenti” per ciascuna delle 8 comunità = 1.600 combattenti. Evacuare i coloni da queste comunità utilizzando i loro veicoli e autobus verso nord.

Evacuazione delle grandi città: 400 combattenti × 3 grandi città = 1.200 combattenti. Evacuazione verso il mare. Neutralizzazione delle basi militari: circondarle con squadre di combattimento. Ad esempio, la base di addestramento di Tze’elim deve essere circondata da 20 squadre, ciascuna composta da 10 “combattenti”, per un totale di 200 combattenti. Obiettivo: distruzione della base.

Totale: 10.000 combattenti ben addestrati. Nessuno di loro deve conoscere l’obiettivo generale del piano.

Secondo le indagini delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), la prima ondata d’assalto durante l’invasione e il massacro del 7 ottobre 2023, durata circa mezz’ora a partire dalle 6:29 del mattino, era composta da 1.175 terroristi.

A questi si era aggiunta una seconda ondata di 600 terroristi, seguita da una terza ondata di 1.325 terroristi di Hamas insieme a 580 terroristi della Jihad islamica palestinese (PIJ) e di organizzazioni non identificate. Ventisette di loro hanno sfondato la recinzione di confine all’inizio dell’invasione.

In totale, la recinzione di confine è stata violata in 114 punti e i terroristi hanno utilizzato 59 vie di infiltrazione. Contrariamente alle istruzioni contenute nel documento che prevedevano l’espulsione di donne e bambini e il rapimento dei soli uomini di età compresa tra i 17 e i 50 anni, i terroristi hanno seguito le istruzioni contenute nel primo documento, compiendo massacri documentati in tempo reale e rapendo 251 tra soldati e civili, inclusi bambini piccoli, donne e anziani.

Le narrazioni di propaganda

Al-Sinwar ha enfatizzato l’aspetto del “discorso pubblico” rappresentando l’invasione come un’operazione “civile, umanitaria, nazionale” per realizzare i “diritti” dei palestinesi.

A tal fine, ha incaricato il dipartimento media di promuovere l’attacco in diverse lingue con lo slogan “Ritorno a casa”, scrivendolo anche in inglese. Per al-Sinwar, l’invasione rappresentava la realizzazione della narrativa palestinese del “diritto al ritorno”, enfatizzando la dimensione “umana” del “ritorno in Palestina” utilizzando immagini e video di villaggi palestinesi.

Ha inoltre incaricato l’ufficio politico di Hamas di affermare che il diritto internazionale non veniva applicato e che l’obiettivo dell’attacco era quello di imporlo nel contesto palestinese.

Enti di supporto:
Ufficio stampa: pubblicare lo slogan “Ritorno a casa” in tutte le lingue.

Concentratevi sull’aspetto umano del ritorno, utilizzando immagini e video dei villaggi palestinesi.

L’impressione da trasmettere: puramente umanitaria.

Dipartimento politico: fare riferimento al diritto internazionale. L’obiettivo del piano è attuare la legge che attualmente non viene applicata.

Il concetto di difesa israeliano

Nel primo documento, al-Sinwar avvertiva che la finestra di opportunità per ottenere l’effetto sorpresa dell’invasione era di sei-dieci ore, durante le quali la capacità di Israele di lanciare una controffensiva doveva essere ostacolata. Nel documento, al-Sinwar affermava che Israele avrebbe comunque dato una forte risposta e non escludeva la possibilità di utilizzare armi nucleari.

Ciononostante, non abbandonava la sua visione messianica e sottolineava che si sarebbe trattato di una “battaglia per la vita o la morte”, anche se il prezzo fosse stato la distruzione della Striscia di Gaza.

Piano di difesa: Il nemico non esiterà a usare tutti i mezzi e le armi a sua disposizione, non solo con un attacco diretto, ma anche con altri mezzi. Potrebbe persino usare una bomba atomica.

Ma prima verrà colto di sorpresa dall’attacco e sprofonderà nel caos. Come ulteriore precauzione, si dovrebbe organizzare un’operazione popolare per tornare nei villaggi e rioccuparli simbolicamente. Questa campagna è una battaglia per la vita o la morte, e la vita trionferà, con l’aiuto di Allah.

Presentazione di diapositive che documenta la “Liberazione della Palestina meridionale”

Nella seconda parte del documento è presente la descrizione di 13 diapositive tratte da una presentazione scritta nell’ottobre 2021 intitolata “Gaza, l’orgoglio nazionale” e “La liberazione della Palestina meridionale”.

Tuttavia, le diapositive stesse non sono state recuperate. Il titolo in inglese del file della presentazione era Transport Project Gaza Ezza, che potrebbe riferirsi a un “progetto di trasferimento”, data l’intenzione di svuotare intere aree dai loro abitanti israeliani.

Le diapositive iniziali mostravano il contesto storico della Nakba e dell’”occupazione della Palestina meridionale”, nonché la situazione nella “Palestina del 1948” a confronto con la situazione attuale nella Striscia di Gaza. L’obiettivo era quello di creare una “giustificazione” per il piano di invasione collegandolo alla narrazione palestinese del “ritorno nelle aree occupate della Palestina meridionale”.

Le diapositive successive illustravano il piano di invasione. Contenevano i dettagli di 223 “insediamenti” designati come obiettivi, tra cui 212 kibbutz con 165.000 abitanti (sebbene il titolo indichi 221, il numero totale di comunità corrisponde a 212), oltre a otto “piccole città” con 390.000 abitanti, tre grandi città “palestinesi” con 560.000 abitanti e aree militari.

Tre delle diapositive si concentravano su 50 incroci stradali che dovevano essere conquistati all’inizio dell’invasione, con dettagli sulle squadre assegnate alla missione di “cattura” e controllo degli incroci.

Si può quindi comprendere che la conquista degli incroci e delle comunità era considerata fondamentale e un prerequisito per il successo del raid e per l’avanzamento alle fasi successive. La sezione successiva si concentrava sulla presa delle comunità e delle basi militari.

Per quanto riguarda la “cattura” dei kibbutz, le diapositive includevano una descrizione dei metodi di “evacuazione”, apparentemente riferendosi all’”espulsione” degli abitanti, precisando che la prima evacuazione sarebbe stata effettuata attraverso il percorso più breve.

Sotto la presentazione, scritta con inchiostro blu, compare la parola “Salvato” (probabilmente riferita al file della presentazione), con la data 24 agosto 2022.

Le diapositive mostrano che il concetto di “Liberazione della Palestina meridionale” non era uno slogan ideologico, ma si tradusse in una pianificazione operativa che includeva la mappatura della popolazione, delle comunità, dei punti di snodo e delle aree militari.

Hamas come forza che guida l’invasione

I due documenti mostrano che al-Sinwar considerava Hamas l’organizzazione che avrebbe guidato la campagna decisiva contro Israele, anche se avesse dovuto farlo da sola.

Nel primo documento, di carattere prevalentemente operativo, affermava che l’ala militare-terroristica di Hamas avrebbe guidato le prime due ondate dell’invasione e che gli agenti delle altre organizzazioni terroristiche presenti nella Striscia di Gaza si sarebbero uniti nella terza ondata.

Presupponeva inoltre che l’invasione di Hamas avrebbe innescato una reazione a catena, portando a un conflitto su più fronti con scontri in Giudea e Samaria, a Gerusalemme Est e tra la popolazione araba israeliana, con l’intervento di Hezbollah da nord, il che avrebbe favorito il “collasso del nemico”.

Nel secondo documento, non si faceva alcun riferimento al coinvolgimento di attori esterni, concentrandosi invece sulle azioni tattiche degli agenti terroristici di Hamas, dall’invasione fino all’”espulsione dei coloni”, accompagnate da attività nei media e negli ambienti internazionali che avrebbero dovuto essere guidate dalle branche “politiche” di Hamas.

Ciò rifletteva la crescente fiducia di al-Sinwar nella capacità di Hamas di lanciare la campagna anche da sola, che prese forma principalmente dopo la Spada di Gerusalemme, il nome che Hamas diede all’Operazione Guardiano delle Mura di Israele nel maggio 2021. Secondo la leadership di Hamas, come si evince dalle dichiarazioni pubbliche e dai documenti riportati da Gaza, la campagna si concluse con una “netta vittoria” e un “magnifico trionfo divino”.

In una lettera inviata a Isma’il Haniyeh, capo dell’ufficio politico di Hamas, il 30 maggio 2021, al-Sinwar dichiarò che la “forza leggendaria” aveva frantumato l’immagine di Israele, aggiungendo che “ora è chiaro a tutti che esiste una tigre predatoria e letale chiamata Hamas e le Brigate Izz al-Din al-Qassam, e che quando si scatena e decide di essere letale, ha il coraggio di prendere quella decisione ed è pronta ad andare oltre ciò che la gente immaginai”.

Tuttavia, la data dei due documenti, 24 agosto 2022, corrisponde alla comprensione della leadership di Hamas all’epoca, secondo cui non era certo se altri attori avrebbero partecipato, in particolare l’Iran e Hezbollah.

Sulla base dei documenti resi pubblici fino ad oggi, figure di spicco di Hamas erano nel bel mezzo di discussioni con il segretario generale di Hezbollah Hassan Nasrallah e il capo della sezione palestinese della Forza Quds iraniana, Muhammad Saeed Izadi (Hajj Ramadan), riguardo alla natura della campagna.

In una lettera del giugno 2022, apparentemente inviata da al-Sinwar ad Haniyeh, a quest’ultimo veniva chiesto, durante i suoi incontri, di presentare tre possibili scenari per una “grande campagna strategica che cambierà il volto della regione e le regole del gioco”: una grande campagna strategica che avrebbe coinvolto tutte le componenti dell’”asse della resistenza”. Hamas svolgerà il ruolo centrale nella campagna, mentre Hezbollah parteciperà parzialmente, insieme alle forze degli altri ambiti.

Hezbollah non parteciperà direttamente, almeno non nella fase iniziale. Il peso maggiore ricadrà su Hamas, affiancato dalle forze dell’”asse della resistenza” e dai fedayn di Giordania e Siria.

In una lettera inviata da Haniyeh all’inizio di luglio 2022, a seguito dei suoi incontri in Libano, egli affermò che Nasrallah e Izadi avevano espresso sostegno al primo scenario. Tuttavia, ribadirono che prima di poter compiere qualsiasi progresso, i mezzi disponibili dovevano essere esaminati attentamente.

https://www.terrorism-info.org.il/en/instructions-given-by-yahya-al-sinwar-for-the-october-7-2023-attack-and-massacre/

https://www.terrorism-info.org.il/app/uploads/2025/04/E_079_25.pdf

https://www.terrorism-info.org.il/app/uploads/2026/07/E_112_26.pdf

Discorso del Primo Ministro Netanyahu all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 2026

Signor Presidente, prima di iniziare, un breve annuncio: se ci sono altri codardi morali che non hanno ancora lasciato quest’aula, prego di farlo ora.

Grazie mille.

Signore e signori, quattordici anni fa, mi sono presentato su questo podio e ho tracciato una linea rossa.

Ho giurato di impedire alla sanguinaria dittatura iraniana di sviluppare bombe atomiche, armi nucleari mirate a distruggere Israele, armi nucleari che potrebbero minacciare il mondo intero.

È esattamente quello che abbiamo fatto.

Ora lasciatemi dire qualcosa che potrebbe sorprendervi.

Distruggere gli impianti nucleari iraniani è stato difficile. Molto difficile. Ma per me è stata una delle decisioni più facili che abbia mai dovuto prendere da primo ministro. Perché se non l’avessimo fatto, saremmo tutti morti.

Ora, volete sentire l’ironia suprema?

Nel difendere se stesso, Israele difende anche molti dei paesi i cui delegati hanno appena lasciato quest’aula!

Anzi, voglio che sappiate che molti dei loro leader ci ringraziano persino in privato per aver distrutto le armi nucleari dell’Iran. È difficile immaginare un’ipocrisia più sconcertante, eppure è proprio questo che troviamo.

Non è la prima volta che ci troviamo di fronte alla minaccia di annientamento.

Il 5 giugno 1967, Israele si trovò circondato da nemici che giurarono apertamente di distruggerci.

Non ci trovavamo allora in Giudea Samaria, il cuore della patria storica del popolo ebraico. Non eravamo a Gaza. Non eravamo sulle alture del Golan.

E signor Ashara, dovrebbe sapere che gli ebrei sono presenti sulle alture del Golan fin dai tempi di Mosè. Può leggerlo nella Bibbia. All’epoca, alla vigilia della Guerra dei Sei Giorni del 1967, non eravamo in nessuno di questi luoghi. Ci trovavamo su una minuscola striscia di terra – e lo siamo ancora – che equivale a circa un terzo dell’uno per cento della superficie terrestre dell’intero mondo arabo. Eppure accusano Israele di colonialismo. Un certo tipo di colonialismo.

E chi ci accusa? Tra questi ci sono persone in Gran Bretagna e in Francia. Per amor di Dio, hanno inventato loro il termine. Le loro colonie hanno sostenuto il mondo intero.

Colonialismo… Ma per favore… Un’altra bugia.

Eppure, in quel momento, su questo minuscolo lembo di Terra, senza Cisgiordania, senza Gaza, senza alture del Golan, c’era solo la sopravvivenza di questo unico Stato ebraico, perché è di questo che si tratta in questo conflitto.

Non si tratta di territori, si tratta di uno Stato ebraico a prescindere dai confini. Eppure, in quel momento eravamo minacciati di annientamento da tre eserciti arabi che stavano per invaderci.

Sapete cosa stavano facendo gli israeliani in quel periodo? Stavano scavando fosse comuni in previsione di migliaia e migliaia di vittime. In preparazione alla sepoltura dei nostri morti.

All’epoca, ero uno studente israeliano delle scuole superiori a Filadelfia, in Pennsylvania.

Cinque giorni prima dello scoppio della guerra, sono tornato in Israele in aereo.

Ho trovato un paese completamente al buio.

Israele si prepara all’impatto.

Sono tornato in aereo per vedere mio fratello Jonathan, Yoni.

Era un ufficiale paracadutista di 21 anni. E come il resto dell’esercito, la sua unità era già stata mobilitata. Andai a cercarlo. Mi dissero che i paracadutisti erano accampati nei frutteti, negli aranceti intorno a Ramle.

Così andai lì e chiesi ad alcuni soldati: “Sapete dov’è Yoni Netanyahu?” “No”. “No.” Poi uno disse: “Ah, intendi il ragazzo? Sì, è nel frutteto accanto.” Così andai lì e, all’improvviso, in fondo a una lunga fila di alberi, vidi mio fratello.

È rimasto assolutamente scioccato nel vedermi.

«Bibi», disse, «cosa ci fai qui?»

Siamo corsi e ci siamo abbracciati.

Davanti a una tazza di caffè improvvisato in stile militare, gli ho posto la domanda che mi frullava per la testa, la domanda che frullava per la testa a tutti.

“Allora, Yoni,” dissi, “cosa succederà?” Fece una pausa. E poi disse qualcosa che non dimenticherò mai.

«Vinceremo», disse. «Non abbiamo altra scelta.»

Ricordo quelle parole come se fosse ieri.

Vinceremo. Non abbiamo altra scelta.

E poi lo abbiamo fatto.

Nove anni dopo, terroristi palestinesi dirottarono un aereo di linea diretto in Israele, atterrando a Entebbe, in Uganda. Come i nazisti, i terroristi hanno scelto i passeggeri ebrei: uomini, donne, bambini, neonati. Hanno minacciato di ucciderli tutti se Israele non avesse rilasciato i terroristi palestinesi.

E poi, il 4 luglio 1976, nel bicentenario degli Stati Uniti, in una delle missioni di salvataggio più spettacolari dei tempi moderni, Yoni condusse i suoi coraggiosi soldati nel cuore dell’Africa.

Miracolosamente, riuscirono a liberare 103 ostaggi ebrei e a riportarli tutti a casa, senza eccezioni.

Mio fratello, il comandante del gruppo d’assalto, fu l’unico soldato a perdere la vita in questa missione.

Desidero ringraziare nuovamente l’Uganda per aver recentemente eretto una statua di Yoni nel luogo in cui cadde. I miei amici, Le parole di Yoni sono vere oggi come lo erano più di mezzo secolo fa.

Vinceremo. Non abbiamo altra scelta.

Ciò non è mai stato dimostrato in modo più chiaro che il 7 ottobre 2023, il giorno più buio della storia di Israele. In quel giorno terribile, migliaia di terroristi palestinesi hanno fatto irruzione in Israele da Gaza.

Voglio che tu sappia che all’epoca non c’era un solo israeliano a Gaza. Né un civile, né un soldato. Nemmeno uno! Non importava minimamente.

I terroristi di Hamas hanno commesso il peggior massacro di ebrei dai tempi dell’Olocausto.

Andavano di casa in casa sparando a bruciapelo ai civili israeliani. Lo facevano con diabolica gioia. Con sadica felicità trasmettevano in diretta streaming i loro omicidi.

E chi hanno ucciso? Proprio gli israeliani, i loro vicini, che avevano dato loro lavoro, che raccoglievano i bambini palestinesi al confine di Gaza e li portavano negli ospedali israeliani per curarli dal cancro, per poi riportarli indietro.

Riuscite a immaginare una simile mostruosità?

Questi mostri di Hamas hanno massacrato i sopravvissuti all’Olocausto. Hanno bruciato vivi i bambini davanti ai loro genitori. Hanno decapitato i nostri uomini. Hanno violentato brutalmente le nostre donne e poi le hanno uccise.

Complessivamente, quel giorno massacrarono 1.200 israeliani.

Voglio darvi un’idea di cosa significhi questo per un Paese di 10 milioni di abitanti. In proporzione, equivale a 40.000 americani innocenti massacrati in meno di 24 ore. Sono 16 volte l’11 settembre. Sedici 11 settembre avvenuti non molto lontano da qui. In quel giorno così buio, i nostri nemici si aspettavano il nostro crollo.

Beh, non siamo crollati. Anzi, ci siamo rialzati e abbiamo combattuto come leoni.

Negli ultimi tre anni, i nostri eroici soldati hanno combattuto giorno dopo giorno in una guerra su sette fronti! Conosci un altro Paese delle dimensioni del New Jersey capace di combattere una guerra su sette fronti?

E per tre anni? Sette fronti: Hamas, Hezbollah, gli Houthi, l’Iran, le milizie in Iraq, le milizie in Siria, i terroristi palestinesi in Giudea e Samaria. Si sono coalizzati contro di noi per spazzarci via dalla faccia della Terra.

Hanno fallito.

Perché invece di crollare, abbiamo inflitto colpi devastanti a tutti loro.

Insieme ai nostri grandi amici americani, abbiamo annientato l’esercito, la marina, l’aeronautica e gli impianti nucleari dell’Iran. Israele ha inflitto una pesante sconfitta ad Hamas. Noi abbiamo annientato Hezbollah.

Vi ricordate i cercapersone? Beh, posso dirvi una cosa: Hezbollah se li ricorda benissimo.

Indovinate che fine ha fatto la maggior parte del vasto arsenale di Hezbollah, composto da 150.000 missili balistici e razzi, tutti puntati contro i nostri civili?

Se ne sono andati.

I leader di Hezbollah sono morti.

Il loro spirito è spezzato.

I terroristi per eccellenza, i peggiori assassini di massa sulla Terra, che non hanno ucciso solo israeliani, americani, britannici e cittadini di decine di paesi, Khamenei, Dief, Sinwar, Haniyeh e Nasrallah, e migliaia di altri terroristi che cercavano di distruggerci, sono spariti anche loro.

I terroristi rimasti tentano disperatamente di riorganizzarsi.

Ogni giorno tentano di uccidere la nostra gente.

E in particolare, cercano di uccidere la nostra gente nella nostra patria storica, in Giudea. Tra l’altro, è da lì che deriva la parola “ebreo”. Giudea: quella è la nostra terra. Cercano di ucciderci, migliaia di tentativi all’anno contro famiglie, famiglie pacifiche che viaggiano in auto lungo le strade. Sparano alle donne incinte; sparano a intere famiglie.

Naturalmente, nulla di tutto ciò viene riportato dalla stampa internazionale o dai social media. Nulla. Ciò di cui parlano è una manciata di giovani delinquenti, circa 150, che lanciano pietre, abbattono ulivi, a volte appiccano qualche incendio. Non lo sopporto. Non tollero il giustizialismo.

Siamo un Paese di diritto. Quindi mandiamo il nostro Shin Bet contro di loro. Ma questo è ciò che chiamano violenza dei coloni. E il numero di vittime all’anno? Forse due o tre.

In tutto il tempo in cui si è discusso di questo, forse due o tre morti. Rispetto alle migliaia di attacchi terroristici contro i coloni pacifici, persone onorevoli, persone rispettose della legge. Che distorsione. È un’ossessione.

Sento questa discussione? I leader dei paesi ne parlano seriamente. E lo dicono con tanta importanza. “Non possiamo tollerare la violenza dei coloni”. Non sapete di cosa state parlando.

Ascolta, due giorni fa… Lo dico al mio collega Emmanuel Macron. Due giorni fa, tre giorni fa, un cittadino francese, Netanel Shukrun, padre di sei figli, è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco mentre si trovava a una sorgente con il figlio sedicenne. Un terrorista di Hamas, in Giudea e Samaria, gli ha sparato a bruciapelo.

E le sue ultime parole sono state: “Fuggi, fuggi figlio mio. Salvati”. Questo è successo tre giorni fa. Due giorni fa, in Giudea Samaria, un ufficiale di riserva, un soldato di riserva, Neria Leiter, è stato falciato da un terrorista palestinese. Ora sta lottando tra la vita e la morte in un ospedale di Gerusalemme.

Ho fatto visita alla famiglia poco prima di imbarcarmi sull’aereo per venire qui.

Neria, padre di quattro figli, è il figlio di Yechiel Leiter, il nostro brillante ambasciatore negli Stati Uniti. Tre anni fa, il figlio maggiore di Yechiel, Moshe, padre di sei figli, è stato ucciso mentre bonificava un edificio minato a Gaza. Yechiel, fratello mio, il tuo dolore è incommensurabile.

L’intero popolo di Israele, e molte persone anche al di fuori di Israele, pregano per la vita di Neria.

Ma nonostante il dolore, nonostante l’agonia, non ci arrendiamo.

In un recente post, prima di essere attaccato, Neria aveva scritto: Non abbiamo altro Paese. È un privilegio difenderlo. A Neria e a tutti gli eroi d’Israele, prometto un sacro giuramento: Il vostro sacrificio non sarà vano. Continueremo a difendere il nostro stato. Continueremo a vincere. Perché non abbiamo altra scelta. In questa battaglia contro i barbari, non abbiamo avuto un alleato migliore del presidente Trump.

Lo ringrazio per la sua leadership coraggiosa.

Ha affrontato con coraggio un enorme pericolo per l’America, Israele e il mondo.

Decenni fa, comprese che, se non contrastati, gli ayatollah fanatici che gridavano “Morte all’America! Morte a Israele!” avrebbero finito per mettere in atto le loro folli fantasie.

Perciò Israele e l’America agirono insieme non solo per proteggersi, ma per salvare la civiltà.

Coraggiosi piloti americani, insieme a coraggiosi piloti israeliani, hanno effettuato missioni congiunte nei cieli dell’Iran. Gli Stati Uniti e Israele hanno inoltre collaborato per riportare a casa gli ostaggi rimanenti.

Li abbiamo riportati indietro tutti, fino all’ultimo.

Voi chiedete: perché stiamo vincendo?

Yoni lo ha detto senza mezzi termini. Non abbiamo altra scelta.

Nel corso di questa lunga guerra, il nostro obiettivo non è mai cambiato: vincere!

Vincere con incrollabile determinazione. Vincere con coraggio incrollabile. Perché questo è Israele.

Una nazione che lotta per un futuro comune.

Destra e sinistra. Giovani e anziani. Religiosi e laici.

Abbiamo delle divergenze?

Certo che sì. Chi non lo fa?

Ma nei momenti cruciali, in quei momenti che plasmano il nostro destino, restiamo uniti, perché ciò che ci unisce è molto più forte: la nostra storia, i nostri valori, il nostro coraggio.

Il coraggio del nostro popolo valoroso che ha resistito a 1.000 missili balistici di grosso calibro che l’Iran ha fatto piovere sulle nostre città e sui nostri civili.

Signore e signori, Siete seduti qui, nella Sala dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Sapete cosa farebbe un missile balistico da una tonnellata, uno solo, se colpisse questo posto?

Annienterebbe l’intero complesso. Anzi, due missili di quel tipo annienterebbero le Nazioni Unite. Quindi potete immaginare, pensate a mille missili giganteschi che cadono dal cielo sulle vostre città, sulle vostre case. Rendo omaggio al coraggio del popolo di Israele. Rendo omaggio al coraggio dei nostri valorosi soldati: ebrei, cristiani, drusi, musulmani. L’esercito più morale del mondo, le Forze di Difesa Israeliane (IDF).

Per tre anni, hanno combattuto valorosamente una guerra su sette fronti.

Ma in questa guerra c’è un ottavo fronte: la guerra per la verità.

Si combatte nei media di tutto il mondo e, in modo ancora più insidioso, nei social media.

Diversi paesi stranieri hanno speso miliardi e cifre incalcolabili per diffondere menzogne sul mio paese.

Il primo a farlo è stato il Qatar.

Decenni fa, ha iniziato a finanziare massicciamente le università americane e i media tossici come Al Jazeera. Tra l’altro, hanno fatto lo stesso anche in Europa.

Il loro obiettivo era chiaro: fare il lavaggio del cervello alle giovani menti affinché odiassero Israele, odiassero l’America e odiassero l’Occidente.

Questo è lo stesso Qatar che ospita i macellai di Hamas del 7 ottobre L’ultimo Paese a diventare un superdiffusore di menzogne antisemite è la Turchia.

Erdogan è un tiranno che ospita anche i capi terroristi di Hamas.

Ha assassinato migliaia di civili curdi. Nega il genocidio armeno. Incarcera giornalisti e leader dell’opposizione. Anzi, credo che detenga il record mondiale in questo senso, e non è facile dirlo con certezza. Ma penso che sia il numero uno.

Occupa illegalmente Cipro del Nord, Stato membro dell’UE, e commette regolarmente violazioni contro la Grecia, Stato membro della NATO.

Ora vuole prendere il controllo della Siria.

Non c’è da stupirsi, visto che invoca la distruzione di Israele quasi ogni giorno. Afferma che sarà lui il sovrano di Gerusalemme. No, signore. Non lo farà. Questa è la nostra patria, la nostra città, la nostra capitale eterna.

I tiranni di tutto il mondo cercano di minacciarci, cercano di minare la nostra determinazione con la loro campagna di menzogne. Ma in definitiva, come sul campo di battaglia, il popolo ebraico prevarrà.

Ci vorrà tempo. Ci vorrà tempo per sconfiggere le menzogne. Ci vorrà tempo perché il mondo riconosca ciò che è così evidente. Che Hamas ha usato i civili palestinesi come scudi umani. Che ha usato ospedali, scuole e moschee come centri di comando terroristici. Che ha rubato gran parte del cibo che abbiamo fatto entrare a Gaza.

Mentre Hamas ha fatto tutto il possibile per tenere i civili palestinesi in pericolo, spesso sotto la minaccia delle armi, Israele ha fatto tutto il possibile per metterli al sicuro.

Abbiamo inviato milioni di messaggi di testo avvertendo i civili di lasciare le zone di combattimento.

Abbiamo fatto milioni di telefonate.

Abbiamo distribuito milioni di volantini.

Vorrei farvi alcune domande. Quale regime genocida somministra un milione di dosi di vaccino antipolio alla popolazione nemica?

Quale regime genocida permette la distribuzione di due milioni di tonnellate di cibo a Gaza?

È una tonnellata per ogni persona. Accusare Israele di genocidio è la più grande menzogna del secolo.

Se volete capire quanto sia grande questa menzogna, se volete capire quanto sia assurda, ascoltate il colonnello John Spencer. È a capo del dipartimento di studi sulla guerra urbana a West Point. È considerato il massimo esperto mondiale in materia. Penso che sia ancora con noi oggi.

Il colonnello Spencer ha studiato ogni guerra urbana, dall’antichità ai tempi moderni, dall’antica Grecia a Mosul fino a Gaza. Ecco cosa afferma il colonnello Spencer: “Israele ha fatto più di qualsiasi altro esercito nella storia per prevenire le vittime civili in guerra”.

Abbiamo adottato innumerevoli misure per proteggere la popolazione civile. Si tratta di genocidio? Certamente no. È l’esatto opposto del genocidio.

Quindi a tutti coloro che diffondono queste menzogne sul mio paese e sui nostri coraggiosi soldati, che si trovino in quest’aula o nell’ufficio del sindaco antisemita di New York, dico questo: Vergognatevi.

Vergognati per aver distorto i fatti.

Vergognati per aver invertito vittima e aggressore.

Vergogna a te per aver sputato in faccia alla verità.

Signor Mamdani, Da quando è stato eletto sindaco di questa città, molti ebrei non si sentono più al sicuro a New York. Me ne parlano. Me lo raccontano. Questa non è più la città che ricordavamo. È cambiata così in fretta.

Non c’è da stupirsi.

Hai elogiato dei criminali condannati per aver sostenuto Hamas.

Consideri amici persone come Hassan Piker, che ha affermato che l’America si meritava l’11 settembre.

L’America si è meritata l’11 settembre. Che amici che hai.

Inviti in casa tua un giornalista palestinese che ha filmato i terroristi di Hamas mentre picchiavano e torturavano ostaggi israeliani, e che in seguito ha ammesso di essersi rifiutato di pubblicare i video per proteggere, indovina un po’, i terroristi!

Tua moglie ha messo “mi piace” a un post che elogiava la strage del 7 ottobre.

Ha messo “mi piace” a un altro post in cui si diceva che Tel Aviv non dovrebbe esistere.

Ti sei rifiutato di condannare tutto ciò.

Accusate falsamente e ripetutamente Israele di genocidio.

Signor Madani, lei ha cercato di impedirmi di venire qui, ha cercato di mettermi a tacere. Non può mettermi a tacere. Non può mettere a tacere la verità.

Ed ecco la semplice verità.

Israele non ha commesso un genocidio. Israele ha impedito un genocidio.

Ed è esattamente quello che i compagni di Hamas del signor Mamdani ci avrebbero fatto se non li avessimo fermati. Ci avrebbero uccisi tutti, fino all’ultimo.

Le menzogne che tu e altri antisemiti diffondete sugli ebrei e sullo Stato ebraico hanno conseguenze reali.

A New York, gli ebrei vengono minacciati mentre si recano in sinagoga. Alcuni ebrei sono stati accoltellati per strada. Gli ebrei vengono demonizzati. Sono presi di mira semplicemente perché sono ebrei.

Ebrei sono stati assassinati a Sydney, Manchester, Montreal e Boulder, in Colorado.

Sono stati attaccati a Los Angeles, Londra, Parigi, Berlino, Washington DC.

Gli antisemiti di tutto il mondo vogliono terrorizzare il nostro popolo.

Ho una notizia per loro.

I giorni in cui gli ebrei erano vittime indifese mandate al macello, Quei giorni sono finiti!

Oggi abbiamo uno Stato. Oggi abbiamo un esercito. Oggi abbiamo un popolo pronto e disposto a difendersi.

Oggi ho un messaggio per gli ebrei di tutto il mondo: Tieni la testa alta. Sii orgoglioso. Sii sicuro di te. Non lasciarti intimidire. Alzati.

E per tutti coloro che desiderano difendere la verità e la giustizia, unitevi a noi nell’opporvi ai barbari che minacciano la nostra civiltà comune.

Ma devo essere sincero con voi. Non tutti si stanno schierando. Lo abbiamo visto. Perché, a differenza di Israele, ci sono alcuni, e ultimamente soprattutto nell’Europa occidentale, che hanno scelto di non farlo.

I leader di questi paesi hanno scelto di soccombere alle folle antisemite.

Hanno scelto la debolezza. Hanno scelto la cessione.

Non possiamo eludere la triste verità che ci sta davanti.

Molti nel mondo libero hanno paura di difendere la libertà.

Chiedo loro: cosa ci riserva il futuro, cosa ci riserverà questo comportamento, cosa vi riserverà il mondo?

La fratellanza delle democrazie o i Fratelli Musulmani?

Quanto tempo ci vorrà prima che vi rendiate conto che questi jihadisti fanatici stanno soffocando i vostri corsi d’acqua, le vostre risorse energetiche, la vostra linfa vitale economica?

Vi posso assicurare, signore e signori, che noi in Israele non aspettiamo che gli altri si sveglino dal loro torpore morale. Andiamo avanti con determinazione.

Cogliamo il futuro. Siamo pionieri di incredibili sviluppi in campo sanitario, agricolo, dell’intelligenza artificiale – “intelligenza superiore”. E mettiamo queste straordinarie innovazioni a disposizione di tutta l’umanità. Israele non è mai stato così forte.

Noi non abbiamo paura, ma vi dirò chi ha paura.

I tiranni di Teheran. Ecco chi sono.

Sai di cosa hanno più paura?

La loro gente.

Il coraggioso popolo iraniano che ha sacrificato così tanto per così tanto tempo.

Il regime iraniano teme in modo particolare che i suoi cittadini ne siano in possesso. Si tratta di un dispositivo di comunicazione, Starlink, che permette alle persone di accedere alla verità, di esercitare la propria libertà di scelta, di pensiero e di parola. Ecco perché il regime iraniano spende miliardi di dollari per censurare Internet.

Signor Presidente, le lascerò questo dispositivo affinché lo consegni alla delegazione iraniana, in modo che, quando inevitabilmente diserteranno, anche loro possano raccontare liberamente la loro storia sui social media.

Ai manifestanti fuori, ai delegati ipocriti che hanno lasciato questa sala, chiedo: Dov’eri quando i tiranni iraniani hanno massacrato e mutilato decine di migliaia di civili iraniani disarmati? Quando hanno massacrato e mutilato migliaia di persone del loro stesso popolo? Dov’eri?

Avete organizzato manifestazioni di massa? Scioperi della fame?

Hai partecipato a una protesta davanti alla missione iraniana presso le Nazioni Unite?

Ti sei mai espresso a favore dei cristiani perseguitati in Iran e in tutto il Medio Oriente?

No, non l’avete fatto. Perché siete dei falsi difensori dei diritti umani.

Per quanto riguarda i cristiani, sapete che il loro numero sta crollando ovunque in Medio Oriente, dove vengono perseguitati e braccati, tranne in un posto: il mio paese, Israele, dove la comunità cristiana sta crescendo, prosperando e avendo successo.

In realtà, non avete protestato quando abbiamo lasciato Betlemme. Quando era sotto il nostro controllo, era abitata per l’80-90% da cristiani, e l’abbiamo ceduta all’Autorità Palestinese. Oggi è abitata per l’80-90% da musulmani. Tutti, i cristiani, sono stati cacciati. Avete protestato? Ne avete parlato? Niente. Zero.

E non hai detto nulla sull’Iran poco fa. Non hai detto nulla sull’Iran.

Ma voglio darvi una buona notizia.

Nonostante il tuo silenzio, nonostante la tua ipocrisia, è solo questione di tempo prima che in Iran accada qualcosa di incredibile. Il potere del popolo prevarrà su chi è al potere.

Voglio che ascoltiate attentamente le mie parole: Un giorno, e potrebbe non essere lontano, il popolo iraniano sarà libero. Il loro regime sanguinario verrà rovesciato dalle sue menzogne, dalla sua corruzione, dalla sua crudeltà.

Questo regime malvagio cadrà e quel giorno festeggeremo tutti insieme.

Signore e signori, La storia del mio popolo, il popolo ebraico, risale a oltre 3.000 anni fa.

Oggi parliamo la stessa lingua che parlavamo allora.

Viviamo nella stessa terra in cui vissero i nostri antenati, Davide, Salomone, Isaia e Geremia. Quella è la nostra terra. La terra d’Israele.

I nostri profeti, il nostro scopo e il nostro popolo sono unici nella storia.

I nostri valori hanno ispirato l’umanità per millenni.

La fede in un unico Dio. La sacralità della vita. Il rispetto della legge. La nostra eterna ricerca della pace. La nostra eterna ricerca della giustizia.

Sono questi valori sacri che ci hanno guidato attraverso i secoli. Sono questi valori sacri che ci hanno aiutato a superare le avversità della storia.

Il grande scrittore americano Mark Twain lo disse nel modo migliore 125 anni fa. Lo disse ben prima della rinascita del moderno Stato ebraico, ben prima delle grandi vittorie dei soldati israeliani.

Ecco cosa ha detto: «L’ebreo ha combattuto una battaglia straordinaria in questo mondo, in tutti i secoli, e l’ha fatta con le mani legate dietro la schiena…»

Gli Egizi, i Babilonesi e i Persiani sorsero, riempirono il pianeta di suoni e splendore, poi svanirono come un sogno e scomparvero… altri popoli sono sorti e hanno tenuto alta la loro fiaccola per un certo tempo, ma si è spenta, e ora siedono nel crepuscolo… L’ebreo li ha visti tutti, li ha sconfitti tutti, ed è ora ciò che è sempre stato, senza mostrare decadenza, né infermità dovute all’età, né indebolimento del suo spirito, né rallentamento delle sue energie…”

Signore e signori, Nel corso dei secoli, le tirannie che hanno cercato di distruggerci hanno fallito ripetutamente.

Se Dio vorrà, continueranno a fallire.

Se raccogliamo il nostro coraggio, se rafforziamo la nostra determinazione, continueremo a vincere.

Come dice la Bibbia, netsakh israel lo yeshaker, l’eternità di Israele non vacillerà.

E il motivo è semplice.

Non abbiamo altra scelta.

Grazie a tutti.

https://www.gov.il/en/pages/event-un240926

Israele sta vincendo la guerra, ma sta perdendo la narrazione.
Nell’attuale clima di sentimento anti-israeliano e di cecità filo-palestinese, la doppiezza e l’ipocrisia di tutti coloro che affermano di parlare in nome della libertà di espressione e di cultura non sono più una sorpresa.

A 53 anni dalla guerra dello Yom Kippur, ci troviamo oggi in una situazione asimmetrica simile, in cui i nostri leader non riescono a trasformare i successi sul campo di battaglia in un processo di pace politicamente chiaro e vantaggioso.

Nel 1973, gli israeliani si trovarono di fronte alla morte, alla totale distruzione della loro amata patria. Vale la pena ricordare che gli arabi attaccarono con oltre 5.500 carri armati.

Sul fronte di Suez, gli egiziani schierarono il doppio dei carri armati di quanti ne impiegarono Montgomery e Rommel nel deserto libico durante la battaglia di El Alamein; mentre i siriani attaccarono con una forza pari a quella che la Germania lanciò contro la Francia in quel periodo.

Il leggendario generale Moshe Dayan alluse persino, con un riferimento biblico, alla fine del Terzo Tempio. Nonostante alcune notizie allarmanti e un serio avvertimento del re Hussein di Giordania su un possibile conflitto armato, gli arabi colsero di sorpresa lo stato ebraico per la prima volta.

La guerra dello Yom Kippur scosse la società israeliana a tutti i livelli. Fu un “terremoto” nella vita politica e militare che nessuno osava immaginare.

La cieca fiducia dei generali dell’epoca, il disprezzo per l’avversario dopo la pesante umiliazione subita nella Guerra dei Sei Giorni e l’indifferenza del governo laburista verso le possibili minacce, gettarono il Paese in un profondo malcontento e in un’amara frustrazione.

La vittoria militare fu conseguita grazie a una fede incrollabile, a un coraggio esemplare e alla solidarietà. I feroci combattimenti, brillantemente guidati dal generale David Elazar, stupirono tutti gli stati maggiori stranieri. Dopo 18 giorni di scontri, i carri armati delle Forze di Difesa Israeliane erano giunti a 101 km dal Cairo e a 40 km da Damasco…

Eppure, cinquant’anni dopo, stiamo ripetendo gli stessi errori e subendo le stesse conseguenze. Come si può spiegare che, dal ritiro delle Forze di Difesa Israeliane dalla Striscia di Gaza nel 2005, generali e leader governativi abbiano trascurato le intenzioni di Hamas, questo movimento religioso fanatico, una propaggine dei Fratelli Musulmani, capace delle peggiori atrocità e crimini di guerra?

Per la prima volta dalla Guerra d’Indipendenza, a un’organizzazione terroristica è stato permesso di conquistare un territorio sovrano dello Stato di Israele. Oltre cinquemila terroristi di Hamas hanno invaso una ventina di città nel sud del Paese.

Hanno ucciso 1.200 persone, tra cui anziani, donne e bambini, e preso in ostaggio 251 soldati e civili, senza che le Forze di Difesa Israeliane potessero intervenire in tempo per salvare vite umane. Per diverse ore, le Forze di Difesa Israeliane hanno perso di vista la loro missione primaria: difendere i propri cittadini.

Un fallimento colossale per l’esercito considerato il più potente del Medio Oriente. Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) e lo Shin Bet non hanno intrapreso azioni preventive. Per due decenni, i governi che si sono succeduti hanno creduto che Hamas fosse stato dissuaso, che non rappresentasse una vera minaccia e che solo l’Iran fosse diventato il nemico numero uno. La strategia difensiva delle IDF è fallita nella Striscia di Gaza, proprio come era fallita al Canale di Suez nel 1973.

Il rapporto della Commissione Agranat, pubblicato dopo la guerra dello Yom Kippur, ha trascurato le gravi mancanze del governo di Golda Meir e, soprattutto, quelle del Ministro della Difesa Moshe Dayan. Ora è il momento che una commissione d’inchiesta pubblichi un rapporto esaustivo sulle responsabilità dell’attuale governo, e in particolare del Primo Ministro.

Nonostante i successi militari e quelli del Mossad, non stiamo facendo progressi sul piano diplomatico né su quello mediatico. Ci troviamo in una situazione di stallo e isolati sulla scena internazionale a causa della mancanza di una strategia politica, di una grottesca politicizzazione e della scarsa coordinazione tra tutti i ministeri, in particolare quelli della Difesa e degli Affari Esteri.

Purtroppo, la nostra Hasbara ha fallito, ed è quindi fondamentale e urgente creare una nuova diplomazia pubblica, efficace e credibile, il cui compito sia quello di reagire prontamente con argomentazioni solide contro tutte le manipolazioni e le menzogne dei nostri detrattori.

Dobbiamo anche ammettere di essere in parte responsabili del nostro isolamento diplomatico. Come possiamo spiegare le nomine fatte con tanta leggerezza, dettate da motivazioni politiche?

È concepibile lasciare vacante l’ambasciata a Londra per diversi mesi? Perché trascurare il dialogo e mostrare disprezzo per uno Stato membro permanente del Consiglio di Sicurezza? Come possiamo non riuscire a controllare il caos seminato da un gruppo anarchico ebraico in Giudea e Samaria? Come possiamo anche non reagire alle attività delle ONG filo-palestinesi, tutte finanziate dall’Unione Europea?

In questi giorni, con l’avvicinarsi delle elezioni per la Knesset, stiamo assistendo a una rinascita di ONG di estrema sinistra il cui obiettivo è denigrare le Forze di Difesa Israeliane e il governo israeliano, accusandoli di crimini di guerra.

Nell’attuale clima di sentimento anti-israeliano e di cecità filo-palestinese, la doppiezza e l’ipocrisia di tutti coloro che affermano di parlare in nome della libertà di espressione e di cultura non sorprendono più.

Il film di propaganda Naza, che ha appena vinto il premio speciale alla Mostra del Cinema di Venezia, ne è un esempio lampante. Come può il regista di questo “documentario” di 80 minuti ignorare gli abominevoli crimini di Hamas?

Inoltre, non esiste alcuna inchiesta anonima, priva di prove, date o nomi dei “protagonisti”. I giudici hanno così premiato un falsario davanti a un’aula delirante e a un fragoroso applauso.

L’affermazione secondo cui i cineasti israeliani avrebbero dato visibilità ai soldati non dimostra assolutamente nulla, poiché lo Stato Maggiore delle Forze di Difesa Israeliane lo ha categoricamente smentito, e il rifiuto è pressoché unanime in Israele. Eppure, il quotidiano Haaretz e 200 cineasti israeliani sostengono la trasmissione di questo documentario.

Certamente, tutte le guerre sono sporche. Ci sono sempre vittime collaterali, ma a differenza degli eserciti occidentali come quelli di Francia e Stati Uniti, ogni operazione militare è monitorata da un consulente legale in conformità con il diritto internazionale.

Dalla Prima Intifada del 1987, gran parte del cinema israeliano si è concentrato sul conflitto israelo-palestinese, mettendo in luce le sofferenze dei palestinesi. Questo tipo di film riceve automaticamente recensioni positive e premi all’estero, ma soprattutto facilita l’ottenimento di finanziamenti.

Gli elementi estremisti israeliani sono onnipresenti e inesauribili chiacchieroni, soprattutto all’estero. Sono sempre le stesse persone che compaiono sui giornali stranieri e sui social media. Si dilettano a spiattellare pubblicamente i propri problemi con arroganza e senza scrupoli.

Rifiutano sprezzantemente qualsiasi solidarietà, unità o patriottismo. Deridono con cattiveria e rispondono con sarcasmo. Difendono sempre l’avversario, anche quando ha torto.

Un fenomeno di una patetica singolare e un vero e proprio complesso caratterizzano certi israeliani emarginati. Peggio ancora, agiscono senza rimorso né pentimento in un contesto delicato ed esplosivo, privilegiando sempre la causa dell’avversario, del potenziale nemico.

Nel teatro dell’assurdo, abbiamo visto rappresentanti di queste ONG anche al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Questi riservisti delle Forze di Difesa Israeliane non erano lì per difendere i loro commilitoni che garantiscono la nostra sicurezza e la loro stessa sicurezza giorno e notte, ma per denunciare, con slogan vuoti, “i crimini dell’occupazione nei territori palestinesi e in particolare le complessità della colonizzazione israeliana”.

Come possiamo non indignarci di fronte a un atteggiamento così indegno da parte dei nostri stessi compatrioti, in un momento in cui le Forze di Difesa Israeliane continuano a combattere su più fronti e tutti i diplomatici israeliani si adoperano nei forum internazionali per contrastare risoluzioni false e anti-israeliane?

https://www.israelhayom.com/opinions/military-successes-in-the-face-of-diplomatic-and-media-failures/

Netanyahu all’ONU: “Vinceremo, non abbiamo altra scelta”

L’importanza dell’Assemblea Generale

L’assemblea Generale dell’Onu non ha poteri effettivi di decisione (che nel sistema delle Nazioni Unite sono riservate al Consiglio di Sicurezza) e ormai da molti decenni è dominata da un blocco anti-israeliano automatico, composto dai paesi arabi, dai comunisti ed ex comunisti rimaste dittatura come la Russia, dalla maggioranza degli Stati del Terzo Mondo, e di recente anche da alcuni paesi europei.

Dunque parlare a questa assemblea può sembrare inutile. Ma la sessione autunnale, riservata ai discorsi dei capi di Stato e di governo, è diventata l’occasione fondamentale per tutti i paesi del mondo per esprimere la propria posizione sui problemi internazionali, rivolgendosi non solo agli altri Stati, ma all’opinione pubblica mondiale, che per una volta può accedere in diretta alle dichiarazioni di tutti.

Inoltre è il tempo e il luogo dove si intrecciano fittamente incontri di vertice e si conducono, se non vere e proprie trattative, almeno incontri informali anche con i nemici.

Per questo Israele non può mancare a queste sessioni e non l’ha mai fatto il suo primo ministro Benjamin Netanyahu, nemmeno nei momenti più tesi della guerra e neanche quest’anno, mentre si sviluppa in Israele una tesa campagna elettorale e forse si prepara un nuovo scontro diretto con l’Iran.

Netanyahu si è trattenuto a New York poche ore, incontrandosi prima del suo discorso con un certo numero di rappresentanti di altri stati (per esempio Slovenia e Grecia) ma questa volta senza vedere Trump e altri personaggi americani amici, per ripartire subito dopo.

I “codardi morali”

Come sempre, all’ingresso in aula e all’inizio del discorso di Netanyahu, numerose delegazioni sono uscite dall’aula in segno di dissenso; ma quest’anno vi sono state alcune eccezioni notevoli, per esempio gli Emirati, che hanno rotto così la tradizionale unità araba.

E Netanyahu, iniziando così un discorso tutto di attacco, ha qualificato coloro che uscivano come “codardi morali”, ricordando che alcuni dei Paesi fra quelli che stavano abbandonando l’aula avevano nel passato recente richiesto l’aiuto israeliano e hanno usufruito dalle azioni israeliane contro l’Iran.

E proprio dall’Iran è iniziato il cuore del discorso: attaccare le istallazioni nucleari degli ayatollah è stato certamente un compito assai difficile per le forze armate di Israele, ha detto Netanyahu, ma la decisione è stata invece “una delle scelte più facili della mia vita politica”, perché lasciare che si sviluppasse un armamento atomico iraniano avrebbe voluto dire mettere a rischio mortale l’esistenza di Israele.

Il 7 ottobre

La guerra è iniziata però con l’attacco a freddo dei terroristi il 7 ottobre. Netanyahu ha ricordata la crudeltà delle azioni di quel giorno, ha menzionato i numeri delle vittime e dei rapiti, ha richiamato qualche nome e qualche vicenda.

I terroristi e lo schieramento nemico che gli stava dietro, ha detto, pensavano che con questa violenza Israele sarebbe crollato; invece il paese ha resistito, ha saputo combattere e vincere su sette fronti e grazie all’eroismo dell’esercito di Israele chi è collassato sono i movimenti terroristi e gli stati che li sostenevano.

Per rendere evidenti le risorse di Israele e la sconfitta dei suoi nemici, Netanyahu ha mostrato un cercapersone, uno di quegli strumenti trasformati in bombe dai servizi israeliani, che due anni fa hanno decimato i quadri di Hezbollah.

La polemica è proseguita con chi accusa Israele di colonialismo, in particolare Francia e Gran Bretagna, cui il primo ministro ha ricordato il loro passato e in parte anche il loro presente di potenze coloniali.

In risposta alla aberrante dichiarazione di Macron sull’inesistenza di Hamas in Giudea e Samaria, Netanyahu ha ricordato che gli attentati perpetrati dai terroristi in questo territorio sono molto più numerosi e mortali delle violenze compiute da una minoranza degli israeliani che abitano oltre la linea verde, e che comunque lo Stato di Israele combatte e reprime.

Contro Qatar, Turchia, Siria

Di qui la polemica è passata agli stati della regione ostili a Israele. Alla Siria Netanyahu ha detto che Israele ha un diritto storico al Golan (che era stato rivendicato nel precedente discorso del dittatore siriano Ahmed al-Sharaa, con la richiesta del ritiro israeliano).

Al Qatar ha rinfacciato di investire somme enormi per diffondere propaganda contro Israele finanziando le università Usa per influenzarle e usando Al Jazeera non solo contro Israele, ma anche contro gli Stati Uniti e il modello della democrazia occidentale.

Sulla Turchia ha messo in evidenza che essa è oggi la base di Hamas, dunque un paese che aiuta il terrorismo, ma ha ricordato anche la guerra senza quartiere condotta contro i curdi, l’occupazione della metà di Cipro, l’aggressività con la Grecia e le ondate di arresti interni di politici e giornalisti.

Ha infine riposto a Erdogan che si propone di riprendere il dominio ottomano su Gerusalemme: “Nossignore. Non accadrà. La città è nostra”. L’attacco poi è andato al sindaco di New York Mamdani (“antisemita e vicino a Hamas”), alla dirigenza dell’Unione Europea che “cede di fronte alle pressioni di folle antisemite”), a coloro che accusano Israele di genocidio a Gaza (la menzogna del secolo”), a chi manifesta in Occidente per i diritti umani ignorando la repressione in Iran e le vittime cristiane.

In contrapposizione a questi nemici di Israele, Netanyahu ha caldamente ringraziato il presidente Trump e ha ricordato ancora una volta che la guerra non è contro il popolo iraniano, ma contro un regime che “presto crollerà sotto il peso dei suoi crimini, delle sue bugie e della sua crudeltà”.

Una parte del discorso è stata dedicata al ricordo degli eroi dell’esercito israeliano, a partire dal fratello Yoni, per proseguire con il figlio dell’Ambasciatore israeliano negli USA Yechiel Leiter, gravemente ferito in un recentissimo attentato.

Il suo sacrificio non sarà inutile, ha detto, e ne ha tratto spunto per fare appello all’unità del popolo israeliano al di là della fazioni politiche, unendo destra e sinistra, laici e religiosi, come fa l’esercito israeliano. E proprio dalle parole del fratello ucciso nell’audace operazione contro il dirottamento di un areo a Entebbe poco più di 50 anni fa, è venuta la conclusione del discorso: “Vinceremo, non abbiamo altra scelta”.

Questo è il messaggio e la missione personale di Netanyahu, in un discorso fiero e coraggioso, rivolto tanto al pubblico internazionale e in particolare alla politica americana, quanto al popolo israeliano che con le prossime elezioni deve decidere non solo chi governerà in futuro, ma quale sarà la sua linea politica.

Da https://www.triesteallnews.it/2026/09/lanalisi/

Autore

  • Stefano Silvio Dragani

    Stefano Silvio Dragani

    Stefano Silvio Dragani già Generale di Brigata dellìArma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, master di II livello in Studi Africani. Ha svolto incarichi operativi in Italia e varie missioni internazionali anche per l'UE. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale. È stato Special Advisor del Ministro della Sicurezza della Somalia e delle forze di polizia di Rwanda e Uganda. Autore di quattro saggi.

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