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Per la sinistra il fascismo è ovunque, anche in gelateria

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fascismo in gelateria

La sinistra italiana ossessionata dal fascismo perché incapace di elaborare un programma politico

Eia eia cioccolà. Il fascismo è sbarcato in gelateria. Non in Parlamento, non nelle caserme, non nelle piazze. Dietro il bancone, tra la stracciatella e il fior di latte.

A Calusco d’Adda, nella Bergamasca, un gelataio regala il cono ai bambini alti meno di un metro. Per misurarli ha messo fuori una sagoma di sé stesso con il braccio teso a quell’altezza.

Qualcuno ci ha visto il saluto romano. Il gelataio ha dovuto girare un video per giurare che il suo braccio di cartone non ha la tessera di alcun partito. Figurarsi quella del Partito Nazionale Fascista.

Decenni di allarmi, di appelli, di piazze mobilitate. Poi finalmente il pericolo nero si è materializzato: porta il grembiule bianco e serve la panna montata.

Chi l’avrebbe mai detto che la dittatura sarebbe tornata col cono al pistacchio?

Il fascismo non c’è. C’è, invece, chi ne ha un disperato bisogno. E ha un nome e un cognome: la sinistra italiana.

Non una sinistra qualsiasi. Quella che da trent’anni non riesce a dire una parola sensata sulle periferie, sulla sicurezza, sull’immigrazione, sul lavoro, sulle bollette. Quella che su ogni tema concreto balbetta.

Chi non ha niente da dire alza la voce. Chi non ha niente da proporre grida al lupo. È la vecchia regola dell’avvocato senza argomenti: se non hai le prove, batti i pugni sul tavolo.

La sinistra i pugni li batte da una vita. Sempre sullo stesso tavolo, sempre con la stessa parola: fascismo.

Mussolini è morto da 81 anni. Eppure, nessun politico italiano è stato tenuto in vita con altrettanta cura. È l’unico caso al mondo di accanimento terapeutico praticato su un cadavere.

Perché tanta premura?

Perché senza il fascismo la sinistra non avrebbe più una ragione per esistere.

Tolto il fantasma, resterebbe la domanda che teme più di ogni altra: e voi, cosa proponete?

Da qui l’allarme permanente. Nel 1994 la destra vince per la prima volta le elezioni e il 25 aprile si scende in piazza a Milano, sotto la pioggia, contro il ritorno delle camicie nere.

Nel 2022 vince Giorgia Meloni e la stampa di mezzo mondo viene allertata: la democrazia italiana è a rischio.

La democrazia, in tutti questi anni, è rimasta al suo posto. Si vota, si protesta, si sciopera, si scrive. Chi annunciava il regime lo faceva in prima serata, pagato dal servizio pubblico.

È la sorte del meteorologo che promette l’uragano ogni domenica. Alla decima domenica di sole nessuno prende più l’ombrello.

Ed è così che la sinistra ha bruciato la sua credibilità. A forza di avvistare dittature che non arrivavano mai.

Resta la domanda più seria.

Come è stato possibile che un Paese intero, per generazioni, si sia fatto convincere dell’esistenza di una cosa che non esiste più?

La risposta sta in tre ingranaggi.

Il primo è politico. Per mezzo secolo la Repubblica ha vissuto dentro l’arco costituzionale, un recinto da cui era escluso il MSI.

Da lì è nata un’equazione mai scritta e mai smentita: destra uguale fascismo. Milioni di italiani sono cresciuti respirandola come l’aria.

Il secondo ingranaggio è culturale. La sinistra perdeva le elezioni ma vinceva le cattedre, le case editrici, il cinema, le redazioni, le scuole.

Ha scritto i libri su cui studiavano i nostri figli. In quei libri il pericolo stava sempre da una parte sola, mentre dall’altra c’erano soltanto idealisti un po’ sfortunati.

Il terzo è psicologico ed è il più potente. Gli psicologi lo chiamano effetto di verità illusoria. Una frase ripetuta abbastanza volte finisce per sembrare vera, a prescindere dai fatti.

“Il fascismo sta tornando” è stata ripetuta così tante volte da diventare rumore di fondo. Nessuno la verifica più, tutti la danno per scontata.

C’è pure un quarto ingranaggio, il più sottile. Un Paese che nel 1943 si scoprì antifascista dalla sera alla mattina ha sempre avuto bisogno di un fascista da indicare col dito.

Il fascismo degli altri è un’assoluzione collettiva. Finché c’è qualcuno da accusare, nessuno deve guardarsi allo specchio.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. L’antifascista immaginario vive in stato d’assedio, di giorno e di notte.

La sera setaccia le notizie cercando un braccio alzato.

Se non lo trova in Italia allarga la ricerca e scopre con orrore che il fascio littorio sta nell’aula della Camera dei rappresentanti di Washington, nell’emblema della Repubblica francese e sugli sportelli delle auto della Guardia Civil spagnola.

Altro che alleati: un’internazionale nera, con tanto di pattuglie.

La notte sogna piazza Venezia gremita di braccia tese. Si avvicina e scopre che è la fila davanti a una gelateria.

La mattina a Roma vede la gente alla fermata alzare il braccio per fermare l’autobus: una squadraccia in attesa del 64. Il vigile all’incrocio blocca il traffico col braccio teso: evidentemente un reduce.

Un bambino alza la mano per andare in bagno. Va segnalato al preside.

Fa ridere. Ma dietro la farsa c’è una strategia precisa.

Finché l’elettore ha paura del fascismo, non chiede conto di niente. Non chiede delle periferie abbandonate, dei quartieri in mano allo spaccio, delle stazioni dove la sera non si passa.

La paura è il programma di chi non ha un programma.

Va detto con chiarezza, per non lasciare equivoci: l’antifascismo vero ha avuto i suoi morti, le sue carceri, il suo confino. Merita rispetto.

Proprio per questo chi lo usa a vanvera, come una clava da campagna elettorale, lo offende più di chiunque altro.

Come offende la Resistenza l’uso totalmente distorto che oggi ne viene fatto.

Senza la Resistenza il PD e l’ANPI sarebbero uguali a uno scaldabagno elettrico rotto. Inutili. Così viene stiracchiata a secondo delle necessità.

La buona notizia è che il trucco non funziona più. Gli italiani hanno cominciato a guardare il cielo e a vedere il sole. Vanno a votare e votano dall’altra parte.

La sinistra, invece di chiedersi il perché, dà del fascista pure a loro.

Così la lista dei sospetti si allunga: gli elettori, i vigili, i bambini, i gelatai. Prima o poi ci finiranno dentro tutti, tranne chi la compila.

Il vero incubo della sinistra non è il ritorno del Duce. È il giorno in cui il Duce smetterà di tornare.

Quel giorno dovrà presentarsi agli italiani a mani nude, senza fantasmi, con un programma.

Ed è per questo che quel giorno, finché potrà, non arriverà mai.

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