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IL MERCATO DEI DERIVATI E LA BREXIT

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di Laura Luigia Martini*
Come la storia più recente ci racconta, i rapporti tra il Regno Unito e l’Europa, fin dall’adesione alla Comunità Economica Europea (CEE) nel 1973, sono stati sempre caratterizzati da incertezze e ripensamenti. La stessa Margaret Thatcher, nel discorso di Bruges del 1988 aveva messo in guardia contro “un super-stato europeo che esercitava un nuovo dominio da Bruxelles”, e queste parole influenzarono Daniel Hannan, che nel 1990 fondò la Campagna di Oxford per la Gran Bretagna indipendente. Secondo il Financial Times, “con il senno di poi, alcuni vedono questo come l’inizio della campagna per la Brexit”, con un’ampia parte dell’opinione pubblica genericamente ostile all’eurozona.
Come tutti ricordiamo il referendum sulla permanenza o meno nella UE si è svolto in un clima  di grande euroscetticismo il 23 giugno 2016 nel Regno Unito e a Gibilterra e ha visto la maggioranza degli elettori favorevoli all’uscita dall’Unione, ponendo le basi per la cosiddetta “Brexit” (sincrasi tra Britain ed Exit), con la quale si è posto fine all’adesione del Regno Unito alla UE, secondo le modalità previste dall’articolo 50 del Trattato sull’Unione Europea. Dopo l’espletamento delle varie procedure burocratiche, la regina Elisabetta II , il 23 gennaio 2020, ha firmato l’atto di ratifica dell’accordo di uscita dall’Unione, seguito da analoghi adempimenti lato UE, finché, il 31 gennaio 2020 dalle ore 24:00 CET (ore 23:00 GMT) il Regno Unito ha cessato ufficialmente di essere uno Stato membro dell’Unione Europea. Da quel momento è iniziato il periodo di transizione che si è concluso alla fine del 2020. Il 24 dicembre 2020 Unione Europea e Regno Unito hanno inoltre firmato un accordo di commercio e cooperazione entrato in vigore in maniera provvisoria il 1º gennaio 2021, alla fine del periodo di transizione.
Il Regno Unito è stato dunque un membro dell’Unione Europea dal 1973 fino alla sua uscita nel 2020, ma un membro speciale, dal momento che non è mai entrato nell’Unione monetaria europea, cioè non ha mai sostituito la sua valuta – la sterlina britannica – con l’euro. Il Regno Unito negoziò infatti un opt-out dal Trattato di Maastricht relativamente all’adozione dell’euro al posto della sterlina britannica, tanto che, anni dopo, il Primo Ministro Gordon Brown (in carica dal 2007 al 2010), escluse che l’ingresso potesse avvenire nel prevedibile futuro, affermando che la decisione di non aderire all’euro fu quella giusta per la Gran Bretagna.
Dal punto di vista degli accordi relativi agli scambi commerciali tra Gran Bretagna e Unione Europea, essi sono ovviamente molto articolati e complessi, ma quello su cui intendo concentrarmi in questo articolo è il cosiddetto “mercato dei derivati” ancora gestito centralmente da Londra. Si tratta dell’utilizzo da parte della UE delle cosiddette “clearing house”, società che costituiscono sostanzialmente delle stanze di compensazione tra due controparti che si scambiano prodotti derivati.
Ma facciamo un passo indietro per i non addetti ai lavori.
Per definizione il mercato derivato (o mercato dei derivati) è il mercato finanziario dove vengono negoziati strumenti finanziari , o valori mobiliari come forwards, futures, option, swap o altri strumenti derivati. Ma “derivati” da cosa? Si tratta di titoli finanziari che derivano il proprio valore da un altro asset finanziario oppure da un indice sottostante. La natura degli asset può essere molto varia, dalle azioni agli indici finanziari, alle valute fino ai tassi d’interesse e finanche alle materie prime.
La fondamentale differenza rispetto al mercato cash consiste nel fatto che in un mercato derivato si regolano i contratti a scadenza (ovvero gli strumenti derivati) e non si tratta direttamente l’attività sottostante, mentre la logica alla base non cambia. Sul mercato dei derivati ci sono operazioni speculative e altre che si originano dall’idea di coprirsi dal rischio di un portafoglio esistente (operazioni di hedging), per cui è chiaro che questo specifico mercato è molto liquido e molto ampio.
Vale anche la pena osservare che, dopo la Brexit e con l’arrivo della pandemia, era divenuto urgente per l’UE dotarsi di un mercato dei capitali attrattivo e autonomo. D’altro canto la Brexit aveva ridotto significativamente l’impronta dell’UE nei mercati dei capitali: secondo “New Financial”, think tank inglese dedicato ai temi legati ai mercati dei capitali, la quota nell’attività globale è scesa dal 22% prima della Brexit ad appena il 14, tenendo conto del fatto che in media i mercati dei capitali nell’UE sono grandi la metà rispetto a quello inglese, che a sua volta risulta essere la metà di quello statunitense. Malauguratamente, l’operazione di ricerca di una Wall Street europea è fallita, per cui la gestione dei derivati è rimasta e tuttora permane nel Regno Unito, evento di grande impatto se si pensa che le “clearing house” sono ritenute indispensabili proprio per l’avvio e lo sviluppo del mercato unico dei capitali, così come recentemente affermato da Mario Draghi, che lo considera indispensabile stimolo al rilancio degli investimenti privati.
E così, come spiegato in un recentissimo articolo del “Financial Times” poi ripreso da “La Verità”, ogni giorno questi giganti dotati di significative risorse finanziarie, cito – “fanno transitare operazioni del valore nominale di 3500 miliardi di dollari” e due di queste “clearing house” in particolare, LCH e ICE, sono addirittura definite di “importanza sistemica” per la stabilità finanziaria dell’Unione.
La City di Londra si conferma dunque essere piazza finanziaria centrale di livello mondiale. Come se non bastasse, ciò ha rilevanti conseguenze sulle cosiddette “obbligazioni strutturate”, strumenti finanziari a rendimento variabile che nascono dalla combinazione di un’obbligazione ordinaria con uno o più contratti derivati. Donde la richiesta della UE a Londra di estendere nel tempo la possibilità di operare con questi soggetti, come se la Gran Bretagna facesse ancora parte dell’Unione Europea per lo meno fino al 2028. Un’estensione di ben tre anni rispetto a quanto previsto, anni che l’Inghilterra, tanto vituperata per la scelta della Brexit, concederà all’Unione Europea, per evitare, secondo le dichiarazioni di Olof Gill, portavoce della Commissione Europea in materia finanziaria, “qualsiasi rischio di stabilità nel breve termine”, che tanto breve, dati i tre anni richiesti, non sembra.
Una piccola rivincita per l’ex-impero britannico, ancora a capo dell’organizzazione intergovernativa del Commonwealth, terra orgogliosa di grandi conquiste, terra di grandi donne che hanno regnato amatissime dai loro sudditi, che hanno guidato eserciti, costruito una cultura del potere, una cultura delle opportunità basate sul merito, una cultura della parità probabilmente unica al mondo. Certamente la Gran Bretagna soffre per l’uscita dalla UE, il PIL ha subito una notevole contrazione, poiché Brexit ha comunque comportato un costo elevatissimo per gli inglesi.
Ma le difficoltà vengono affrontate con coraggio e la stoica consapevolezza che anche questa crisi passerà, con l’orgoglio di un popolo che si sente ancora parte di un impero. Del resto, molti sono gli stati europei che oggi vivono condizioni difficili, ma quale di loro avrebbe potuto affrontare Brexit e sopravvivere?
* Nuclear Engineer, SDA Bocconi Senior Executive Fellow
 

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