di Cosimo Risi
La morte del Presidente iraniano è attribuita a cause tecniche e al meteo avverso. L’elicottero vetusto e inidoneo ai voli in quota, la tempesta, la nebbia, la scorta che forse c’era e forse no. E’ significativo che i primi sospettati di un guasto provocato abbiano subito messo le mani avanti: noi non c’entriamo. E’ pur vero che il silenzio è nella tradizione dei Servizi israeliani: non confermare né smentire.
Gli stessi Servizi sono ancora scossi dalla disattenzione di ottobre, la sottovalutazione del pericolo che veniva dalla Striscia. Non è la prima volta che accade. Nel 1973 lo Stato ebraico era così orgoglioso della vittoria nella Guerra dei Sei Giorni (1967) che sottovalutò i segnali provenienti dall’Egitto. Cairo non sarebbe stato capace di una nuova offensiva. Ed invece…
Se dunque la morte di Ebrahim Raisi è classificata come incidente, il mondo può tirare un sospiro di sollievo. Non ci sarà la reazione iraniana, stavolta non “telefonata” come l’incursione dei droni su Israele, ma formidabile e forse finale. Nel senso che aprirebbe la possibilità a Gerusalemme di adoperare l’arsenale nucleare in estrema autodifesa.
Israele subisce due indagini dalle Corti Internazionali. La Corte Internazionale di Giustizia per l’accusa di genocidio formulata dal Sudafrica. La Corte Penale Internazionale per crimini di guerra, mettendo insieme come possibili imputati, da una parte, Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant e, dall’altra, Yahia Sinwar e due dirigenti di Hamas.
La comparazione fra loro è motivo di scandalo sia in Israele che in Palestina. Il fronte politico israeliano si ricompatta per una volta attorno ai due membri del Governo. Le critiche alla Corte sono di semplificare i fatti al punto da ignorare che c’è un aggressore e un aggredito, che c’è stato un attacco proditorio a civili inermi e vige il diritto dello Stato a difendersi. Persino Benny Gantz, che di Netanyahu si pone come oppositore e candidato alla successione, si schiera al fianco del Primo Ministro. Difendere Bibi significa difendere la capacità dello Stato di rispondere, anche in maniera vigorosa, alle minacce. Pena: la distruzione dello Stato
I Palestinesi di Gaza replicano in maniera simmetrica. Sono loro gli aggrediti di sempre e le vittime delle stragi perpetrate dalle IDF nella Striscia. Nelle parole del Procuratore della Corte essi trovano il fondamento giuridico delle loro lamentazioni: l’inedia usata come arma di dissuasione e di costrizione della popolazione civile, la strage degli innocenti.
Gli Stati Uniti continuano a tessere la tela degli Accordi di Abramo. Lasciano trapelare l’indiscrezione che l’intesa con l’Arabia Saudita sarebbe pronta ad essere finalizzata. Nel pacchetto è il reciproco riconoscimento fra il Regno e Israele. A condizione che Israele fermi l’attacco a Rafah e, in prospettiva, lavori alla soluzione dei due stati. Gli Stati Uniti darebbero così all’Arabia Saudita lo scudo della sicurezza simile a quello accordato ai loro alleati più stretti.
La Cina è utile ma non essenziale alla regione, gli Stati Unti continuano ad essere utili ed essenziali. Il salto concettuale è evidente, segna una vittoria dell’Amministrazione democratica, che così male aveva esordito con il precipitoso ritiro dall’Afghanistan.
Israele accetterà le condizioni poste dall’Arabia Saudita e confortate dagli Stati Uniti? E’ la domanda chiave cui Netanyahu in primis è chiamato a rispondere. Non è un segreto che il Premier punti a tirarla per le lunghe. Sia per l’intima convinzione che Hamas e soci vadano neutralizzati subito o mai più, sia per salvare la coalizione di destra-destra che lo sostiene al suo diciassettesimo anno di presidenza.
A colpire diplomaticamente Israele è la decisione di alcuni paesi europei (Irlanda, Norvegia, Spagna) di riconoscere lo Stato di Palestina come misura simbolica a favore della pacificazione regionale. L’Unione ha una reazione frastagliata sul punto. Una nutrita minoranza di stati membri è dello stesso avviso di Irlanda e Spagna, altri sono in posizione di attesa, fra loro Francia, Germania, Italia.
L’Iran si avvia alla successione. Il Presidente pro-tempore dovrebbe favorire le nuove elezioni, incombe la selezione dei candidati ad opera della Guida Suprema. Dai primi segnali non dovrebbero esserci scossoni. Il regime tende ad auto-conservarsi. Qualche segnale distensivo viene dalla richiesta agli Americani di collaborare al ritrovamento dei corpi. Una collaborazione “tecnica” non priva di significato politico.
Le condoglianze russe sono arrivate immediate e partecipi. L’Iran è fra i migliori alleati di una Mosca sempre più orientale e meno europea. L’onda lunga della crisi ucraina pesa sulle scelte del Cremlino. In altri tempi sarebbero sembrate anomale, ora sono in linea con i tempi del confronto Est – Ovest, in chiave di rinnovata guerra fredda.




