Mestieri che sono remunerativi, ma il mercato urla nel vuoto
Cercasi calzolaio italiano. Tre parole in un annuncio e dentro c’è un Paese intero che si è perso. Perché quel mestiere, come tanti altri, i nostri ragazzi non li vogliono più fare.
Eppure la richiesta è enorme e questi mestieri sono remunerativi. Un elettricista autonomo a Roma può tranquillamente guadagnare quanto un magistrato a inizio carriera.
Il cinquanta per cento dei giovani italiani scarta a priori i mestieri tecnico-pratici. A priori: non li valuta, non li soppesa, non li confronta con le alternative. Li cancella dal novero delle possibilità, come si cancella un refuso.
Il mercato urla nel vuoto. Servono elettricisti, saldatori, manutentori, meccanici, idraulici, programmatori di macchine a controllo numerico.
Ma il 48,9% dei diplomati ha scelto il liceo – dato in crescita del venti per cento – e con quella scelta, a quattordici anni, ha già escluso quei mestieri dal proprio futuro.
Non a diciotto, non a venticinque: a quattordici. Perché sono gli istituti tecnici e professionali ad avviare rapidamente verso quei lavori e chi imbocca la strada del liceo li ha scartati prima ancora di sapere cosa siano.
Una sentenza emessa da ragazzini su consiglio di famiglie, convinte che il figlio geometra sia una sconfitta e il figlio laureato in Scienze della Comunicazione un successo.
La filiera dell’inutile è avviata: liceo, triennale, magistrale, disoccupazione.
I numeri raccontano una storia brutale, a patto di saperli leggere. Chi si laurea in ingegneria o informatica trova lavoro entro un anno: nove su dieci. Chi si laurea in lettere, psicologia o giurisprudenza resta fuori: uno su due.
La stessa università, lo stesso Paese, lo stesso mercato del lavoro. Due destini opposti che dipendono da una scelta fatta a diciotto anni, quando nessuno ti ha spiegato che non tutte le lauree pesano allo stesso modo.
A cinque anni il dato umanistico migliora e qualcuno ci costruisce sopra una narrazione consolatoria. Bugiarda. Quel miglioramento non misura un riscatto: registra una resa.
Oltre il trenta per cento dei laureati occupati, infatti, svolge attività non coerenti con il titolo, oppure lavori per i quali la laurea non era neppure richiesta.
Il filosofo vende scarpe. Il sociologo gestisce i social di una pizzeria. L’architetto che ha studiato cinque anni per progettare edifici sceglie divani per conto terzi.
La statistica li conta come “occupati”. La dignità professionale, quella, nessun consorzio interuniversitario la misura.
“Sono laureato, sì, ma guardi, è un errore di gioventù.” La battuta di Pietro Sermonti in “Smetto quando voglio” faceva ridere nel 2014.
I disoccupati laureati erano tutti lì: un antropologo che implorava un posto allo sfasciacarrozze, un chimico lavapiatti in un ristorante cinese, due latinisti di fama internazionale benzinai per un cingalese.
Non era satira. Era un documentario travestito da commedia. Mentre già allora, Roma poteva vantare netturbini con la laurea in filosofia da 110 e lode, che spazzavano le strade per l’AMA.
Lo stesso anno, nelle viscere del Sulcis, a seicento metri sotto una Sardegna bruciata dal sole, giovani ingegneri scavavano carbone. Non progettavano gallerie, non calcolavano resistenze dei materiali. Facevano i minatori. Casco, lampada, piccone.
Cinque anni di Politecnico ridotti a forza-braccia nell’ultima miniera di carbone d’Italia, quella che l’Unione Europea avrebbe condannato a chiudere.
Chi scrive li ha incontrati, è sceso in quelle miniere e non ha dimenticato le loro facce e le loro storie.
Undici anni dopo, il Rapporto Almalaurea 2025 certifica che il Paese non ha imparato nulla. Ha solo allungato il catalogo dell’assurdo.
A pochi chilometri dalle università che sfornano titoli senza mercato, gli ITS Academy – due anni di formazione tecnica, non cinque – piazzano l’84% dei diplomati entro dodici mesi.
Il 93% in un lavoro coerente con il percorso di studi. In meccatronica e nel digitale si tocca il 98%. Un diplomato ITS a vent’anni ha un contratto e uno stipendio. Un laureato magistrale in lettere a ventisette ne cerca ancora uno.
Ma solo il quattro per cento dei maturandi si iscrive a un ITS. Fra i liceali, l’1,1%. Perché nella testa delle famiglie italiane l’istituto tecnico superiore resta una scelta di serie B.
Mentre la laurea in Scienze dell’Allevamento, Igiene e Benessere del Cane e del Gatto – esiste davvero, Università di Bari – è serie A.
Eccolo, il capolavoro della riforma che ha demolito l’università italiana. Il “3+2” di Luigi Berlinguer, anno 1999, doveva avvicinare l’accademia al mondo del lavoro. Ha prodotto il contrario.
Gli atenei, anziché costruire lauree sulla domanda del mercato, hanno moltiplicato i corsi per moltiplicare le cattedre. Più insegnamenti significavano più docenti, più docenti significavano più potere accademico.
Il catalogo è da circo: Dolciumeria, Tecnologie Birrarie, Informatica Musicale, Packaging, Tecnologie del Legno, Scienze e Tecnologie Cosmetologiche. Corsi creati non per il mercato del lavoro, ma per il mercato delle cattedre.
La truffa più insidiosa è strutturale. La triennale, concepita come titolo autonomo, è diventata il nuovo diploma di maturità. Stesso peso specifico: prossimo allo zero.
Il 56% dei laureati triennali lo sa e si iscrive alla magistrale. Non per vocazione: per disperazione. E il 96% resta nello stesso ambito disciplinare. Non corregge la rotta, non cambia campo. Raddoppia la scommessa perdente. Due anni in più nello stesso solco, un’altra tesi, un’altra discussione in toga e alla fine lo stesso muro.
In Germania un diciottenne entra nel sistema duale e a vent’anni è un tecnico specializzato con contratto, retribuzione e dignità sociale. In Italia un ragazzo sceglie il liceo a quattordici anni, prosegue con la triennale, aggiunge la magistrale e a ventisette scopre che avrebbe guadagnato di più – e prima – facendo l’elettricista.
Ma ormai è tardi. Ha in mano un titolo che il mercato non vuole e un orgoglio familiare che non gli permette di ammetterlo.
Così l’annuncio aspetterà ancora a lungo: Cercasi calzolaio italiano, offresi laureato.





