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IL FALLIMENTO DELLA PACE UNIVERSALE E DEL GOVERNO MONDIALE

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Uno degli aforismi noti afferma che errare è umano e perseverare è diabolico.

L’aforisma ci induce a pensare che per non errare ulteriormente sia necessario imparare dagli errori.

Ci sono errori che la storia ci consegna come tali.

Uno di questi è il tentativo di costruire la pace attraverso la costituzione di organismi sovranazionali e sovrastatali (Federazione, Lega delle nazioni, ecc.), con l’obiettivo finale di un governo unico mondiale.

Un altro errore è quello, tipico delle utopie, del governo di re illuminati o di ottimati, scienziati, filosofi.

Il fallimento di queste due idee del modo con cui governare i popoli e conseguire la pace è oggi, drammaticamente, sotto gli occhi di tutti.

Immanuel Kant, nel suo trattato: “Per la pace perpetua”, dopo aver constatato che gli Stati si fanno continuamente le guerre, scrive che “allora è necessario che esista una confederazione di tipo speciale che potremmo chiamare lega della pace (faedus pacificum) e che essa sia ben distinta da un semplice trattato di pace (pactum pacificum): il trattato mette fine a una guerra, la lega invece a tutte”. [1]

La Società delle Nazioni, anche conosciuta come Lega delle Nazioni, è stata la prima organizzazione intergovernativa avente come scopo quello di accrescere il benessere e la qualità della vita degli esseri umani. Non ha risolto nulla. Nata nel 1918 è stata chiusa nel 1946 a seguito della nascita dell’Onu, altra organizzazione sovranazionale che sta dimostrando di non servire a nulla. La Società delle Nazioni non ha impedito la seconda guerra mondiale e l’Onu, oltre a produrre carrozzoni burocratici, rimane inascoltato per le questioni che contano, bloccato da veti e da incapacità propositiva.

Dell’Onu, purtroppo, conosciamo alcune filiazioni, come l’Organizzazione mondiale della sanità, di fatto privatizzate e con la pretesa di dettare leggi al mondo.

Della Federazione russa è inutile parlare, essendo una federazione solo di nome e per nulla di fatto. La Russia, a parte la parentesi sovietica, è quella degli zar e usa gli stessi criteri.

Gli Stati Uniti d’America, che parrebbero essere un esempio per il mondo, sono una repubblica federale e sono divenuti come sono oggi dopo una sanguinosa guerra civile che ha visto prevalere il capitalismo industriale del nord sul capitalismo agrario del sud.

Gli Usa, pertanto, sono il frutto di una vittoria e di una sconfitta e ancora oggi nei confronti dei Confederati è in atto una guerra ideologica che, recentemente, si è tradotta nell’eliminazione di nomi e di statue di personaggi della Confederazione.

Negli Usa sta crescendo il contenzioso, quando non addirittura il conflitto, tra Washington e i singoli Stati su materie di grande spessore, interne e internazionali.

L’altro esempio di Unione è quello europeo, che non ha avuto il coraggio di diventare Repubblica federale e che si regge su una situazione giuridica sghemba che ha consentito alla Germania, in asse con la Francia, di giocare una partita a proprio vantaggio, sulla pelle degli altri Stati membri. A chiudere la partita sono arrivati gli Stati Uniti, i quali, sollecitando la Russia, hanno determinato una risposta che ha portato alla guerra in Ucraina, il cui risultato è la riduzione ai minimi termini della Germania, lo spostamento della Russia in alleanza con la Cina e il progressivo contenzioso tra gli Stati membri.

Inoltre l’Unione Europea si è dotata di un apparato burocratico mostruoso per numero e qualità, il quale si è di fatto sovrapposto alla politica, seguendo le linee del capitalismo finanziario, delle multinazionali e dei vari pensatori mondialisti.

Il fallimento dell’unione Europea è evidente a tutti coloro che non abbiano il paraocchi di un europeismo di maniera o di interesse.

La pace non è stata conquistata, anzi si è arrivati a una quantità di conflitti che assomigliano ad una terza guerra mondiale in parte per procura e in parte in modalità ibride.

Tutti i vari organismi sovranazionali hanno teso a omologare, suscitando una risposta contraria da parte di molti soggetti.

Continuare a ripetere le teorie kantiane sulla pace perpetua come risultato di leghe o di federazioni o di superstati è davvero diabolico, perché errare va bene, ma non prender atto degli errori è diabolico e, oggi, per l’Occidente, autodistruttivo.

Lo stesso dicasi per tutti i tentativi di imporre il governo degli ottimati, dei tenici, degli scienziati, dei filosofi, e via discorrendo.

Le utopie dietro le quinte nascondono le dittature, a cominciare dalla Repubblica ipotizzata da Platone.

La Repubblica di Platone, infatti, non è solo un’asettica elaborazione filosofica, ma si pone come un manifesto politico, conseguente ad esperimenti reali e propedeutico alla loro continuazione.

In particolare, il riferimento è, come ben spiega Luciano Canfora, professore emerito all’Università di Bari, al governo utopico-sanguinario dei Trenta (404-403 a.C.), i cosiddetti «trenta tiranni», i quali, “pur dopo la sconfitta e il naufragio tragico del loro tentativo «palingenetico» hanno continuato a ritenere che si fosse trattato unicamente di un incidente di percorso, cioè di un esperimento da migliorare e riproporre”. [2]

Luciano Canfora ricorda come ci fossero esperimenti di governo pitagorico in corso in vari luoghi. “In Magna Grecia era in atto da tempo, con Archita, l’esperimento di governo pitagorico che, a sua volta, non era stato senza effetti come elemento ispiratore della costruzione platonica. Platone va in Sicilia a tentare la Kallipolis perché a Taranto c’è Archita che governa”. [3]

Canfora propone le critiche del tempo all’opera di Platone, prima fra tutte quella di Aristofane.

Sotto tiro è il ruolo dei «guardiani», pronti a combattere non solo il nemico esterno, ma chi all’interno agisce male. Un ruolo ben interpretato da tutti i totalitarismi e da tutti i dittatori succedutisi nei secoli.

Canfora ricorda la “polarizzazione negativa che Platone ha suscitato contro di sé e contro il suo spregiudicato interventismo politico” e come un “poco letto Aristofonte compose un Platone nel cui unico frammento superstite dovuto, al solito, ad Ateneo (XII,552 E = fr.8K-A) qualcuno dice, forse rivolto a Platone medesimo: «così in pochi giorni ci farai tutti morti»!”. [4]

Significativo l’attacco sferrato alla Kallipolis di Platone da Erodico di Seleucia, grammatico del II sec. a.C. (Contro il filosocrate). “I due punti più rilevanti su cui si concentra l’attacco – scrive Luciano Canfora – sono: la pretesa platonica di formare «l’uomo nuovo» come premessa fondante della Kallipolis e la deriva «tirannica» che immediatamente hanno preso coloro che, in varie città greche, dopo aver frequentato lui si sono impegnati in politica”. [5] “In altri termini – sostiene ancora Canfora – l’Accademia non fu semplicemente un «pensatoio» (come non lo fu del resto la meno strutturata ma non meno efficace cerchia socratica). E’ evidente che volle essere anche una fucina di potenziali «governanti» (…). Perciò, soprattutto perciò, dall’esterno è stata vista con sospetto: anche come un pericoloso luogo di formazione di aspiranti a governare in nome di allarmanti progetti”. [6]

La storia si ripete, con i vari pensatoi moderni dove c’è chi ritiene di pensare per il gregge.

Di fronte alla situazione reale attuale è necessario, al contrario di continuare sulle vie del passato, dimostratesi errate, ridare spazio non all’omologazione, ma alla trattativa, alla diplomazia, al recupero del rapporto fatto di reciproche convenienze.

Oggi il mondo è multipolare nella realtà e deve essere multipolare anche nella modalità con la quale gli Stati si rapportano tra di loro.

Se il ‘900 è stato il secolo della Lega delle nazioni e dell’Onu, il nuovo secolo che stiamo vivendo, che è anche l’inizio di un nuovo millennio, deve adottare nuove soluzioni, facendo piazza pulita di quanto non ha funzionato o correggendo alla radice quanto si ritiene comunque ancora valido.

L’Unione Europea, in questo contesto, va rivoltata da capo a piedi, riformulata, sburocratizzata e disinfestata dagli ottimati, per diventare un’effettiva federazione di Stati sovrani che delegano solo alcuni grandi aspetti della loro sovranità in ragione di un Parlamento e di un Governo direttamente eletti e di una Costituzione (che non c’è).

Infine, a proposito della guerra, Kant scrive: “Tuttavia, nello stato di natura (in cui non esiste alcun tribunale in grado di emanare sentenze valide) la guerra è solamente un mezzo, doloroso ma necessario, per affermare attraverso la forza il proprio diritto”.[7]

Qui ci sovviene la saggezza di Eraclito: “Pólemos di tutte le cose è padre, di tutte le cose è re: e gli uni rivela dèi, gli altri umani, gli uni rende schiavi, gli altri liberi”. Fr.22B53DK .

“Pólemos, il Conflitto perenne connaturato a phýsis – commenta Angelo Tonelli – domina su tutti i livelli del mondo fenomenico. A seconda delle differenti alchimie di Contesa, questo o quel centro individuale emerge rispetto agli altri, assurgendo alla dimensione divina, oppure soccombe, e sprofonda nella schiavitù. Il dio, il libero, si distinguono dall’umano, dallo schiavo, in virtù della capacità di cogliere il conflitto e, più in generale, le peripezie della vita, con assoluto distacco e sguardo giocoso, o come occasione evolutiva”. [8]-.

Se cristallizzi la Contesa non dai luogo ad armonia, ma a polarizzazione e schiavitù. Se fuggi da Contesa non realizzi Armonia, ma inutile separazione.

Armonia è affrontare la Contesa, in questo caso tra Stati, popoli e nazioni senza che precipiti in un conflitto cruento, in una guerra distruttiva, ma trovando un equilibrio possibile.

Pace deriva dalla radice indoeuropea pak- pag- dai significati di: fissare, pattuire, legare, unire, saldare.

L’idea che ci siano più soggetti che vanno uniti, attraverso patti, è quindi etimologicamente insita nello stesso concetto di pace, che non può essere raggiunta, come avrebbe voluto il fabiano Herbert Wells (“Il nuovo ordine mondiale”), attraverso un unico potere planetario, al quale dovrebbe corrispondere una collettivizzazione mondiale, ma attraverso patti i quali implicano reciproci riconoscimenti e reciproche legittimazioni di soggetti diversi e autonomi.

Attiene a questo concetto di pace quanto ha scritto Henry Kissinger (“L’arte della diplomazia”) nel 1994, all’indomani della fine dell’Unione Sovietica e conseguentemente della Guerra Fredda: “Per definizione, un accordo di equilibrio delle forze non può soddisfare del tutto ogni membro del sistema internazionale, ma funziona in modo ottimale quando mantiene l’insoddisfazione al di sotto del livello al quale la parte contestante cercherebbe di sovvertire l’ordine internazionale”.

 

[1] Immanuel Kant, “Per la pace perpetua”, Ibex

[2] Luciano Canfora, La crisi dell’utopia – Aristofane contro Platone, Laterza

[3] Luciano Canfora, La crisi dell’utopia – Aristofane contro Platone, Laterza

[4] Luciano Canfora, La crisi dell’utopia – Aristofane contro Platone, Laterza

[5] Luciano Canfora, La crisi dell’utopia – Aristofane contro Platone, Laterza

[6] Luciano Canfora, La crisi dell’utopia – Aristofane contro Platone, Laterza

[7] Immanuel Kant, “Per la pace perpetua”, Ibex

[8] Angelo Tonelli, Eraclito, Feltrinelli.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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