Il segnale che il mercato del petrolio non ha voluto leggere
Per settimane l’attenzione internazionale si è concentrata sulle minacce iraniane nello Stretto di Hormuz, sulle tensioni nel Mar Rosso e sulla possibilità che il petrolio tornasse a essere l’arma geopolitica per eccellenza.
Eppure, mentre il mondo osservava i missili e le petroliere, un altro segnale, molto più silenzioso, stava emergendo dai dati commerciali cinesi.
La Cina ha drasticamente ridotto le proprie importazioni di greggio, raggiungendo livelli che non si vedevano da quasi un decennio. Una scelta apparentemente controintuitiva per il più grande importatore mondiale di petrolio, ma che assume un significato completamente diverso se letta con una lente strategica.
Perché Pechino abbia acquistato meno petrolio? Forse è importante capire cosa la Cina aveva già compreso?
Nella geopolitica contemporanea il vantaggio non appartiene necessariamente a chi possiede più risorse, ma a chi riesce a interpretare prima degli altri i segnali deboli del sistema internazionale.
La Cina non dispone di una sfera di cristallo, ma dispone di qualcosa di altrettanto efficace una straordinaria capacità di integrare intelligence economica, dati satellitari, monitoraggio del traffico marittimo, produzione energetica, informazioni diplomatiche e analisi industriali.
Ogni petroliera che attraversa Hormuz, ogni rallentamento in una raffineria saudita, ogni variazione nella produzione dell’OPEC, ogni congestione nei porti asiatici entra in un sistema informativo che permette a Pechino di costruire una fotografia del mercato molto prima che questa diventi evidente agli altri attori.
È questa la differenza fondamentale tra una potenza commerciale e una potenza strategica. Ridurre gli acquisti proprio mentre il sistema energetico mondiale diventava sempre più instabile significa aver deciso di utilizzare le proprie riserve strategiche invece di alimentare ulteriormente un mercato già sotto pressione.
La Cina possiede una delle più grandi capacità di stoccaggio petrolifero del pianeta e può permettersi di trasformare il tempo in un vantaggio geopolitico. Mentre altri continuano a comprare per necessità, Pechino può attendere.
Tutto questo non è solo interno alla Cina, potrà portare grandi problemi al mondo. Se nei prossimi mesi le tensioni nello Stretto di Hormuz dovessero intensificarsi, se il Mar Rosso continuasse a rimanere instabile e se parte della produzione mondiale dovesse incontrare ulteriori difficoltà logistiche, il ritorno della domanda cinese potrebbe coincidere con un’offerta già limitata.
Sarebbe una combinazione estremamente delicata, il più grande compratore del pianeta tornerebbe ad acquistare proprio quando il petrolio disponibile sul mercato sarebbe più scarso.
In altre parole, il rischio non è rappresentato dall’attuale rallentamento delle importazioni cinesi, il rischio è rappresentato dal loro inevitabile ritorno. Questo spiegherebbe molte delle mosse parallele della strategia cinese.
Negli ultimi anni Pechino ha accelerato gli investimenti nei porti che possiede con la Belt and Road Initiative, ha consolidato la propria presenza nell’Oceano Indiano, ha rafforzato i rapporti energetici con la Russia attraverso gli oleodotti terrestri, ha aumentato gli acquisti dal Brasile, ha investito nelle infrastrutture del Golfo Persico e ha moltiplicato gli accordi con l’Asia Centrale. Ogni nuova rotta riduce la dipendenza da un unico punto di strozzatura.
La geografia, per la Cina, non è un limite ma un problema da diversificare.
Lo stesso sviluppo delle connessioni ferroviarie euroasiatiche, dei corridoi energetici terrestri e degli investimenti nei porti africani e mediorientali risponde alla medesima logica, costruire ridondanza.
Ogni infrastruttura aggiuntiva rappresenta una polizza assicurativa contro un’interruzione delle rotte marittime. Ma questa strategia non riguarda soltanto la Cina, produce effetti diretti su tutti gli altri grandi attori del sistema internazionale.
Gli Stati Uniti continuano a essere il principale produttore mondiale grazie allo shale oil e possono assorbire meglio eventuali shock dell’offerta.
L’Europa, invece, rimane fortemente dipendente dalle importazioni energetiche e quindi maggiormente esposta alle oscillazioni dei prezzi.
India, Giappone e Corea del Sud, grandi importatori asiatici, si trovano nella stessa posizione di vulnerabilità, se Pechino dovesse tornare ad acquistare grandi volumi in un momento di scarsità, la competizione per assicurarsi il greggio disponibile diventerebbe inevitabilmente più intensa.
Non è un caso che la Cina osservi con attenzione il Medio Oriente senza assumere il ruolo militare degli Stati Uniti. La sua priorità non è controllare gli stretti, ma garantire che esistano sempre alternative nel caso in cui uno di essi venga compromesso.
Questa è la differenza tra la strategia americana e quella cinese.
Washington continua a garantire la sicurezza delle grandi rotte oceaniche attraverso la propria presenza navale. Pechino, invece, costruisce una rete di infrastrutture, accordi energetici e riserve strategiche che le consenta di ridurre progressivamente la vulnerabilità alle crisi.
Chi possiede riserve può aspettare e chi dipende dagli acquisti quotidiani è costretto a rincorrere il mercato.
La storia insegna che i grandi cambiamenti geopolitici raramente iniziano con un’esplosione. Molto più spesso iniziano con una decisione apparentemente tecnica che passa inosservata.
Forse il mercato ha osservato soltanto il calo delle importazioni cinesi. La geopolitica, invece, dovrebbe interrogarsi sulla domanda più importante, perché Pechino ha scelto di aspettare, che cosa ha già visto arrivare all’orizzonte?


Elena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.


