Perché il tecno-determinismo di Harari è un abisso etico
Sotto le luci asettiche di Davos, tra i corridoi dove il potere globale incontra l’innovazione più spinta, la voce di Yuval Noah Harari risuona spesso come quella di un profeta laico.
Ma dietro la sua analisi della “fusione tra biotecnologia e infotech” si cela una narrazione che, se accettata acriticamente, rischia di smantellare le fondamenta stesse della nostra dignità umana.
Come professionisti che vivono di tecnologia, ma che respirano etica, sentiamo il dovere di accendere una luce sulle crepe di questo castello di sabbia algoritmico. Harari non sta solo descrivendo il futuro; sta suggerendo che l’umanità sia un concetto obsoleto. È ora di rispondere.
1. Il mito dell’Uomo “hackerabile”: siamo davvero solo algoritmi?
Harari sostiene che gli esseri umani siano “animali hackerabili”. La sua tesi è brutale: se possiedi abbastanza dati e potenza di calcolo, puoi capire le persone meglio di quanto esse capiscano se stesse, rendendo il libero arbitrio un’illusione del passato.
• Il disastro etico: ridurre l’esperienza umana a un flusso di dati biochimici è un atto di riduzionismo violento. L’etica non nasce dai dati, ma dal mistero della coscienza. Se accettiamo di essere “hackerabili”, proprio nel senso inteso da Harari, rinunciamo alla responsabilità individuale. Se ogni mia scelta è solo il risultato di un algoritmo biochimico, allora non esiste colpa, non esiste merito e nemmeno resistenza. Smontare questo principio significa riaffermare che l’uomo è più della somma dei suoi input: è intuizione, è scintilla, è l’imprevedibilità del sacrificio che sfida ogni logica binaria. Siamo esseri spirituali che vivono un’esperienza umana, per dirla con Pierre Teilhard De Chardin.
2. La classe degli “inutili”: un insulto alla sacralità della vita
Uno dei concetti più agghiaccianti portati da Harari al WEF è l’emergere della “classe inutile” (useless class): milioni di persone private di valore economico a causa dell’automazione e dell’IA.
• Il disastro etico: definire un essere umano “inutile” in base alla sua produttività di mercato è la massima espressione del nichilismo capitalista. L’etica ci insegna che il valore di una persona è intrinseco e inalienabile, non funzionale. Accettare questo termine significa preparare il terreno culturale per l’abbandono sociale. Un umanesimo che ha cuore la verità deve urlare che nessuno è inutile: la dignità risiede nell’esistere, nel curare, nell’amare, nel sognare, nel servire, in qualche modo, agli altri, attività che nessuna IA potrà mai efficientare.
3. La fine del libero arbitrio: il tradimento della democrazia
Harari suggerisce che l’autorità si stia spostando dagli umani agli algoritmi, perché questi ultimi “sanno cosa è meglio per noi”. La democrazia liberale, secondo lui, potrebbe non sopravvivere a questa transizione.
• Il disastro etico: questo è un invito alla resa tecnocratica. Affidare le decisioni morali e politiche alle macchine non è progresso, è un ritorno al feudalesimo, dove il “Signore” è un codice proprietario e opaco. La democrazia non è l’efficienza della scelta, ma la fatica della scelta. Smontare le tesi di Harari qui significa difendere il diritto di sbagliare, di essere irrazionali e di lottare per i propri valori, anche quando i dati dicono il contrario. La sovranità umana non è un bug del sistema, è la sua unica giustificazione.
4. Il “post-umanesimo” come privilegio di pochi
Harari parla spesso dell’evoluzione della specie verso il Deus, dove l’élite potrà potenziarsi biologicamente, creando una frattura biologica tra “dei” e “sapiens”.
• Il disastro etico: qui l’etica si scontra con la giustizia sociale più elementare. Questa visione trasforma l’IA e la biotech in strumenti di apartheid biologica. Invece di usare la tecnologia per colmare i divari, la visione di Harari normalizza l’idea di una disuguaglianza ontologica. È un ritorno all’eugenetica, vestita con abiti di seta tecnologica. Appare superfluo rimarcare il rifiuto doveroso dell’idea che l’evoluzione sia un bene di lusso.
Verso un nuovo Rinascimento dell’anima
Harari ci osserva attraverso la lente di un microscopio, ma la sua analisi manca del battito vitale che rende la storia degna di essere vissuta: la speranza. La tecnologia non deve essere il rimpiazzo dell’umanità, ma il suo più grande atto di liberazione.
Se è vero che l’intelligenza artificiale e l’automazione minacciano di scardinare il concetto di “produttività” così come lo abbiamo ereditato dalla rivoluzione industriale, non dobbiamo temere l’abisso della “inutilità”. Al contrario, dobbiamo reclamare il diritto all’Otium.
Per gli umanisti classici, l’otium non era il vuoto dell’inerzia, ma lo spazio sacro della cura di sé, della riflessione filosofica e della creazione artistica. È l’ozio creativo che ha dato i natali alla bellezza, alla democrazia e alla scienza.
Se le macchine si faranno carico del negotium – degli affari, della ripetitività, della fatica algoritmica – allora ci staranno restituendo il dono più prezioso che l’uomo abbia mai posseduto: il tempo nella sua massima qualità.
Non siamo algoritmi da decifrare, né ingranaggi di una macchina economica che, una volta usurati, diventano scarti. Siamo esseri destinati alla meraviglia. Il vero progresso non è quello che ci trasforma in “dei” digitali asettici e immortali, ma quello che ci permette di tornare a essere pienamente umani: liberi dal giogo della sopravvivenza per dedicarci alla fioritura dello spirito.
Accogliamo, dunque, la tecnologia non come un padrone che ci rende obsoleti, ma come un servitore che ci apre i cancelli di un nuovo Rinascimento. Non permettiamo che il freddo determinismo di Davos diventi il sudario del nostro futuro; facciamo in modo che sia, invece, il sipario che si alza sulla nostra più grande opera: una vita consapevole, magnifica, sorprendente, finalmente padrona del proprio tempo.


Mariarosaria Murmura abita comunicazione e formazione come ponti verso l'essenziale, promuovendo una consapevolezza che attinge alle radici dell'umano. Autore di narrativa e saggi, dedica la sua ricerca alle Tradizioni e alle Vie iniziatiche, temi che approfondisce in seminari e conferenze.


