
Una cara amica mi scrive chiedendomi quale è il mio pensiero su Hamas – Israele.
Immagino che la sua domanda sia intesa a conoscere le motivazioni di fondo che hanno condotto ad un confronto armato nel quale sono coinvolti drammaticamente i civili, mettendo in campo anche gli aspetti emotivi e morali.
La risposta è complessa tanto quanto lo è la situazione e, a mio parere, presuppone il porsi come osservatori, prescindendo dalle emozioni, dagli schieramenti a priori, dalle questioni morali.
Per capire è necessario essere il più possibile asettici e algidi.
La risposta va cercata in una guerra ibrida e asimmetrica, ormai mondiale, con implicanze geopolitiche ed economiche, che ha come posta in gioco il controllo delle fonti energetiche, delle materie prime e della logistica.
Siamo entrati in una fase di caos che sconta la fine dell’egemonia totale statunitense e l’idea della finanza anglo-americana di poter disporre del mondo a proprio piacimento. L’idea, dimostratasi un’illusione, ha attivato vari soggetti geopolitici (Russia, Cina, India, Giappone, ecc.) che rivendicano un nuovo ordine multilaterale.
Siamo usciti da due sistemi ordinati: Guerra Fredda e primazia Usa dopo la fine dell’Urss e siamo entrati in una fase di caos e di guerra senza limiti, dove tutte le armi (non solo i cannoni) sono attivate.
Questo il quadro dal quale partire.
Riguardo al controllo delle materie prime dovremmo occuparci dell’Africa, dei molti conflitti (vedi Sudan), della cacciata dei francesi dalle ex colonie, dell’arrivo dei russi al loro posto, dell’influenza della Cina e via discorrendo. Prossima riflessione.
Riguardo allo specifico tema della guerra Hamas-Israele, credo si possano elencare quattro principali linee di lettura.
La prima riguarda la logistica. La seconda l’impero iraniano. La terza l’intento panislamico della Turchia. La quarta l’impossibilità di Israele di mostrarsi debole.
Queste linee di lettura sono inserite nel Grande Gioco della guerra mondiale ibrida e asimmetrica in atto su vari fronti (vedi Ucraina, pressioni sul Pacifico, Brics, ecc.).
La questione della logistica è il principale elemento di innesco del conflitto.
Gli Accordi di Abramo hanno reso possibile il riconoscimento reciproco di Israele e Riad. Riconoscimento prodromico alla costruzione della Via del Cotone, il corridoio economico fra India, Medio Oriente ed Europa, a cui ha dato il via la firma a settembre del memorandum d’intesa e che si articola su collegamenti ferroviari e portuali.

La Via del Cotone connette, come si vede nella cartina, l’India, che si pone come sostituto della Cina nei rapporti commerciali e geopolitici con l’Europa, con gli Emirati Arabi Uniti, con l’Arabia Saudita e con Israele, dal cui porto di Haifa si allunga verso l’Italia e la Francia per raggiungere il cuore d’Europa.
E’ del tutto evidente che la Via del Cotone si pone come alternativa e concorrenziale alle varie vie della seta che, fra l’altro, scontano le difficoltà Cinesi nello stretto di Malacca e che sono state tagliate dal conflitto in atto in Ucraina.
La Cina, alleata di Mosca e di Teheran, ha tentato di mediare un avvicinamento tra Riad e Teheran, con l’intento di bloccare il riconoscimento dell’Arabia Saudita con Israele. Manovra riuscita, ma non sufficiente per inibire l’accordo, considerato che l’Arabia Saudita ha interessi con gli israeliani che vanno, ad esempio, nel Mar Rosso, di fronte a Sharm el-Sheikh, dove sta sorgendo una smart city, The Line, città a sviluppo verticale in costruzione nella zona Nord-Overst del Paese, nella provincia di Tabuk, e che dovrebbe essere ultimata entro il 2030. Non solo. L’Arabia Saudita ha in animo di sviluppare centrali nucleari e a tal proposito ha un accordo di aiuto tecnologico con la Cina, ma ha chiesto aiuti anche all’Occidente.
Ad oggi, nel panorama nucleare del Medio Oriente, solo due nazioni vantano centrali attive: l’Iran, con la singola unità operativa a Bushehr, e gli Emirati Arabi Uniti, che hanno quattro reattori in funzione presso la centrale di Barakah, costruita grazie alla collaborazione con la Corea del Sud.
In Egitto il progetto di dotarsi di energia nucleare è stato avviato nel 2018 in collaborazione con la Russia, concretizzandosi nel 2022 con l’inizio della costruzione della centrale di El Dabaa. Sebbene l’acquisizione di armi nucleari non sia un obiettivo immediato per il governo egiziano, la creazione di un’infrastruttura nucleare rappresenta un passo importante in questa direzione.
Anche la Turchia ha intrapreso un percorso simile, optando anch’essa per la cooperazione con la Russia e avviando la costruzione di una centrale nucleare nel 2018.
L’espansione del settore nucleare nel Medio Oriente trova le sue radici principalmente nella determinazione dei Paesi della regione di diversificare le proprie fonti di entrate, sia in termini energetici che economici, al fine di ridurre la dipendenza storica da petrolio e gas.
La corsa nucleare nella regione ha avuto inizio nel 2011, quando la centrale nucleare iraniana di Bushehr è stata collegata alla rete elettrica locale.
L’Arabia Saudita ha annunciato nel 2018 i suoi piani per la costruzione di 16 reattori nucleari entro il 2040.
Nel 2023, la scoperta di riserve di uranio nel Paese ha spinto il ministro dell’Energia saudita, il principe Abdulaziz bin Salman, a confermare l’intenzione del regno di perseguire attivamente lo sviluppo dell’infrastruttura nucleare.
La motivazione di Riad non è solo di natura economica o energetica, ma è fortemente influenzata anche dal programma nucleare iraniano, che, sebbene mai dichiarato apertamente a scopi militari, ha suscitato preoccupazioni nella regione. L’Arabia Saudita ha perciò manifestato l’aspirazione non solo di raggiungere l’autonomia nel ciclo del combustibile nucleare, ma ha anche lasciato intendere la possibilità di utilizzare tale tecnologia per sviluppare un arsenale nucleare. Nel 2018 il principe ereditario Mohammed bin Salman ha dichiarato che l’Arabia Saudita avrebbe cercato di sviluppare o acquisire armi nucleari se l’Iran avesse proseguito con il suo programma atomico.
E qui arriviamo alla seconda linea di lettura, che si intreccia con la prima: l’impero iraniano.
L’idea di Teheran è riassumibile in quanto scrive Dario Fabbri su Domino (2/2024): “Esiliare gli Stati Uniti, tatticamente già concentrati su altri fronti, troppo stanchi per giocare con il tangenziale attore sciita. Isolare Israele, impossibile da sconfiggere giacché unica potenza autoctona con arsenale nucleare, ma contornabile costringendo le monarchie del Golfo all’appeasement. Privare la Turchia della missione panislamica, reclamata dagli ayatollah tramite strumentale sostegno della causa palestinese, (posticcia) madre di tutte le battaglie”.
Nella diplomazia internazionale, per appeasement si intende la politica di fare concessioni politiche, materiali o territoriali a una potenza aggressiva nell’intento di evitare un conflitto.
L’impero iraniano si avvale degli Houthi, di Hamas, di Hezbollah.
Non essendo riuscito il blocco del riconoscimento tra Israele e Arabia Saudita prodromico alla Via del Cotone, l’Iran ha attivato Hamas che, il 7 ottobre ha attaccato Israele uccidendo 1.200 persone tra militarie civili. Da qui l’avvio di quella che ora è la Guerra di Gaza, che ha bloccato, per ora, l’Arabia Saudita dal riconoscere Israele e, conseguentemente, ha bloccato la Via del Cotone.
L’ingresso sulla scena degli Houti ha reso difficilmente transitabili il Mar Rosso e il Canale di Suez, con un risvolto commerciale negativo per l’Europa, con l’innalzamento dei costi dei noli e delle assicurazioni e con la carenza di materiale per le industrie.
Gli Houti, con mezzi da quattro soldi, forniti dall’Iran, sono in grado, nonostante la mobilitazione di navi occidentali, con varie regole d’ingaggio, di colpire e fuggire e, pertanto, è da ritenere che il Mar Rosso rimarrà insicuro per molto tempo.
Tutto questo favorisce le vie artiche, che si stanno aprendo, e alle quali sono particolarmente interessate Cina e Russia.

E’ evidente, dando uno sguardo alla cartina, che bloccata la Via del Cotone (puntini rossi), bloccato Suez (linea azzurra), rimangono le vie artiche e il superamento del Capo di Buona Speranza.

L’attivismo di Teheran non è solo relativo ad interessi economici, ma anche a questioni di egemonia politica relativa a un panislamismo che vede attivissima la Turchia, paese con il quale l’Iran ha più di una frizione in atto.
Infine, Israele.
La sopravvivenza di Israele, sin dalla sua fondazione, è stata affidata alla sua capacità di deterrenza nei confronti degli attacchi di chi lo vorrebbe eliminare.
Come scrive Dario Fabbri (Domino 2/2024), “l’avvicinamento alle monarchie arabe non è avvenuto per languido innamoramento, ma per computo securitario. Dunque la campagna di Gaza dovrà riaffermare la superiorità militare d’Israele, ragione degli Accordi di Abramo. Guerra per mostrare di saper fare la guerra. Opera di persuasione per intimorire monarchie del Golfo”.
La logica ferrea sembra tenere. “Oltre ogni temporaneo sfilamento – aggiunge Fabbri – , il contenimento dell’Iran è inalterato. Nessun regime ha ripudiato gli Accordi di Abramo. Neppure l’Arabia Saudita, preoccupata soltanto di come annunciare la prossima firma”.
Ognuno può commuoversi come vuole, ma la nuda e cruda realtà è questa.
L’unico modo per disinnescare i focolai sparsi per il mondo è un nuovo ordine mondiale concordato e affidabile.





