IL CIBO DI DANTE, LA NASCITA DI UNA CULTURA “EUROPEA” ANTE LITTERAM: ECLETTISMO FILOSOFICO E COSMOPOLITISMO.
Or ti riman, lettor, sopra ‘l tuo banco,
dietro pensando a ciò che si preliba,
s’esser vuoi lieto assai prima che stanco.
Messo t’ ho innanzi: ormai per te si ciba;
ché a sé torce tutta la mia cura
quella materia ond’ io son fatto scriba. Par., X, 22-27
Ora, lettore, rimani pure sul tuo banco di scuola,pensando a ciò di cui qui ti si è offerto appena un
assaggio (ciò che si preliba)se vuoi provare tanto piacere da non stancarti (s’esser vuoi lieto assai
prima che stanco).
Ti ho messo dinanzi il cibo: adesso puoi continuare il banchetto per tuo conto perché quella materia
di cui mi sono fatto umile trascrittore scriba.attira di nuovo verso di sé tutta la mia attenzione.
Nel teatro virtuale della beatitudine – il Paradiso – siamo giunti a metà strada: siamo entrati nel cielo
del Sole, il quarto dei nove cieli che ancora ci separano dalla Candida Rosa e dall’Epireo. A questo
cielo Dante dedica ben tre canti (X, XI, XII) di cui questo canto decimo è il primo. Nel cielo del Sole
il poeta celebra la sapienza di Dio e di coloro che se ne cibarono in vita: i beati sapienti.
Sono costoro spiriti “illuminati” in quanto in vita accolsero la luce del sole della conoscenza e se ne
lasciarono rischiarare, così come quella del sole rischiara e nutre la realtà mondana. I beati sapienti
sono suddivisi in due corone (o ghirlande spiriti): nella prima – al canto X- gli spiriti sapienti sono
12 (come gli apostoli), mentre in quella successiva ne troviamo soltanto due, ma di grosso calibro:
san Francesco al canto XI e san Bonaventura a quello seguente.
Limitiamoci per ora al canto X: a prendere la parola per presentarle i dodici spiriti è Tommaso
d’Aquino, ovvero il pensatore di riferimento di Dante, il filosofo e teologo domenicano che più di
ogni altro si era impegnato nello sforzo di conciliare l’eredità della filosofia aristotelica con le verità
della fede cattolica.
Tommaso è il perno della gloriosa rota degli spiriti sapienti – gli ardenti soli che far di noi centro e
di sé far corona (v.65) – che girano intorno a Dante tre volte (poi, sì cantando, quelli ardenti soli/ si
fuor girati intorno a noi tre volte) dove il numero tre simboleggia il perfetto adeguamento del moto
circolare dei beati alla Trinità divina, di cui è simbolo.1
Ma se riandiamo ai nostri banchi di scuola – quelli a cui ci esorta a rimanere anche Dante – non può
che tornarci alla mente ciò che abbiamo imparato per scolastica tradizione: che la teologia di San
Tommaso è quella che più di ogni altra domina (o perlomeno influisce più considerevolmente) su
tutto il poema. Oggi però questa lettura one way only va rimodulata in quanto la critica più recente
parla non di una teologia ma di varie teologie su cui si costruisce il poema dantesco.2
Di certo san Tommaso è il perno di questa ruota di spiriti sapienti – gli ardenti soli che far di noi
centro e di sé far corona (v.65) – che girano intorno a Dante tre volte (poi, sì cantando, quelli ardenti
soli/ si fuor girati intorno a noi tre volte) e ancora più palese è l’uso simbolico del numero tre poiché
esso simboleggia il perfetto adeguamento dei beati sapienti alla trinità divina, di cui è simbolo: gli
ardenti soli girano tre volte attorno a Dante e Beatrice cosi come i girotondi delle anime gireranno
«tre fiate» intorno a Beatrice (e tre fiate intorno di Beatrice/si volse con un canto tanto divo,/ che la
mia fantasia nol mi ridice, Par., XXIV, 22-24).
Ma torniamo al “cibo” di cui ci parla Dante in questo decimo canto, che è poi quel cibo che già
all’inizio della cantica (Par., II, 11) è definito dal poeta «il pan degli angeli», esplicito riferimento
alla contemplazione mistica di Dio.
Dante seleziona i nomi di questa corona dei sapienti come se ci invitasse a scorrere con lui gli scaffali
della sua biblioteca ideale.
Eccone i nomi: il primo è San Tommaso d’Aquino (1226 -1274), il grande domenicano maestro di
teologia a Colonia e a Parigi, campione dell’aristotelismo medievale di stretta ortodossia cattolica,
fermo punto di riferimento del pensiero di Dante; Il secondo è Alberto Magno (Alberto di Colonia;
1193 – 1280 ,domenicano) che fu il maestro di Tommaso d’Aquino a Colonia e a Parigi; il terzo è
Graziano, monaco camaldolese che insegnò teologia a Bologna; il quarto é Pietro Lombardo nato
nel novarese all’inizio del dodicesimo secolo e morto a Parigi nel 1160, illustre maestro di teologia.
Seguono poi Salomone, il re biblico figlio di Davide che chiese e ottenne da Dio il dono della somma
Sapienza; vi è poi Dionigi l’Areopagita, un greco convertito cristianesimo da San Paolo, autore di
del celebre trattato – Delle gerarchie celle angeliche – che è un vero e proprio trattato di angelologia,
opera popolarissima nel medioevo. Segue poi ancora la luce di quel difensore avvocato dell’età
cristiana del cui latino si avvantaggiò Sant’Agostino, con tutta probabilità lo storico cristiano Paolo
Orosio; vi è poi Severino Boezio, il senatore romano prima favorito poi perseguitato da Teodorico
che lo fece imprigionare poi uccidere, autore di quella Consolatio philosophiae che fu uno dei testi
cardine della cultura medievale. Abbiamo poi Isidoro di Siviglia, e Riccardo di San Vittore che
nella contemplazione di Dio andò tanto oltre ogni limite umano. E ancora abbiamo Beda detto il
venerabile che fu anch’egli grande erudito e Riccardo di San Vittore (di nascita scozzese, 1110 1173)
monaco agostiniano e uno dei più grandi mistici del suo tempo.
Abbiamo poi; da ultimo, una figura emblematica che è quella probabilmente più problematica per per
il fatto che Dante lo inserisce nel cielo del Sole tra i vari sapienti, cioè quella di Sigieri di Brabante
che, tenendo lezione alla facoltà delle arti di Parigi, dimostro per via di sillogismo verità che
suscitarono l’avversione di molti. Sigieri di Brabante (1240 -1284), infatti, fu maestro di filosofia
(muore assassinato in odore di eresia) ed è il rappresentante più prestigioso dell’aristotelismo
averroismo cioè quello fondato sul commento di Aristotele dall’arabo Averroè, sostenitore di tesi
eterodosse del tutto sconvolgenti quali l’eternità del mondo, la mortalità dell’anima, nonché
l’inesistenza del libero arbitrio.3 Questo filosofo, che fu avversato in specie soprattutto da San
Tommaso4, qui Dante ce lo presenta paradossalmente al fianco dell’Aquinate.
Questi sono evidentemente gli autori di cui Dante maggiormente si è nutrito, quelli ai quali egli si
sente più debitore. Questo lungo elenco impone un’immediata riflessione riguardante l’apertura
mentale e la spregiudicatezza con cui Dante ci presenta questa biblioteca ideale.
Accumunati come gli addendi della summa dei saperi medievali, colpisce innanzitutto la loro varia
provenienza geografica: Tommaso è italiano ma Alberto Magno, il suo maestro, è di Lauingen, in
Svevia. Graziano, il grande giurista, e Pietro lombardo, il compilatore delle sentenze dogmatiche della
tradizione cristiana, sono pure italiani, ma Salomone viene dalle regioni di Israele; Dionigi
l’Areopagita, lo specialista in angiologia, è greco mentre lo storico Paolo Orosio è spagnolo. Severino
Boezio è un senatore romano. Isidoro e Beda, eruditi illustrissimi, sono rispettivamente spagnolo di
Cartagena e inglese. Riccardo di San Vittore è scozzese e infine il filosofo Sigieri è nativo del
Brabante, nei Paesi Bassi.
Da questo lungo elenco – lungi dall’apparire pedantemente nozionistico – ne esce il fondamento
esegetico di una cultura che potremmo definire proto-europea. La definiamo tale in quanto essa
è il prodromo di una modernità; in quanto essa, già interdisciplinare e multiciulturale di per sé,
appare già cosmopolita, coesa in senso moderno.
Tale lettura è un azzardo?
Non proprio. Gli ingredienti di tale cultura sono oggi alla base della nostra vera identità non solo
nazionale ma europea a tutto tondo: le Università come centro di diffusione dei saperi, il
cosmopolitismo, l’influsso della cultura non solo cristiana ma anche araba (pensiamo all’introduzione
dei numeri arabi operata dal matematico Leonardo Fibonacci, all’escatologia islamica che influì nella
rappresentazione dell’Inferno di Dante, pensiamo ancora al (forse) primo concreto esempio di
cosmopolitismo e interculturalità costituito dalla corte di Federico II). Al di là di frustri stereotipi
queste riflessioni ci aprono la porta sullo straordinario scenario di un il medioevo non più sinonimo
dell’età storica dei secoli bui ma come periodo contrassegnato e vivificato da una straordinaria
fioritura e da un parimenti straordinario scambio di idee. Un’età, insomma, dove l’intellettuale poteva
dirsi, a pieno diritto, “cittadino del mondo”.
Di tutto ciò l’elemento di coesione più potente è l’uso del latino che, al di là delle provenienze più
varie, è la lingua della cultura “internazionale” del medioevo. Lo sarà sino a tutto il Cinquecento
(quando ancora G. Galilei teneva le sue lezioni universitarie in latino).
Gli autori citati in questa biblioteca dantesca ideale sono il più concreto esempio di un sostanziale
multiculturalismo ante litteram che costituisce – di fatto – le radici della nostra identità culturale
non solo nazionale ma pure “europea”.
Questo “l’elenco” degli autori citati da Dante (Par., X, 97-148):
Questi che m’è a destra più vicino,
frate e maestro fummi, ed esso Alberto (Alberto Magno)
è di Cologna, e io Thomas d’Aquino. (Tommaso d’Aquino)
Se sì di tutti li altri esser vuo’ certo,
di retro al mio parlar ten vien col viso
girando su per lo beato serto
Quell’altro fiammeggiare esce del riso
di Grazian, che l’uno e l’altro foro (Francesco Graziano di Chiusi)
aiutò sì che piace in paradiso
L’altro ch’appresso addorna il nostro coro,
quel Pietro fu che con la poverella (Pietro Lombardo)
offerse a Santa Chiesa suo tesoro
La quinta luce, ch’è tra noi più bella, (Salomone)
spira di tal amor, che tutto ‘l mondo
là giù ne gola di saper novella
entro v’è l’alta mente u’ sì profondo
saver fu messo, che, se ‘l vero è vero
a veder tanto non surse il secondo
Appresso vedi il lume di quel cero (Dionigi l’Areopagita)
che giù in carne più a dentro vide
l’angelica natura e ‘l ministero
Ne l’altra piccioletta luce ride (Paolo Orosio)
quello avvocato de’ tempi cristiani
del cui latino Augustin si provide
Or se tu l’occhio de la mente trani
di luce in luce dietro a le mie lode,
già de l’ottava con sete rimani
Per vedere ogni ben dentro vi gode
l’anima santa che ‘l mondo fallace
fa manifesto a chi di lei ben ode
Lo corpo ond’ella fu cacciata giace (Severino Boezio)
giuso in Cieldauro; ed essa da martiro
e da essilio venne a questa pace
Vedi oltre fiammeggiar l’ardente spiro
d’Isidoro, di Beda e di Riccardo, (Beda e Riccardo di San Vittore)
che a considerar fu più che viro
Questi onde a me ritorna il tuo riguardo,
è ‘l lume d’uno spirto che ‘n pensieri
gravi a morir li parve venir tardo
essa è la luce etterna di Sigieri, (Sigieri di Brabante)
che, leggendo nel Vico de li Strami,
silogizzò invidiosi veri».




