
di Angelo Giubileo
In un saggio dal titolo “Che cos’è l’autorità”, edito nel 1954, Hannah Arendt analizza il concetto, meglio l’idea di “autorità”, sostenendo che essa precede il potere e lo legittima; e inoltre che l’idea stessa di autorità “non si fonda né sulla forza né sulla persuasione, ma sul riconoscimento e il rispetto indiscusso da parte della comunità”.
Nel dibattito serrato e continuo con Martin Heidegger, occorre evidenziare che il suo maestro nel 1950, e cioè soltanto quattro anni prima, aveva dato alle stampe i suoi “Sentieri interrotti”.
In essi, il filosofo insiste invece sull’idea di “potere”, sostenendo che l’uomo – “moderno” – “ha ridotto ogni cosa a un rapporto di forze”.
Il dialogo tra i due gettava le fondamenta filosofiche del dibattito scientifico odierno, che pone al centro dell’attuale indagine conoscitiva lo strumento e i meccanismi dell’IA e dell’ingegneria genetica.
Non c’è dubbio alcuno che lo sviluppo di entrambe le analisi conoscitive ha, di fatto, marginalizzato del tutto le credenze originarie della “modernità”, fondate innanzitutto sull’autorita’ e il potere della Roma imperiale e quindi del cristianesimo.
La conoscenza scientifica ha senz’altro tolto autorità ad entrambi, e cioè sia al potere politico che al potere religioso.
La tecnologia ha istituito un rapporto – immediato – tra l’autorità e il potere dei governanti da un lato e ogni singolo individuo dall’altro.
Ad esempio, strumenti quali gli smartphone – bypassando gli strumenti associativi di mediazione e rappresentanza di interessi relativi a un passato anche recente – hanno reso possibile e in fine già istituito un rapporto diretto ed immediato, unum versus unum (direbbe, in proposito, Heidegger che “l’uomo non sa più che cos’è che una cosa è”), tra l’una e l’altra parte.
E allora, cosa ci riserverà il futuro? Tutto sommato, direi però niente di nuovo. E cioè una lotta, che continua, tra chi eserciti il potere dello strumento di governo e chi, invece, lo subisca o intenda ad esso sottrarsi.





