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I BRICS E LA STRATEGIA MILITARE CINESE

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di Silverio Allocca

Molto si parla in questi giorni dei BRICS, ma forse sono pochi a conoscenza del fatto che l’attuale gruppo è il frutto evolutosi autonomamente a partire da un documento del 2001 intitolato “Build Better Global Economic BRICs ”  edito dalla Goldman Sachs, la grande banca d’affari statunitense che per prima ha usato l’acronimo BRIC per riferirsi ad un pool di quattro economie in via di sviluppo che avevano, secondo gli analisti della Global Investment Research Division di Goldman Sachs guidati da Jim O’Neill, il potenziale necessario non solo per attrarre investimenti sostanziali, ma addirittura per rimodellare la nuova economia mondiale –e non solo quella.

Come previsto, tra il 2000 e il 2009 il ritmo di crescita delle economie emergenti superò per la prima volta quello dei Paesi sviluppati grazie in primo luogo ai quattro motori della futura crescita globale individuati dalla Goldman Sachs Economic Research nel 2001. Il primo vertice formale dei leader del BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) si tenne a Ekaterinburg in Russia nel 2009: il Sudafrica si unì al BRIC mutandolo in BRICS appena nel 2011.

È alquanto interessante notare come il documento redatto sotto la guida di Jim O’Neill non solo avesse previsto che entro 10 anni il peso dei “BRIC” -in particolare della Cina- sul PIL mondiale sarebbe cresciuto in modo significativo, e di conseguenza anche l’impatto economico globale della politica fiscale e monetaria dei quattro Paesi, ma pure che –come espressamente suggerito dallo stesso O’Neill– sarebbe stato oltremodo opportuno modificare il G7 in modo tale da incorporare in esso i rappresentanti dei BRIC. Purtroppo, nonostante i tassi di crescita medi annui fatti registrare dall’India e dalla Cina nel periodo 2000-2009 fossero stati rispettivamente del 6,89% e del 10,35%, il suggerimento non sortì alcun effetto a causa della poca lungimiranza della politica statunitense ed Occidentale in generale.

L’opulento Occidente si limitò a guardare ai BRIC (e dal 2011 ai BRICS) esclusivamente dal punto di vista delle opportunità di investimento lasciando che gli stessi si coordinassero tra di loro in piena autonomia sia per quanto riguardava le scelte più opportune da adottare su questioni politiche e sfide comuni, che per quello che riguardava le scelte operative culminate nella istituzione della Banca di Sviluppo dei BRICS, un cavallo di Troia finanziario avente per obiettivo la  mobilitazione delle risorse necessarie a sostenere progetti infrastrutturali e di sviluppo sostenibile tanto nei Paesi BRICS quanto in altri mercati emergenti e in via di sviluppo di interesse strategico.

In un certo qual modo i BRIC, prima, ed i BRICS, dopo, per molto tempo ebbero modo di beneficiare, pressoché lontani da occhi indiscreti, della poca attenzione loro dedicata dal mondo della politica globale e di quella Occidentale in particolare che, avendo ceduto il passo al mondo della finanza globale, fece sì che questi Paesi fossero presi in esame solo dal punto di vista delle potenzialità economiche, ovverosia solo come ambiti geografici da sfruttare – conformemente alla consueta ed ancora radicata mentalità neo-colonialista – sia:

per le delocalizzazioni delle attività produttive al fine di beneficiare di discipline del mondo del lavoro meno severe, di regimi fiscali meno opprimenti nonché di costi del lavoro (salari) decisamente più bassi: tutte cose che promettevano di massimizzare i profitti degli investimenti diretti, che per pianificare attività meramente speculative altamente redditizie

Nulla o quasi è stata, in questo contesto, l’attenzione dedicata al possibile effetto dei BRICS sulla governance mondiale che con troppa sicurezza l’Occidente ha pressoché sino all’inizio della terza decade del nuovo secolo ritenuto fosse e sarebbe rimasta saldamente nelle proprie mani, sicché per lunghi anni a poco sono valsi gli avvertimenti di coloro che per tempo avevano rivolto l’attenzione a come il tutto si stava sviluppando, sollecitando un cambiamento del quadro della governance economica globale, come fatto, tra gli altri, dal già citato Jim O’Neill che tali valutazioni aveva affidato, in tempi non sospetti, ad un suo importante, anche se poco noto articolo del 30 Novembre 2001 intitolato “The World Needs Better Economic BRICs” apparso sul n°66 del Global Economics Paper della Goldman Sachs

Il merito di Jim O’Neill, inascoltato come ogni Cassandra che si rispetti, è stato quello di essere stato tra i primi al mondo ad aver capito le enormi potenzialità –anche e soprattutto politiche–  di sviluppo dei BRICS (potenzialità definite e conseguentemente valutate utilizzando, come lui stesso ha dichiarato in successivi documenti, la metodologia standard della macroeconomia, secondo la quale la crescita economica reale è determinata da due variabili: la dimensione della forza lavoro di una nazione e la produttività dell’economia).

Comunque sia i BRICS hanno rappresentato, nel vasto panorama mondiale, un fenomeno autonomo di sviluppo alquanto importante per centinaia di milioni di persone che, anche grazie a loro, sono uscite dalla povertà assoluta beneficiando di quel trend di crescita che senza la pandemia nell’ultimo decennio si sarebbe attestata, nonostante tutte le sfide, attorno ad un +3,6%, decisamente superiore a quella degli anni ’80 e ’90, che avevano fatto registrare un interessante +3,3%.

Da un certo punto di vista viene da dire che quello che sta accadendo oggi è stato di fatto scatenato dalla miopia politica Occidentale che con l’introduzione del concetto di “BRIC” ha innescato quel processo di cooperazione e di collaborazione tra i responsabili politici di questi diversi Paesi su questioni che vanno dall’agricoltura, al commercio, alle politiche ambientali, alla sicurezza nazionale e alla finanza internazionale, che al giorno d’oggi si è tradotto in un qualcosa, in un’alleanza economica alternativa in grado di sfidare, con ottime probabilità di successo, l’egemonia occidentale.

Il vero problema che a questo punto occorre affrontare consiste del cercare di capire se quanto si profila all’orizzonte, prossimo o lontano che sia, sarà realmente migliorativo della situazione attuale o consisterà del consueto cambio della guardia cui la storia ci ha fin troppo spesso abituati. Il presente lavoro, pur nella sua oggettiva impossibile esaustività, si prefigge lo scopo di inquadrare la storia recente di questo qualcosa che chiamiamo BRICS per, se non altro, fare il punto della situazione ed individuare le domande chiave che attendono le doverose e necessarie risposte.

Personalmente ritengo che parlare dei BRICS, dei loro progetti, delle loro sfide al sistema Occidentale tutto all’insegna del terzomondismo di maniera sia solo un escamotage ad uso e consumo di quanti, i diseredati della aree sfruttate del pianeta, dovranno farsi carico del maggiore onere, dei maggiori sacrifici che l’affermazione del presunto Nuovo Ordine Mondiale policentrico comporterà a livello globale se mai nascerà.

Intendiamoci: il progetto geopolitico portato avanti da BRICS e le parole per descriverlo e veicolarlo sono bellissime ma questo ricalca esattamente la prima fase della classica rivoluzione descritta da Orwell ne “La fattoria degli animali”, tutta all’insegna dello slogan “Tutti gli animali sono uguali!”.

Una volta scalzato lo USD ovvero, anche più verosimilmente, una volta ridotto lo USD al rango di una delle monete di riferimento –cosa quest’ultima che ritengo più probabile i BRICS possano riuscire a realizzare, seppure in un non definibile futuro, per la miopia statunitense (che stigmatizzo non per antiamericanismo, ma perchè Paese leader pur avendone perso la capacità ) generando un qualcosa che porterà gravi problemi a tutte le economie dell’Occidente, ma non solo–  tutto passerà alla seconda fase della rivoluzione orwelliana, quella, tanto per intenderci, tutta all’insegna dello slogan “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri!” anche se la frase, a quel punto, apparirà scritta in cinese: 所有动物都是平等的,但有些动物比其他动物更平等.

In cinese perché quello sarà il momento della leadership monetaria monocentrica cinese che giungerà dopo essere transitata per un sistema monetario oligarchico BRICS di breve durata.

Perché affermo questo? È molto semplice: solo la Cina ha la forza per farlo, la cultura, l’esperienza, la capacità diplomatica ed a breve i mezzi militari e finanziari necessari allo scopo.

La Russia potrebbe giocare un ruolo comprimario ma per oggettive condizioni è legata mani e piedi –e così resterà per molto tempo– ai voleri di Pechino con cui non avrà la possibilità di competere in toto: ha sicuramente le materie prime, ma a chi potrebbe venderle direttamente e soprattutto come? Potrebbe giocare la carta africana, ma non è e non sarà mai la fabbrica del mondo e questo la penalizza non poco e non da ora.

Da Paese feudale, senza un impianto industriale degno di questo nome, giunse al Comunismo senza passare per il liberalismo imprenditoriale e divenne una realtà industriale di tipo feudale sotto la guida del PCUS e di Stalin. Chiusa l’epoca stalinista divenne un qualcosa che da feudale cercò di mutarsi in una non meglio definita e definibile realtà liberal-comunista, ma fallì completamente, implose ed allo stato attuale è quello che vediamo: una cattiva imitazione del liberalismo in forma simil–statalista viziata dal perdurante feudalesimo che da burocratico-marxista si è mutato in oligarchico: troppo poco per esprimere un RUB in grado di competere con la moneta cinese.

Dell’India non perdo neppure tempo a parlare: è un grande Paese, con una grande tradizione, storia e cultura in grado di fare cose egregie in ogni campo, ma purtroppo è un Paese in preda alle contraddizioni derivanti da una tradizione religiosa assurda: l’India è l’India delle caste,  l’India è l’India del conflitto Inter–religioso e come tale al più destinato ad un ruolo di Potenza regionale che non può minimamente mutare in tempi rapidi in qualcosa di moderno al punto tale da poter competere con la Cina e neppure con la Russia attuale.

Abbiamo poi il Brasile ed il Sudafrica che possiamo tranquillamente lasciar perdere in questa disamina sintetica. 

Il vero problema è che credo che non sia stato recepito un concetto fondamentale: quello che sta portando avanti la Cina, confidando nel supporto di visionari illusi di buon cuore come i tanti che a vario titolo hanno scritto ed ancora scrivono sul tema in questione con tanto amore e tanta fede disamine viziate da un romantico quanto inconcludente terzomondismo, è un atto di guerra vera e propria contro gli Stati Uniti d’America che Pechino e Xi Jinping sicuramente in cuor loro ringraziano per avergli tolto di mezzo l’unico vero possibile competitor: i morti e sepolti, ancor prima di essere nati, Stati Uniti d’Europa.

L’aver gestito tutta la politica europea in chiave neocolonialista al solo scopo di usarne il potenziale geostrategico, derivante in primo luogo dalla sua centralità geografica, per ovviare al problema contingente rappresentato dalla propria posizione sul Pianeta Terra (quella che vede gli Stati Uniti essere una specie di grande isola separata dal resto del mondo da ben due Oceani, l’Atlantico ed il Pacifico), ha fatto sì che non potesse nascere una entità autonoma sì, ma al tempo culturalmente e strategicamente alleata nel prevedibile contenzioso con la Cina.

Per non parlare poi dell’errore di aver sospinto nelle braccia di Pechino quella Russia che a più riprese il lungimirante Henry Kissinger voleva fossa accolta dall’Occidente come parte integrante di esso –ed i più lungimiranti europeisti hanno cercato di legare al Vecchio Continente adottando politiche in grado di creare quella interdipendenza economica che non solo avrebbe messo al sicuro la Pace in Europa, ma avrebbe consentito ad un Occidente allargato di contenere l’espansionismo cinese verso Ovest, anche dal punto di vista militare, sfruttando la frontiera Russo-Cinese che non poco ridurrebbe persino i costi dell’intero programma di difesa della NATO contribuendo a contenere la spesa relativa ed il correlato deficit di bilancio.

Avvalora questa tesi quanto si può desumere da un articolo di Daryl Guppy, pubblicato dal China Daily il 30 Agosto 2023 con il titolo “Beyond militarization” che, dopo aver posto l’accento sui risvolti positivi derivanti della prosperità economica nel Sud globale e dalla digitalizzazione dell’economia, quale elemento foriero non solo della emancipazione dallo USD e dalle sanzioni unilaterali, si sofferma implicitamente sui costi della complessa azione di contenimento di una Cina circondata da oltre 300 basi militari statunitensi ritenute evidentemente non bastevoli allo scopo se nel recente vertice di Camp David il Presidente Biden ha ritenuto di prendere nuovi accordi con il Giappone e la Repubblica di Corea consistenti di un ulteriore impegno consultivo di sicurezza che in qualche modo vincola i contraenti a parlare tra loro in caso di crisi o minacce alla sicurezza nel Pacifico: un qualcosa che Pechino ha avuto buon gioco a segnalare come una vera e propria minaccia maggiore alla pace e alla stabilità nella regione Asia-Pacifico essendo un’estensione degli sforzi statunitensi per espandere la NATO in una rete globale.

Tutto giusto, tutto vero, ma paradossalmente, alla luce di quanto sin qui esposto, tutto perfettamente giustificato dall’uso strumentale delle dichiarazioni relative alla cooperazione economica promossa dai BRICS agiti dalla filosofia strategica cinese che non poco giustifica la scelta nipponica, adottata da Primo Ministro Giapponese Fumio Kishida, di abbandonare il principio il principio di una strategia orientata alla difesa puntando sul potenziamento della propria capacità di contrattacco tradottasi nell’immediato nel permesso accordato da Giappone agli Stati Uniti di stazionare un’unità avanzata del Corpo dei Marines a Okinawa.

La diplomazia cinese è palesemente qualcosa che va sicuramente studiata con molta attenzione in quanto rappresenta il più brillante esempio di un uso bellico della provocazione attuata promuovendo, in apparenza, la Pace.

Promuovere, infatti, tutto quanto ha avuto per oggetto di discussione il vertice di Johannesburg, per poi esordire platealmente stigmatizzando il recente accordo di Camp David con la retorica implicita domanda, intrisa di falso stupore, comparsa nel citato articolo del China Daily (“Tutto questo viene dipinto come una risposta difensiva a presunti avversari, ma viene da chiedersi: chi sta pianificando di interrompere il commercio con la Cina, il principale partner commerciale del Giappone? Di certo non è la Cina, anche se questo è il chiaro obiettivo del vertice di Camp David”), –che a questo punto possiamo e dobbiamo leggere ed invitare a leggere  con occhio decisamente più smaliziato–, evidenzia a chiare lettere tutta la pericolosità della ben congegnata strategia cinese che punta alla costruzione di un Nuovo Ordine Mondiale Multipolare solo a parole.

Ammirevole, poi, ovviamente passando sotto silenzio l’intero corpus di provocazioni militari poste in essere dalla Cina aventi per oggetto le acque prospicienti a ed i cieli di Taiwan, la capacità di Pechino di instillare negli alleati degli Stati Uniti il dubbio di aver operato le giuste scelte strategiche, come testimoniato dal China Daily allorché vi leggiamo: “Tutto questo (nota: l’accordo di Camp David) viene dipinto come una risposta difensiva a presunti avversari, ma viene da chiedersi: chi sta pianificando di interrompere il commercio con la Cina, il principale partner commerciale del Giappone? Di certo non è la Cina, anche se questo è il chiaro obiettivo del vertice di Camp David. Alcuni in Giappone temono che il rafforzamento della cooperazione in materia di sicurezza possa portare il Paese a una guerra fredda economica con il suo principale partner commerciale. Altri nella regione temono che gli obiettivi militari del Giappone si estendano ulteriormente, magari sostenendo i tentativi degli Stati Uniti di smuovere la situazione al di là dello Stretto di Taiwan”.

E che dire degli strumentali, quantunque veri, strategici rifacimenti storici che torna utile, a quasi 80 anni di distanza dalla fine delle ostilità, riportare a galla per rinfocolare quei contenziosi che fatti rivivere oggi recano novella linfa, emotiva questa volta, alle strategie di Pechino?

 Ne abbiamo un chiaro esempio nello stesso articolo di Daryl Guppy allorché lo stesso scrive: “La Repubblica di Corea rimane legata agli Stati Uniti come necessario baluardo di sostegno nel continuo conflitto con la Repubblica Popolare Democratica di Corea, perché la Repubblica di Corea ha rifiutato di firmare l’Accordo di Armistizio Coreano. C’è una tregua di 70 anni nelle ostilità, ma tecnicamente esiste ancora uno stato di guerra. Non c’è da stupirsi che la Repubblica Democratica Popolare di Corea si senta costantemente minacciata di attacco.

Dovendo contare sul sostegno militare degli Stati Uniti, la Repubblica di Corea ha scelto di aderire alle direttive politiche statunitensi a Camp David, nonostante la diffusa sfiducia nelle motivazioni politiche e nell’impegno del Giappone per una stabilità pacifica. Questa sfiducia è l’eredità del massacro di civili della Seconda Guerra Mondiale, della tortura e della schiavitù nelle miniere e nelle fabbriche, oltre che dei perduranti disaccordi sul territorio conteso”.

Come ben si vede il divide et impera di antica memoria romana è sempre un principio ispiratore della strategia migliore che era e resta quella che pur di seminare discordia nel campo avverso giunge a spacciare per notizia certa (tipica tattica della propaganda di guerra) una mera illazione come quella che “L’idea che il vertice di Camp David abbia prodotto un riavvicinamento tra Giappone e Repubblica di Corea è un comunicato stampa inventato su pressione degli Stati Uniti” in quanto non meglio definiti  “sondaggi” mostrerebbero che “una solida maggioranza di persone nella Repubblica di Corea si oppone alla gestione di Yoon della questione del lavoro forzato e questo riflette un disagio più ampio sull’impegno del Giappone per la pace regionale”.

Difficile dare a questo punto credito alla buona fede di Pechino che all’occorrenza ha rispolverato la questione della sovranità su Taiwan per giustificare tutte quelle misure ed azioni intimidatorie che hanno indotto gli Stati Uniti a varare un piano di coinvolgimento dei propri alleati nel tardivo tentativo di porre in essere una più sinergica e coordinata azione di contenimento di una Cina che così capitalizza il vantaggio indubbio di far lievitare i già più che lievitati deficit di bilancio degli alleati di Washington.

Allorché Pechino accusa gli Stati Uniti di aver portato una minaccia fisica alle rotte commerciali, l’uso di sanzioni economiche e l’uso del dollaro USA come arma, nonché l’istituzione dell’alleanza di sicurezza degli Stati Uniti con l’Australia e il Regno Unito (nota come AUKUS), il dialogo sulla sicurezza del Quadrilatero, i nuovi accordi militari con il presidente filippino Ferdinand Marcos Jr, e il tentativo di espandere la NATO nella regione, viene spontaneo domandarci (vedi ad esempio quanto riportato in un mio articolo del 2022 pubblicato da Gli Stati Generali con il titolo “Taiwan, l’energia verde e la paura della Cina” ovvero riproposto dalla IBI World in lingua inglese con il titolo “Taiwan, green energy and the fear of China”) a cosa abbiano puntato tutte le misure adottate dal Governo Cinese per boicottare il progetto energetico eolico off-shore di Taiwan, essenziale per consentire il funzionamento, in tempo di pace, delle aziende strategiche qui operanti nel settore della produzione dei chip ad elevato contenuto tecnologico –di cui è leader mondiale– di uso sia civile che militare,  minacciandone per somma, di fatto, le rotte commerciali e quindi la capacità di soddisfare –nei tempi e nei modi previsti contrattualmente– le richieste delle aziende Europee e Statunitensi allo scopo di inficiarne palesemente la capacità di mantenere le proprie quote di mercato e conseguentemente l’occupazione e la capacità di sostenere le economie nazionali, ovvero di provvedere alla stabilità dei propri apparati di difesa?

Solo quando Pechino avrà chiarito la sua posizione in materia, così come avrà chiarito i propri tentativi di legare a sé con ogni mezzo, compresa l’intimidazione posta in essere per via diplomatica, i Paesi dell’area del Pacifico, potrà ergersi a paladina della pace globale, del multipolarismo planetario e di tutte le belle progettualità di cui fa abilmente mostra per bocca del Presidente Xi Jinping in ogni possibile occasione ed in ogni sede, compresa quella del recente incontro dei BRICS.

Alla luce dei fatti, allorché il China Daily va a chiudere la sua disamina relativa alle scelte strategiche Occidentali, proponendo al lettore i due paragrafi che seguono:

Si tratta di un’iniziativa politica basata sul presupposto che la Cina possa in qualche modo danneggiare il commercio globale intraprendendo una qualche azione non specificata nel Mar Cinese Meridionale. Non viene spiegato perché la Cina sceglierebbe di bloccare le sue rotte commerciali vitali, né perché i suoi maggiori clienti bloccherebbero il commercio marittimo con la Cina, danneggiando così le proprie economie. La base illogica della minaccia cinese è apparentemente fuori discussione per coloro che si schierano dietro gli Stati Uniti” ed ancora

Il pensiero illogico alla base di questa complessa situazione rende difficile per i Paesi asiatici e per il Sud globale trovare la scelta giusta. La Cina non ha mostrato alcuna propensione a sviluppare un’ampia rete di basi militari nella regione o nel Sud globale, tanto meno vicino alle coste degli Stati Uniti. I sottomarini cinesi non sondano le acque costiere statunitensi né svolgono esercitazioni per la libertà di navigazione tra la Florida e Cuba. La Cina non ha nemmeno stipulato accordi militari simili a quelli promossi dagli Stati Uniti

viene spontaneo chiedere come mai le giuste osservazioni non siano riferite anche al Governo cinese il cui modus operandi ricalca da anni punto per punto –e con le stesse motivazioni– quello Statunitense, con l’unica differenza che il campo di battaglia scelto da Pechino è quello economico e finanziario avendo ben compreso che l’occupazione militare di un territorio è nulla al confronto di acquisirne il controllo economico utilizzando le regole del libero mercato e le strategie monetarie.

Se errori ha fatto l’Occidente è giusto che gli vengano imputati e si chieda conto al suo leader incontrastato, gli Stati Uniti d’America, di porvi rimedio, ma lo si faccia con la consapevolezza, però, che il suo più grande detrattore, la Cina, quella guerra che accusa Washington di voler scatenare ad ogni costo l’ha già iniziata da un pezzo grazie ai mezzi di cui proprio l’Occidente l’ha dotata facendone la indiscussa fabbrica del mondo.

La sola strategia vincente adottabile allo stato attuale dagli USA passa per il ravvedimento ed il cominciare a giocare a carte scoperte con i propri alleati e la comunità internazionale al fine di far saltare i piani egemonici di Xi Jinping disinnescandone la minaccia e promuovendo un vero Multipolarismo che, di fatto, è il solo modo per evitare che il mondo si muti in una gabbia peggiore di quella in cui l’egoismo dell’Occidente e la vanagloria millenarista statunitense, di cui Trump e Biden sono gli ultimi portatori in ordine di tempo, hanno costretto gran parte del Pianeta.

La cosa che più mi stupisce è che nella ben architettata trappola mediatica e diplomatica di Pechino sia finito perfino Daryl Guppy, l’autore del citato articolo (articolo con il quale l’autore ha contribuito al China Watch, un think tank promosso dal China Daily che astutamente, in chiusura del pezzo, ha sottolineato come le opinioni qui espresse non riflettano necessariamente quelle del noto –e solitamente pregevole ed attento–  quotidiano cinese in lingua inglese), noto esperto di analisi tecnica finanziaria internazionale ed ex membro del consiglio nazionale dell’Australia China Business Council.

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