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Hormuz, il collo di bottiglia del mondo

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Hormuz, il collo di bottiglia del mondo

La solita strategia iraniana: una guerra di strozzamento

Hormuz non è solo uno stretto di mare. È il rubinetto energetico del pianeta.

Da lì passa una quota enorme del petrolio e del gas mondiale.

Per questo ogni colpo sparato lì non è mai soltanto militare: è un messaggio ai mercati, agli Stati Uniti, ai Paesi del Golfo, all’Europa, alla Cina, all’India.

Secondo CENTCOM, gli Stati Uniti hanno colpito obiettivi iraniani dopo attacchi contro tre navi commerciali nello Stretto di Hormuz.

Le fonti parlano di raid su Qeshm, Bandar Abbas e Sirik, cioè nel cuore della fascia militare iraniana affacciata sul Golfo.

Tra gli obiettivi indicati: radar costieri, difese aeree, strutture di comando, siti missilistici antinave e imbarcazioni dei Pasdaran usate per molestare o minacciare il traffico marittimo.

Il punto è questo: l’Iran non ha bisogno di chiudere formalmente Hormuz per terrorizzare il mondo. Gli basta renderlo insicuro.

Una petroliera colpita, una nave LNG incendiata, un drone, un missile, un “proiettile sconosciuto”: ed ecco che assicurazioni, armatori, mercati e governi entrano in allarme.

Reuters parla, infatti, di rischio marittimo innalzato a livello “severe” dopo gli attacchi alle navi, con Brent in rialzo e traffico navale sotto pressione.

È la solita strategia iraniana: non una guerra dichiarata, ma una guerra di strozzamento.

Non occupare il mare, ma avvelenarlo. Non affondare il mondo, ma fargli capire che Teheran può alzare il prezzo di ogni barile, di ogni rotta, di ogni equilibrio.

La risposta americana è arrivata nella notte: non un colpo simbolico, ma una serie di raid pensati per degradare la capacità iraniana di minacciare la navigazione.

E, infatti, i bersagli non sono casuali: Qeshm, Bandar Abbas, Sirik.
Sono nomi geografici, ma anche nodi militari. Sono il braccio operativo dell’Iran sullo Stretto.

Teheran, come sempre, ribalta la narrazione: accusa Washington di violare la tregua, minaccia una “risposta schiacciante” e rivendica il diritto di non permettere interferenze nella gestione di Hormuz.

Ma qui sta il nodo: Hormuz non è proprietà privata dei Pasdaran. È una via d’acqua internazionale.

E quando un regime usa il mare come ostaggio, non sta difendendo la sovranità: sta praticando ricatto geopolitico.

Questo nuovo episodio dimostra una cosa: l’Iran può essere colpito, può subire raid, può perdere basi, radar, barche, uomini.

Ma finché conserva la capacità di incendiare il Golfo, il problema resta aperto.

Hormuz oggi è il simbolo perfetto del Medio Oriente: un passaggio stretto, fragile, esplosivo, dove basta una scintilla per ricordare al mondo che la guerra non è mai finita. È solo rimasta in attesa.

C’è anche una domanda che continuo a pormi.

Come può un regime provocare ripetutamente gli Stati Uniti, colpire il traffico internazionale nello Stretto di Hormuz, minacciare le rotte energetiche del pianeta e pensare di poterlo fare senza conseguenze?

Ma ancora di più mi domando un’altra cosa.

Perché l’America, che in passato è intervenuta militarmente in Afghanistan, in Iraq, nei Balcani e in molti altri teatri, continua a limitarsi a colpire obiettivi militari senza decidere di chiudere definitivamente la partita con il regime iraniano?

La risposta, probabilmente, non è nella mancanza di forza.
È nella convenienza strategica.

Washington sa che invadere l’Iran significherebbe entrare in un Paese immenso, con quasi novanta milioni di abitanti, montagne, deserti, città enormi e decine di migliaia di militari regolari e dei Pasdaran.

Anche abbattendo il regime in poche settimane, inizierebbe la parte più difficile: governare il dopo.

L’esperienza dell’Iraq e dell’Afghanistan ha insegnato agli americani che vincere una guerra è molto più facile che vincere la pace.

C’è poi un secondo elemento.

Gli Stati Uniti non vogliono trasformare l’Iran in un nuovo conflitto senza fine.

Il loro obiettivo dichiarato è ridurre la capacità militare iraniana, impedire che controlli Hormuz e proteggere la navigazione internazionale, non occupare Teheran.

Gli attacchi di queste ore contro radar, batterie antiaeree, basi missilistiche e mezzi navali dei Pasdaran vanno esattamente in questa direzione.

Esiste infine una terza ragione, meno evidente ma forse ancora più importante.

Un’invasione totale rischierebbe di incendiare l’intero Medio Oriente: Iraq, Siria, Libano, Yemen e perfino il Golfo potrebbero trasformarsi in un unico fronte.

Inoltre, Cina e Russia, pur senza intervenire direttamente, avrebbero tutto l’interesse a sostenere diplomaticamente ed economicamente Teheran, complicando enormemente il quadro strategico.

Questo, però, non elimina il dubbio.

Ogni volta che il regime iraniano compie una provocazione e riceve soltanto una risposta limitata, potrebbe convincersi che esista sempre uno spazio per alzare ulteriormente il livello dello scontro.

È il grande dilemma della deterrenza: rispondere troppo poco può incoraggiare nuove provocazioni; rispondere troppo duramente può trascinare il mondo in una guerra regionale di proporzioni imprevedibili.

Ed è proprio su questo equilibrio sottilissimo che, da anni, si gioca il confronto tra Washington e Teheran.

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